“Non dipingo più da un anno, ho 90 anni, e questa mostra è un punto di arrivo. Cosa vorrei che il pubblico cogliesse guardando i miei lavori? Che sono un pittore anomalo, che vado per la mia strada, lungo una tangente che non rientra nelle forme codificate dell’arte”. Mario Raciti ci accoglie a Palazzo Reale (Mario Raciti, Opere 1952-2025, sino al 20 settembre. Ingresso libero), nella grande mostra che ne racconta il percorso artistico lungo settant’anni, cento opere di un maestro del post informale. Dopo la laurea in giurisprudenza e l’avvio dell’attività legale, “la pittura mi ha definitivamente chiamato, una passione forte”, una pittura “sfuggente”, “di inusitata astrazione, che ha nutrito la mia vita”. Pittura che si è alimentata pure di intense letture, da Rainer Maria Rilke a Höderling, da Goethe a Musil, e di incontri decisivi, come con il poeta Roberto Sanesi e l’editore Vanni Scheiwiller. C’è molto bianco nelle opere di Raciti, “il colore dell’impossibile, il bianco è il colore dei fantasmi, che soffrono, ma indicano una via”.

Così la mostra, cronologica, accompagna il pubblico attraverso le diverse stagioni della ricerca di Raciti, dalle figurazioni emblematiche degli anni Sessanta alle atmosfere sospese delle Presenze-Assenze degli anni Settanta, dai cicli delle Mitologie degli anni Ottanta ai Misteri degli anni Novanta. Tra i cicli più recenti figurano le opere dedicate alla crocifissione e Why, parte de I fiori del Profondo, in cui il mito di Proserpina diventa metafora del bisogno umano di comunicazione. “Non è una mostra alla moda, nè una mostra da salotto”, avverte il curatore Luca Pietro Nicoletti. “C’è un tentativo di cercare una via laterale per capire in maniera più profonda le inquietudini moderne”. Omaggio tardivo di Milano a questo artista? Nicoletti non è d’accordo, “non è del tutto sconosciuto a Milano, dieci anni fa c’è stata l’ultima esposizione al Diocesano ed è fortemente presente in collezioni importanti. Piuttosto viene da chiedersi qual è la Milano di Mario Raciti, che si è sempre sentito una sorta di estraneo…un outsider. Ecco, la sua è una Milano nascosta, più sofisticata ma non meno autentica, è la Milano di un altro grande della poesia, un pochino trascurato, che è Roberto Sanesi”. Raciti ha seguito la sua strada, un “artista appartato, per questo ha pagato ma quando la pittura c’è, l’importante è che che ci siano anche i mezzi per riconoscerla”. E questa mostra ne è l’occasione preziosa.