di
Gaia Piccardi
Dopo la vittoria contro Borges al secondo turno di Parigi, il numero 1 ha ammesso: «Potrebbe succedere ancora perché non è che la soluzione si trova subito»
«È solo il secondo match sull’erba. Non cercavo la perfezione ma è necessario migliorare». Sinner dominator non abita più qui, da quando il tennis si è allungato tre set su cinque è evaporata la superiorità schiacciante del migliore, costretto a cinque set dal serbo Kecmanovic e a due tie break dal portoghese Borges. La buona notizia è che Jannik ha raggiunto la chiarezza sul malore di Parigi («Sì, abbiamo capito cosa mi è successo al Roland Garros»), anche se non può garantire di essersene liberato per sempre: «Potrebbe succedere ancora perché non è che la soluzione si trova subito, è qualcosa di più ampio ma sto facendo tutto il possibile per evitarlo… ».
Sibillino, però il tema salute è delicato: l’importante è che il rebus sia stato risolto. Il suo Wimbledon è una marcia di avanzamento verso il ritmo perduto, muovendosi cauto come se ancora non potesse tornare a fidarsi del suo corpo, confortato — nella quotidiana perlustrazione interiore — da strumenti di prevenzione visibili a tutti. La maglia cambiata con più frequenza, gli asciugamani freschi di frigo intorno al collo anche se il ritorno della canicule londinese è previsto per la settimana prossima («È ancora lunga, vedremo se succede»), i pasticconi integratori di sali ingollati con regolarità, profondi respiri a occhi chiusi al cambio di campo. E, se salisse la temperatura, è pronto nell’armadietto del club il giubbotto refrigerante dei primi giorni di allenamenti in Church Road. Sinner chiama Sinner: mi sentite? Prevenire è meglio che curare.
Non è soddisfatto del dritto, la percentuale di prime (ieri 67% contro il 74% di Borges) crescerà. «Sono stato un po’ indeciso nelle scelte: a volte non funzionavano, quindi cambiavo. E poi devo andare più a rete, muovermi meglio sull’erba, essere più aggressivo nell’atteggiamento — spiega —, e la risposta al servizio, soprattutto alla seconda, bisogna che sia più profonda. C’è un pacchetto di cose che posso fare meglio». Al dunque, con Borges, però Jannik è stato presente, affilato, efficace. L’esercizio del tie break è casa sua: quando si entra in zona Sinner, lui decolla e l’avversario si sgretola. Non ci sono stati i patemi d’animo dell’incrocio con Kecmanovic né la scarpa insanguinata e nemmeno le scivolate sull’erba infida. Wimbledon per il numero uno del ranking, sia pure con il freno a mano tirato, ridiventa gestione degli affari correnti: uno step verso la normalità. Aspettando di reincontrare il vero se stesso, il migliore si aggrappa alle virtù che l’hanno portato in vetta: «Con Borges è stato un match di pochi scambi, che però ha richiesto una concentrazione alta. Non la mia miglior partita, lo so, si va avanti passo dopo passo». Racconta che martedì mattina, reduce dalla paurosa caduta con Kecmanovic, si era svegliato un po’ tumefatto: «Il corpo non l’ho sentito benissimo». Due kinesiotape neri sugli addominali alti avevano risolto il problema contingente dell’allenamento di giornata; ieri con Borges era già tutta un’altra storia: «In partita non ho sentito niente».
Difendere il titolo di Wimbledon conquistato l’anno scorso con Alcaraz, in contumacia della sua nemesi e senza lasciarsi condizionare dal pensiero che in corso d’opera possano riaffiorare i sintomi di Parigi, è la sfida che il dottor Sinner ha abbracciato insieme ai suoi collaboratori, al corrente del problema. Sta giocando felpato, con la coscienza pulita di chi ha fatto tutto ciò che era in suo possesso per tutelarsi dall’imprevisto. Che adesso, se non altro, ha un nome, una diagnosi, una cura.
«L’obiettivo con Borges era spendere meno energie possibili» ammette in un mercoledì di piccole grandi confessioni personali, come per dare una spiegazione pubblica a un disturbo privato: se mi vedete così è perché c’è un motivo. Non resta che fidarsi del senso di Jannik per il tennis, del suo talento, dei consigli ricevuti dai medici del San Raffaele di Milano, a cui si era rivolto in due giorni di test molto approfonditi.
Dall’altra parte della rete, venerdì troverà l’americano Jenson Brooksby, 25 anni, n.72 Atp, il ragazzo di Sacramento che considera il suo disturbo nello spettro dell’autismo un super potere. C’è soltanto un precedente, a Washington nel 2021, vittoria di Sinner in due set, troppo lontano nel tempo per essere attendibile. Era un altro Brooksby, un altro Jannik, un altro mondo.
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2 luglio 2026 ( modifica il 2 luglio 2026 | 08:21)
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