di
Ester Palma

Celebrazioni, altari, ecumenismo e rapporti con le altre religioni: quali sono i punti più controversi

È successo: i lefebvriani hanno consacrato a Econe, in Svizzera, i loro quattro vescovi senza mandato pontificio, ovvero l’indispensabile approvazione del Papa. Se sarà scisma, che comunque la Fraternità San Pio X ha sempre detto di non volere, o no si vedrà. Resta l’incrollabile volontà del movimento fondato dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre di non accettare il Concilio Vaticano II. Ma non «in toto»: solo nelle parti che loro giudicano troppo «moderniste». Ma vediamo quali sono. 

Le celebrazioni, la liturgia e il «giuramento antimodernista»

 Le differenze tra la Messa preconciliare (detta anche Messa tridentina o Vetus Ordo) e il Novus Ordo (la Messa promulgata da Paolo VI nel 1969) riguardano la lingua (il latino contro le lingue locali) i riti, le preghiere e alcuni significati e simboli teologici. Entrambe sono però considerate valide dalla Chiesa cattolica quando celebrate secondo le norme liturgiche. E la Chiesa non ha mai detto che una vale più dell’altra. Per fare un esempio Padre Pio, poi santo, chiese e ottenne di celebrare col Vetus Ordo fino alla morte. E anche oggi nella cerimonia a Econe, i vescovi hanno pronunciato Il giuramento antimodernista (Sacrorum Antistitum) introdotto da Pio X nel  settembre 1910. per contrastare quello che il Papa poi santificato aveva definito la «sintesi di tutte le eresie» nell‘enciclica «Pascendi Dominici Gregis» di tre anni prima.  Erano tenuti a pronunciarlo i sacerdoti prima dell’ordinazione o dell’assunzione di incarichi, i i vescovi, i parroci. Nel 1967 Paolo VI lo abolì, sostituendolo con una nuova Professione di fede e poi con il Giuramento di fedeltà;  non perché la Chiesa avesse accettato il modernismo, ma per darle uno strumento più adeguato ai tempi.
La Messa Tridentina: è quella celebrata per mezzo millennio. Da quando cioè, nel 1570,  papa Pio V promulgò il Messale Romano in attuazione del Concilio di Trento. Il nome «tridentina» deriva proprio da Trento (Tridentum in latino). Ma non era una novità: il Papa decise di raccogliere e uniformare nell’allora nuovo Messale un rito romano molto più antico, eliminando molte varianti locali. Era (è) ovviamente tutta in latino, compresa la lettura dei brani dell’Antico e Nuovo Testamento. L’omelia può essere più breve e sempre nella lingua locale. Le preghiere sono meno «fragorose»: molte vengono recitate a bassa voce.
«Ad orientem» ma non solo: nella Tridentina il sacerdote è di spalle rispetto ai fedeli. «Ad orientem», «verso oriente», ovvero il celebrante e i fedeli sono rivolti verso l’altare e, simbolicamente, verso un oriente che non è per forza quello geografico. Piuttosto indica un simbolismo importante nella tradizione cristiana: tutti i partecipanti sono orientati verso Cristo, «sole che sorge». Non è proibito farlo anche nelle messe Novus Ordo, ma in pratica non lo si fa mai: la prassi è quella del «versus populum».  Tanto che dopo il Concilio anche nelle chiese antiche è stato realizzato un altare che permettesse al sacerdote di celebrare verso il popolo, mentre in quelle nuove la disposizione dell’altare è sempre così. Per i tradizionalisti la celebrazione  «ad orientem» restituisce il senso del Mistero della Messa. Rispetto al Novus Ordo, vi sono meno opzioni: il rito è molto più stabile e uniforme, senza le «originalità» che si vedono in molte celebrazioni moderne. E per quanto riguarda la musica, niente chitarre, bonghi e tamburelli «di buona volontà». Nelle messe tradizionaliste si usano il canto gregoriano, antico, potente e magnetico e i cori polifonici di musica sacra.



















































I paramenti

Anche nella messa di consacrazione i celebranti e i consacrandi vescovi hanno indossato, come sempre, i solenni paramenti antichi.  Dai guanti rossi per i consacranti, bianchi per i nuovi vescovi alle scarpe bianche su calzini rossi per i quattro nuovi presuli consacrati, contro la volontà del Papa. Secondo l’uso tradizionale, al momento della consacrazione i quattro nuovi vescovi sono stati anche bendati su fronte e mani per ricevere l’olio sacro. C’è da dire che i lefebvriani anche quando non celebrano, portano sempre la talare, la lunga veste nera, e mai il cosiddetto «clergyman», il completo usato nella vita quotidiana di molti sacerdoti diocesani di oggi: è composto da una camicia nera (o grigia, a seconda del Paese) col colletto colletto (la fascia bianca inserita nel colletto della camicia dei sacerdoti, giacca e pantaloni. Per quanto riguarda l’abbigliamento dei vescovi non è molto diverso da quello dei vescovi della Chiesa: nel senso che se è vero che nella vita quotidiana i vescovi postconciliari spesso indossano il clergyman, nelle occasioni ufficiali e nelle Messe solenni portano la talare nera con profili, bottoni e bordature paonazze  (una tonalità di viola tendente al porpora), fascia paonazza in vita, croce pettorale appesa a una catena o a un cordone,  zucchetto paonazzo, anello episcopale. Quando celebra la Messa, il vescovo indossa sopra l’abito liturgico: l’amitto (il panno rettangolare di lino o altro tessuto bianco sotto il camice, non  necessario), il camice, la stola, la casula la mitra pastorale (il bastone del vescovo). Non si usa quasi più, o solo per i tradizionalisti «stretti», la cappa magna: un lunghissimo mantello corale con un ampio strascico, tradizionalmente usato in occasioni molto solenni.

Libertà religiosa 

Nella Chiesa si è sempre detto «Extra Ecclesia nulla salus» («Fuori dalla Chiesa non c’è salvezza», dell’anima ovviamente), Tanto che prima del Concilio in alcuni Paesi cattolici si riteneva legittimo limitare pubblicamente altre confessioni religiose, sempre per il bene delle anime. Ma la dichiarazione approvata a fine Concilio, la «Dignitatis Humanae» («Della dignità della persona umana») prevede che uno Stato non debba impedire a una persona di professare la propria religione, qualche che sia. I lefebvriani ci vedono una «diminutio» della fede cattolica e una contraddizione col magistero precedente. Ma Il Concilio ha sempre ribadito che «la pienezza della verità e dei mezzi di salvezza si trova nella Chiesa cattolica», non in altre religioni.

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Ecumenismo

Fino al Concilio i protestanti e gli aderenti a tutte le altre confessioni cristiane non cattoliche erano definiti eretici. Come pensano tuttora i lefebvriani. Con il decreto conciliare «Unitatis Redintegratio» («La restaurazione dell’unità») si è arrivati a dire che Cristo ha fondato una sola Chiesa, quella cattolica, e l’attuale divisione dei cristiani è contraria alla volontà di Dio. Quindi bisogna favorire il cammino verso la piena unità dei cristiani. La San Pio X è contraria anche al dialogo con le religioni non cristiane, in nome della lotta al relativismo religioso. La Fraternità in sintesi riconosce il Papa come capo della Chiesa cattolica e in 56 anni non ha mai detto di  voler fondare una nuova Chiesa. Vorrebbe invece che alcuni insegnamenti conciliari vadano riletti alla luce della bimillenaria tradizione del pensiero cattolico. Tutti i Papi post conciliari considerano invece il Vaticano II parte del magistero autentico della Chiesa e va interpretato in continuità con la tradizione, non come una rottura.

I numeri della Fraternità e la «curiosità» dei giovani

Ma quanti sono gli appartenenti della San Pio X? Centinaia di migliaia i fedeli sparsi in tutto il mondo e in tutto 1.482 religiosi, fra cui 730 sacerdoti, 250 suore e oltre 260 seminaristi (un numero molto importante rispetto a quelli spesso striminziti di quelli post conciliari). Perché i riti solenni e le tradizioni contro ogni previsione attirano molto i giovani e i giovanissimi: nel maggio scorso, all’annuale pellegrinaggio di Pentecoste, 100 chilometri a piedi da Chartres a Parigi, hanno partecipato migliaia di ragazzi. Che la San Pio X sia in qualche modo attrattiva lo dimostrano anche i suoi 5 seminari maggiori, i 798 luoghi di culto (priorati, cappelle e chiese), le 94 scuole, le missioni in oltre 70 Paesi e membri di circa 50 nazionalità. 


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1 luglio 2026 ( modifica il 1 luglio 2026 | 20:40)