di
Gaia Piccardi

Sull’erba nel 2024 con Medvedev, in Australia con Rune e Spizzirri, a Cincinnati con Alcaraz. Poi Roma e Parigi: c’è un problema e va affrontato

Il mito perfetto prevede che l’eroe muoia giovane, possibilmente in battaglia o al volante di una Porsche 550 Spider sulla route 466 della California. Gioventù bruciata, ed è subito leggenda. Ma agli antipodi di James Dean viaggia Jannik Sinner, il ragazzo italiano che giovedì 28 maggio ha vissuto la sua morte sportiva in diretta da Parigi, appiedato da una crisi fisica che l’ha consegnato al carneade di turno, Juan Manuel Cerundolo, nel torneo che avrebbe dovuto dominare.

È con la scoperta della sua fragilità che Jannik sta facendo i conti in questi giorni a Wimbledon. Sull’erba nel 2024 con Medvedev, in Australia con Rune e Spizzirri, a Cincinnati con Alcaraz: c’era sempre un motivo per gli svarioni e i ritiri, una notte insonne alla vigilia, una giornata particolarmente calda e umida, un virus che manda in tilt il sistema. Ma poi Roma (pur conquistata 50 anni dopo Panatta) e Parigi sono state le due coltellate che hanno squarciato il velo. C’è un problema, va affrontato.



















































L’ammissione di Londra, so di cosa si tratta e potrebbe risuccedere, significa convivere con la spada di Damocle di un passato recente che può ripresentarsi nel presente e allora si spiega l’atteggiamento cauto e attendista avuto da Sinner a Wimbledon sia con Kecmanovic (cinque set) che con Borges (due tie break): la scelta di rimanere un metro dietro la riga di fondo, colpendo la palla con meno anticipo del solito, come scrive Paolo Bertolucci sulla Gazzetta, è intenzionale e consapevole. Dice di Jannik: mi sto ascoltando per capire se posso ancora fidarmi del mio corpo come prima, sto esplorando la mia nuova normalità. Così facendo, Sinner sfata il falso mito.

Lo spiega bene il professor Paolo Crepet, psichiatra, sociologo e grande estimatore del numero uno italiano: «Solo gli stupidi posso indicare ai giovani il mito nella perfezione. Il mito è fragile. Non debole, attenzione: fragile. A questo ragazzo di cui parla tutta Italia, in fondo, non è successo nulla di drammatico: è semplicemente accaduta la vita».

Vediamolo, questo fiotto di vita pulsante dilagato dentro la bolla del tennis del migliore, non a caso nel momento di massima invincibilità, appena completata la striscia di cinque tornei Master 1000 vinti consecutivamente. «Jannik ha sofferto un eccesso di pressione, ha sostato troppo a lungo dentro una forzatura. Non può uscire a mangiarsi una pizza, però in cambio c’è la gloria» spiega Crepet. La pressione sociale ha montato la panna della perfezione all’eccesso: «Ma lui prima di tutti ha capito di essere fallibile, e che può riaccadere. E si è accettato, si sta accettando. Ha ben chiaro che più sei numero uno, più sei fragile. Immaginiamo quanta angoscia ci sia dentro questo sentimento, come si sia sentito a Parigi quando avvertiva salire i sintomi, che minuto dopo minuto si sono impossessati del suo fisico». 

Però tutto succede per un motivo. «Jung diceva: là dove cadi, nasce un albero. Il cosiddetto fallimento spalanca possibilità. Sennò tra vent’anni a Wimbledon la finale la giocheranno due robot: senza sudore, imperfezioni, errori. Senza vita». 

Nel racconto del nuovo Sinner, invece, ci sono i pasticconi di sali, la respirazione lenta e controllata al cambio di campo (la stessa, meno plateale, di Roma, quando in semifinale con Medvedev cercò di riprendere il controllo di se stesso), i giubbotti e gli asciugamani refrigeranti, e chissà cos’altro che non ci ha raccontato. L’esplorazione palmo a palmo di una realtà con cui scendere a patti. «Jannik a Wimbledon sta misurando i suoi limiti, tra dubbi e trepidazioni. Oggi ha una paura in più che lo rende più forte e consapevole. È finalmente un campione sensibile, e questo lo rende enorme».

Nel gioco di esistenze parallele che sarebbe piaciuto a Plutarco, Carlos Alcaraz – a modo suo – sta attraversando lo stesso processo. Fermato per tempo indefinito dall’infortunio al polso destro, osserva gli altri giocare a tennis chiedendosi: tornerò? E, se sì, tornerò quello di prima? «La maledizione del fisico connette Sinner e Alcaraz, i due eroi umani – continua Crepet -. Sono i duellanti di Ridley Scott, gli opposti attratti dal medesimo destino. Anche lo spagnolo, con questo stop forzato, è di fronte a un’opportunità di crescita, innanzitutto personale. Carlos e Jannik stanno costruendo una storia intrecciata e alimentano ciò che noi vogliamo dallo sport, cioè ciò che noi non siamo: più bravi, più intelligenti, più vincenti, più perfetti».

La crepa che si è aperta in modo così conclamato e brutale sulla superficie di Jannik Sinner, insomma, non solo è affascinante ma anche benvenuta. «È l’imperfezione che spalanca il cambiamento e l’evoluzione. La perfezione lasciamola ai computer. Non ci piace, non ci interessa». È l’intelligenza naturale che sconfigge quella artificiale. «Viva i fantasmi. Sinner diventerà ancora più grande, grazie ai suoi fantasmi». 

Ma come si può convivere con la propria spada di Damocle, professore? «È la sfida di Jannik: l’uomo davanti alle sue paure. Il corpo a Parigi l’ha lasciato e a Wimbledon gli si ripresentano i fantasmi del fallimento. La grande differenza è che ora li conosce. Li ha visti, affrontati, esplorati. Non credo si sia mai sento Narciso né Icaro. Nè è mai stato troppo innamorato della sua forza. Non ci vedo un peccato di hubris, insomma. Escludo che nel suo intimo si sia mai sentito invincibile o che abbia creduto a chi, accanto a lui, gli ha raccontato di esserlo. E se si fosse mai sentito Dio, beh, a Parigi ha avuto la sua risposta».

Un giorno questo dolore ti sarà utile, Jannik. Forse già venerdì con l’americano Brooksby al terzo turno. «Sinner a Wimbledon si sta occupando delle sue fragilità, tanto quanto dei suoi punti di forza. È facile allenare il servizio, è meno facile convivere con i dubbi. In psicologia si chiama coping: è l’insieme di strategie cognitive e comportamentali che una persona usa per superare situazioni stressanti. A Parigi Jannik ha incontrato l’altro Jannik e adesso vuole conoscerlo. Ha la grande occasione di aver capito cosa succede a un corpo che oltrepassa il limite. Quello che è accaduto forse lo rende più guardingo, di certo non più debole. E lo aiuta a maturare. Non è più un ragazzo, è un uomo».

I dolori del giovane Sinner. Parigi era l’appuntamento con il destino, a cui Jannik è arrivato puntuale. A Wimbledon il destino è un alleato, alla scoperta della prossima pagina di questo romanzo. Conoscere il proprio lato oscuro è la virtù dei grandi.

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2 luglio 2026 ( modifica il 2 luglio 2026 | 16:06)