Mentre scriviamo, sul Centre Court di Wimbledon Jannik Sinner sta completando il secondo turno contro il portoghese Nuno Borges, dopo aver superato al quinto set un ostico esordio con Miomir Kecmanovic. Un match, quello d’esordio, che ha lasciato il segno anche letteralmente: una brutta caduta sull’anca sinistra ha aperto una ferita al piede, con tanto di unghia rotta, e la macchia di sangue è finita dritta sulla tomaia candida della scarpa. Del resto il numero uno del mondo, campione uscente, veste come tutti gli altri centoventotto giocatori del tabellone: completamente di bianco, dalla maglietta ai calzini, dalle scarpe alla fascia tra i capelli. È un dettaglio che agli occhi di chi segue il tennis solo durante le due settimane londinesi può sembrare una semplice scelta estetica. In realtà è una delle regole più rigide e più antiche dell’intero sport professionistico, capace di mettere in difficoltà campioni come Roger Federer e di tenere lontano dai campi per anni un ribelle dichiarato come Andre Agassi.
Un’eredità vittoriana nata per nascondere il sudore
La storia del dress code di Wimbledon comincia con il torneo stesso, nel 1877. In quella prima edizione parteciparono solo aristocratici e persone benestanti, abituati a vestire di bianco perché erano tra i pochi che potevano permettersi di far lavare regolarmente gli abiti. Non era però soltanto una questione di censo. Nell’Inghilterra vittoriana sudare in pubblico era considerato sconveniente, quasi indecoroso per gentiluomini e gentildonne che si concedevano lo sport come intrattenimento raffinato tra un tè e l’altro. Il bianco, riflettendo la luce, aiutava a mantenere un aspetto composto e a rendere meno visibili le macchie di traspirazione. Un’esigenza pratica che si sposava perfettamente con la morale del tempo, per cui un’etichetta sociale finì, col passare dei decenni, per trasformarsi in regola scritta.
Da «prevalentemente» a «quasi interamente»
Per i primi ottant’anni di storia del torneo, il bianco fu più consuetudine che obbligo formale. Le cose cambiarono nel 1962, quando la campionessa brasiliana Maria Bueno si presentò in campo con pantaloncini che lasciavano intravedere tocchi di colore, provocando un piccolo terremoto nell’ambiente. La risposta del club arrivò l’anno successivo: nel 1963 il bianco divenne per la prima volta regola codificata, anche se nella formula più morbida di «abbigliamento prevalentemente bianco». Quella dizione lasciava margini che negli anni Settanta e Ottanta vennero sfruttati da campionesse come Chris Evert e Martina Navratilova, capaci di introdurre piccoli dettagli cromatici senza infrangere apertamente la norma.
Il giro di vite arriva più avanti. Nel 1995 la formula si irrigidisce e diventa «quasi interamente bianco», per poi conoscere l’inasprimento più severo nel 2014, quando l’All England Club estende l’obbligo anche a suole delle scarpe, reggiseni sportivi, fasce e polsini. Da quel momento il total white non riguarda più soltanto la maglietta o la gonna che si vedono in televisione, ma ogni singolo capo indossato, compresa la biancheria intima, con tolleranza pressoché nulla per varianti come il crema o l’avorio.
Il regolamento oggi: un decalogo quasi maniacale
Chi consulta oggi il regolamento ufficiale del torneo trova un documento estremamente dettagliato, che vale sia per le partite sia per gli allenamenti. Pantaloncini, gonne e pantaloni della tuta devono essere completamente bianchi, con la sola eccezione di un bordo colorato che non superi il centimetro lungo la cucitura esterna. La stessa tolleranza minima si applica a cappellini, fasce, bandane, polsini e calzini. Le scarpe devono essere quasi interamente bianche, comprese suole e lacci, mentre i loghi delle grandi marche sportive vengono scoraggiati quando troppo vistosi. L’unica vera concessione recente riguarda le giocatrici: dal 2023 è permesso indossare intimo di colore medio o scuro, purché non più lungo di pantaloncini o gonna. Una modifica accolta con favore generale, introdotta per alleviare l’imbarazzo legato a possibili macchie dovute al ciclo mestruale, tema che diverse tenniste avevano sollevato pubblicamente negli anni precedenti. Resta invece tassativa la richiesta di indossare il bianco già a partire dal momento in cui l’atleta entra nel perimetro del campo, e non semplicemente quando comincia a giocare.
I tennisti che hanno provato a ribellarsi
Non sono pochi i campioni che nel tempo si sono scontrati con questa regola, quasi sempre uscendone sconfitti. Andre Agassi, negli anni Ottanta, rifiutò per diverse stagioni di partecipare al torneo proprio a causa della sua insofferenza verso il dress code, lui che in carriera aveva fatto dei colori sgargianti un tratto distintivo. Quando nel 1991 accettò finalmente di scendere in campo a Church Road, lo fece rigorosamente in bianco, e l’anno successivo si tolse la soddisfazione di vincere il titolo. Anche Roger Federer, tra i tennisti più eleganti della storia, ebbe il suo piccolo incidente diplomatico: nel 2013 si presentò con la suola delle scarpe arancione e fu costretto a cambiarle prima del turno successivo, episodio che raccontò più di ogni altro quanto l’All England Club faccia sul serio con questa tradizione.
Anche i marchi tecnici hanno dovuto adattarsi, non sempre con successo. Nel 2016 diverse tenniste vestite Nike lamentarono completini troppo svolazzanti e scomodi, disegnati per rispettare il bianco ma poco pratici in campo; la risposta degli uffici del club, in quell’occasione, fu che si trattava di un problema dell’azienda, non del regolamento. Segno che a Wimbledon, quando si parla di colore degli abiti, non esistono davvero scorciatoie.
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1 luglio 2026 ( modifica il 1 luglio 2026 | 16:58)
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