Firenze, 2 luglio 2026 – “L’esperto è chi ha fatto, in un campo molto ristretto, tutti i possibili errori”. La massima del fisico Niels Bohr è impressa sul sito del genetista fiorentino Ugo Ricci, l’uomo che a 63 anni, dopo una vita nella Scientifica, e anni a capo della équipe di genetica forense a Careggi, ha fatto riaprire il caso Garlasco. La sua consulenza mette in discussione una verità giudiziaria che sembrava scritta sulla pietra.

A sinistra il genetista Ugo Ricci. A destra Alberto Stasi e sotto Andrea Sempio

A sinistra il genetista Ugo Ricci. A destra Alberto Stasi e sotto Andrea Sempio

Dottor Ricci, ha messo la firma su una svolta clamorosa.

“Alberto Stasi nel 2015 viene condannato in via definitiva, ma in quelle motivazioni il dna sotto le unghie di Chiara Poggi rimane un fantasma. Mi riferisco al materiale genetico analizzato nel 2014, quando la perizia d’ufficio del professor Francesco De Stefano,disposta nel processo d’Appello bis, individuò sui margini ungueali della vittima tracce di dna maschile. Si trattava di aplotipi del cromosoma Y parziali, allora definiti ‘non consolidati’ e ritenuti non idonei a un’identificazione certa. Già all’epoca, però, la perizia stabilì un dato oggettivo: quel dna escludeva Alberto Stasi, quel profilo non fu considerato un elemento utile per condannare Stasi, ma incredibilmente nemmeno una prova sufficiente a escluderlo dalla scena del crimine. È rimasto in un limbo giuridico fino a quando non abbiamo applicato i nuovi modelli biostatistici, gli stessi poi confermati dall’incidente probatorio della dottoressa Albani, che collegano quelle tracce (in particolare sui reperti della mano destra e della sinistra) alla linea paterna di Andrea Sempio”.

La verità processuale è sigillata. Scattano le vostre indagini difensive.

“I difensori di Stasi avviano indagini difensive autonome. Nel mirino finisce Andrea Sempio. Gli investigatori recuperano una tazzina di caffè in cui ha bevuto e ne estraggono il dna. Incrociando quel profilo con i dati grezzi della perizia De Stefano del 2014, emerge il colpo di scena: quel cromosoma Y appartiene alla sua linea paterna. Gli avvocati di Stasi, De Renzis e Bocellari, presentano i dati all’allora procuratore di Pavia, Mario Venditti che convoca De Stefano per chiedere chiarimenti, ma il perito liquida la comparazione come una “suggestione”. I vertici della Procura cambiano: si insedia il nuovo procuratore capo Fabio Napoleone. Gli avvocati ripropongono l’istanza. La risposta di Napoleone è netta: ‘Per riaprire un caso sigillato dalla Cassazione occorrono fatti nuovi’. Siamo nel 2023”.

Da sinistra: Andrea Sempio, Chiara Poggi e Alberto Stasi

Da sinistra: Andrea Sempio, Chiara Poggi e Alberto Stasi

Cosa accade da quel momento?

“Incontro De Rensis e Bocellari, prendo in mano le carte e applico ai dati grezzi del 2014 nuovi algoritmi biostatistici. I calcoli confermano che quella traccia parziale è leggibile e compatibile. L’incidente probatorio della genetista Albani valida il mio lavoro: sulle unghie di Chiara c’è una forte corrispondenza con la linea paterna di Sempio. E’ la scienza che ha riaperto l’inchiesta”.

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Per blindare il lavoro ha coinvolto “al buio” il professor Lutz Roewer, massima autorità sul cromosoma Y.

“È stata una scelta metodologica fondamentale per garantire l’assoluta terzietà della prova. Ho preso i profili genetici di Alberto Stasi e di Andrea Sempio, li ho completamente anonimizzati rinominandoli semplicemente come profilo “A” e profilo “B”, e ho spedito l’intero pacchetto a Berlino, all’Istituto di Medicina Legale della Charité, dove lavora il professor Roewer che ha analizzato i dati senza conoscere i dettagli della cronaca italiana, senza sapere chi fosse la vittima e chi i sospettati. Ha lavorato in modo puramente matematico e biologico. Quando ha rimandato i risultati, il suo responso coincideva millimetricamente con il mio: il profilo compatibile con le tracce sotto le unghie di Chiara Poggi era lo stesso che io avevo identificato come Sempio. Gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis hanno allegato questa consulenza internazionale direttamente all’istanza depositata al Procuratore Capo di Pavia, Fabio Napoleone. Di fronte a una validazione scientifica di questa portata, firmata dal massimo esperto mondiale e ottenuta in cieco, l’ipotesi di una semplice ‘suggestione’ è caduta definitivamente”.

A sinistra, l'impronta 33 che secondo i periti della Procura appartiene a Sempio. A destra, la stessa impronta in una foto scattata dai Ris di Parma nel 2007 a casa Poggi che la difesa di Sempio contesta

A sinistra, l’impronta 33 che secondo i periti della Procura appartiene a Sempio. A destra, la stessa impronta in una foto scattata dai Ris di Parma nel 2007 a casa Poggi che la difesa di Sempio contesta

Il dna è la “pistola fumante” nelle serie Tv, ma lei ha frenato: con un profilo parziale non si arresta nessuno. Qual è il limite?

“La natura della traccia: un aplotipo del cromosoma Y parziale e misto non isola un singolo individuo, ma una linea di discendenza paterna. Da solo non basta per condannare”.

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Oggi pensa che la chiave del caso sia altrove?

“Il dna è servito a scardinare una verità giudiziaria che sembrava immodificabile. Ma oggi la vera chiave è nel complesso delle indagini. Con la nuova discovery non c’è solo una traccia di laboratorio: ci sono 21 indizi che si incastrano”.

La prova del dna, da sola, può andare oltre ogni ragionevole dubbio?

“Ci sono sentenze della Cassazione che gli attribuiscono valore di prova piena, questo avviene quando parliamo di dna autosomico (si eredita da madre e padre, ndr). È Il caso di Yara Gambirasio: i consulenti che esaminarono i profili di “Ignoto 1” furono tutti concordi nel stabilire che quella traccia genetica appartenesse a Bossetti. In quel contesto sì, il dna diventa la pistola fumante. C’è poi l’aspetto fondamentale delle banche dati nazionali. Oggi, quando si isola una traccia biologica e la si inserisce nel database nazionale, se il soggetto è già stato tipizzato il match è immediato e sicuro”.

Un ingrandimento video delle tracce trovate sotto le unghie di Chiara Poggi, uccisa nell'agosto 2007

Un ingrandimento video delle tracce trovate sotto le unghie di Chiara Poggi, uccisa nell’agosto 2007

Quando ha capito che la verità processuale poteva essere disallineata da quella scientifica?

“Ho sempre cercato una sola cosa: la verità. Non ho mai forzato un’evidenza biologica per compiacere il teorema di un pm o per blindare un arresto. Non esiste una verità dell’accusa e una verità della difesa. Esiste la verità”.

Ugo Ricci, il genetista di Garlasco: “Così ho fatto riaprire il caso. Il Dna scardina una verità immodificabile”

Dove si può annidare l’errore?

“Gli errori possono essere moltissimi, ma se dovessi fare una sintesi le direi che il pericolo principale risiede nella mancanza di qualità standardizzata. Dal 2016 la nostra normativa ha introdotto criteri rigidi per la banca dati nazionale del dna: per potervi trasmettere un profilo genetico, il laboratorio deve essere obbligatoriamente accreditato ai sensi della norma internazionale Iso/Iec 17025. Intendiamoci, non è che un laboratorio accreditato sia infallibile e non commetta mai errori, ma ne fa decisamente meno ed è strutturato per intercettarli e controllarli. Chi lavora seguendo i criteri rigorosi dell’accreditamento opera in maniera migliore perché riduce drasticamente le possibilità di sbagliare. La qualità certificata è l’unico parametro obiettivo che ci permette di arginare l’errore umano; senza questi protocolli rigidi, tutti tendiamo inevitabilmente a fallire. La nota dolente è che ancora oggi, nel 2026, ci sono troppi laboratori in Italia che non seguono questi standard”.

I campioni del delitto di Garlasco

I campioni del delitto di Garlasco

Dottor Ricci ha seguito i casi più drammatici della cronaca nera italiana, dalla scomparsa della piccola Kata a Firenze al delitto di Meredith Kercher a Perugia, fino all’omicidio della donna crocifissa a Ugnano. Quale di queste storie le è rimasta addosso?

“Sono fiorentino, e gli anni in cui il Mostro di Firenze colpiva le coppie nei nostri territori li ho vissuti sulla mia pelle. Ricordo benissimo il cartello ‘occhio ragazzi’. Per questo, la vicenda che mi sento più addosso in assoluto resta quella del Mostro. È una ferita aperta che mi porto dentro, accompagnata però da un profondo rammarico professionale: se all’epoca avessimo avuto a disposizione le tecnologie investigative, i protocolli d’accertamento e le conoscenze scientifiche sul dna che utilizziamo oggi, quella tragica storia avrebbe avuto una storia e un esito completamente diversi».

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Un’ultima domanda sul suo legame con Firenze e con le sue grandi istituzioni sanitarie, da Careggi al Meyer, dove lei ha speso la sua carriera. Quanta “fiorentinità” mette nel suo modo di intendere il lavoro e la vita?

“Moltissima, fa parte delle mie radici. Nel mio ultimo libro, Profili di qualità, mi sono divertito a raccontare questo legame attraverso l’orgoglio tipico di chi percorre via Calzaioli: quando arrivi in fondo, per guardare la torre di Palazzo Vecchio, devi per forza alzare la testa. Il fiorentino è fatto così: cammina a testa alta e non la abbassa davanti a nessuno. È un atteggiamento che storicamente non piace a tutti, ma è la nostra forza. Chi ha letto Maledetti toscani di Curzio Malaparte ritrova esattamente questo ritratto: la perseveranza, una punta di sfrontatezza, il rifiuto di tirarsi indietro di fronte alle difficoltà e la spinta a fare e costruire laddove gli altri si fermano. Nel mio piccolo penso di averlo dimostrato, perché una struttura di genetica forense come quella che abbiamo messo in piedi a Firenze non esiste in Italia. Certo, il mio rapporto con la città rispecchia l’antica divisione tra Guelfi e Ghibellini. Io sono sempre stato un ghibellino, un uomo fuori dal coro, e rimarrò tale. È la mia natura, che rivendico fino in fondo”.