di
Mara Gergolet
L’autore è Jérémie Queyras, un ragazzo di 28 anni, che nessuno (o quasi) aveva sentito nominare prima e che lei ha scelto come suo ritrattista
DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE
BERLINO – «È un po’ strano, quando uno lentamente diventa storia. E così sono finita appesa». C’è un po’ di leggerezza, un po’ d’ironia — e un po’ di consapevolezza — quando Angela Merkel svela il proprio ritratto al Bode Museum. Accanto a lei, l’autore, Jérémie Queyras, 28 anni, che nessuno (o quasi) aveva sentito nominare prima e che lei ha scelto come suo ritrattista.
Ha atteso cinque anni prima di farsi dipingere, per questo rito cui vengono sottoposti i cancellieri e i potenti. In cancelleria c’era la parete vuota dove doveva stare il suo quadro, accanto ai sette predecessori. Si è presa il suo tempo, aveva altro da fare, incluso scrivere la sua autobiografia (la più venduta del decennio in Germania), che l’ha resa milionaria: solo per i diritti, è stato scritto, ha ottenuto 12 milioni.
Poi però l’ha fatto, alla Merkel. Colpisce, in apparenza, la scelta di un artista della generazione Z, coetaneo di quei ragazzi cresciuti con lei al potere — 16 anni, quasi non ricordano altri cancellieri — e che hanno per lei un’autentica nostalgia, e una sorta di venerazione: un terzo la vorrebbe di nuovo al governo.
Jérémie Queyras, franco-tedesco, nato a Parigi, un nonno canadese, uno studio a Londra, la cancelliera non l’aveva mai incontrato prima. Semplicemente, una sua collaboratrice — ha ricostruito la Zeit — aveva comprato dei quadri da lui a Braunschweig (nessun accenno a chi sia la misteriosa visitatrice, ma la geografia fa sospettare di Beate Baumann, la storica segretaria con cui Merkel ha scritto la biografia a quattro mani). E ha invitato il giovane pittore a scrivere all’ex cancelliera, a proporsi, «lei sa perché», si offrono in tanti.
Era un gioco di società nella Berlino politica: chi avrebbe dipinto Merkel? Una pittrice dell’Est, come Cornelia Schleime, il celebre Neo Rauch della scuola neofigurativa di Lipsia? Jérémie aveva già dimenticato la lettera scritta di suo pugno anni prima, quando è arrivata la chiamata a presentarsi a Berlino. Si è messo il vestito e la cravatta, ma scarpe eleganti non ne aveva ed è andato in sneakers. Ad aprirgli la porta, Angela Merkel. «Mi ha fatto da subito una buonissima impressione». Poco dopo l’incarico era suo.
Ci sono volute più di venti sedute. I due si sono incontrati all’inizio a Templin, nell’Uckermark, dove Merkel ha la casa del weekend, hanno passeggiato senza guardie del corpo, hanno parlato per la prima volta del ritratto nella chiesetta bianca di Templin, che il padre di Merkel, il teologo Horst Kasner, aveva fatto restaurare nell’allora DDR, non certo aperta ai preti.
Jérémie voleva dipingerla di bianco, ma Merkel non si è fatta distogliere dal blu. Sta in piedi, a differenza di tutti i suoi predecessori appesi in cancelleria, la giacca a tre bottoni, la collana d’ambra che è la sua preferita, guarda avanti, calma. Come mettere le mani, a rombo? Sarebbe stata una caricatura, e certo Merkel non è un’autosabotatrice: poggia tre dita della mano sinistra sulla sedia. C’è invece dell’ironia: sul tavolo alcuni fogli sotto un dado d’argento e una cartelletta gialla, di quelle che si usano ovunque nell’amministrazione tedesca: «Tra dieci anni nessuno saprà cosa sono — scherza —. Un relitto dei giorni analogici», consapevole del modo in cui viene descritta. Insomma, niente a che fare con il ritratto di Gerhard Schröder, raffigurato a mo’ di busto romano, una sorta di Cesare però d’oro, o quello di Kohl, quasi un fumetto, a rappresentare una Germania strabordante e paesana, così poco cool, che ha incarnato.
Eppure Merkel è una presenza inalienabile nella Germania d’oggi. La incolpano in modo postumo di tutto, dalla pipeline Nord Stream che ha fatto dipendere l’industria dal gas russo, alla parsimonia che ha portato alla debacle delle infrastrutture; di aver voluto attutire e rallentare il presente, di aver addormentato la politica mettendole il silenziatore, senza impedire che le crisi scoppiassero alla sua partenza. Di aver ritardato la resa dei conti. Ma allo stesso tempo Merkel è diventata una figura di culto, le letture del suo libro (a pagamento, sui 20 euro) in ogni angolo del Paese fanno il tutto esaurito. Il pubblico si alza al suo arrivo, oppure lei va dal comico Hazel Brugger e l’intervista lenta su YouTube ha mezzo milione di visualizzazioni: la sua voce fa da sottofondo a canzoni da milioni di download, e infatti si parla di una merkelwave, l’ondata di nostalgia per tempi che si ricordano diversi da com’erano.
Eppure, non sarebbe Angela Merkel, se non avesse fatto le cose a puntino. Ha pagato di tasca propria l’artista e i colori (una quantità inverosimile di barattoli), perché del ritratto vuole avere la piena proprietà. Fedele alla propria etica protestante, non vuole che si dica che per farsi immortalare ha speso soldi pubblici. Lo presterà soltanto alla cancelleria. E non è detto che vi debba restare per l’eternità. Dovesse andare al governo l’AfD, quell’estrema destra di cui è la più fiera avversaria, ha fatto intendere che lo toglierà dal muro.
1 luglio 2026 ( modifica il 1 luglio 2026 | 18:40)
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