di
Cesare Zapperi
Il presidente del Consiglio regionale del Veneto: «Chi oggi solleva obiezioni prima stava in silenzio»
«Il reato di femminicidio è stato approvato in via definitiva dalla Camera il 25 novembre scorso. La legge è entrata in vigore il 17 dicembre. Stiamo parlando di poco più di sette mesi fa, non del secolo scorso. Come mai nessuno avanzò obiezioni allora? Perché adesso si sollevano distinguo incomprensibili?». Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale veneto, cita due date e lancia due domande retoriche a chi, Roberto Vannacci e i suoi seguaci (a partire dal suo ideologo, quel Lorenzo Gasperini fino a pochi mesi fa esponente della Lega livornese), sostiene che il femminicidio «è un omicidio come gli altri».
Zaia, perché si stupisce?
«Perché chi oggi fa certe uscite viveva in questo Paese anche pochi mesi fa. Eppure, non ha mai sollevato obiezioni. Vannacci era vicesegretario della Lega allora e il mio partito ha sempre sostenuto, e convintamente, l’istituzione del reato ad hoc».
Lei parte da alcuni dati di fatto.
«Sì, per esempio da una dichiarazione dell’Onu del 1993 (33 anni fa…) contro la violenza sulle donne. Ma poi ci sono i numeri…».
Ne dica alcuni.
«Solo l’anno scorso su 286 omicidi, 97 hanno colpito donne (85 sono avvenuti in ambito familiare o di rapporti di affetto). Siamo di fronte ad un autentico bollettino di guerra, una tragedia che lascia senza fiato. Ma non è ancora tutto».
A cosa si riferisce?
«Dobbiamo pensare al sommerso. Si calcola che nel mondo ci siano almeno 325 mila donne che vivono segregate e 146 mila che hanno subito violenza sessuale. Di quelle che si presentano al pronto soccorso, solo un terzo denuncia. Le altre tornano a casa e prendono altre botte».
E allora perché c’è chi nega una specificità?
«Il mio obiettivo non è polemizzare con Vannacci ma tenere alta la guardia. Nella mia regione si sono verificate tante tragedie. Ricordo su tutte il caso di Giulia Cecchettin. Ma pochi giorno dopo il suo omicidio, in provincia di Treviso fu uccisa un’altra ragazza (era incinta). Ho incontrato donne che si sono salvate dopo essere state inseguite con l’accetta».
Di nuovo, perché allora certe uscite?
«Le considero uno scivolone. Questo è un tema su cui non sono ammesse distinzioni strumentali. Il femminicidio non è un’invenzione dell’era moderna, ma oggi c’è la consapevolezza che vada punito più severamente di altre fattispecie di omicidi».
Il Codice penale, però, non pare scoraggiare.
«Vero, dobbiamo lavorare sugli uomini: sulla loro educazione, sul rispetto per le altre persone prima che per l’altro sesso».
Ma come è possibile che nonostante allarmi e repressione non si riesca a mettere uno stop?
«Ancora non si è lavorato fino in fondo sulla cultura maschile, sulla loro (nostra) sfera emotiva, sulla capacità di domare certe pulsioni».
Dove si può intervenire?
«Bisogna agire a 360 gradi, ma è chiaro che si deve partire dalla scuola. Potrà anche sembrare scontato e ripetitivo, ma bisogna insistere con campagne di comunicazione e sensibilizzazione. Lavorare sul cambiamento culturale costa tempo e fatica, ma non c’è altra strada».
Se parla di scuola, ha il vantaggio di potersi rivolgere ad un compagno di partito, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara.
«La scuola fa già moltissimo e il ministro è seriamente impegnato su tanti fronti. Ma non mi farei problemi ad inserire in maniera strutturale questo tipo di educazione. Se posso, citerei un’esperienza personale».
Ci racconti.
«Quando sono diventato presidente della Provincia di Treviso i morti per incidenti stradali erano 210 all’anno. Quando me ne sono andato erano 20. Per anni ho fatto costruire nelle scuole mini-strade per insegnare come comportarsi, ho portato studenti nelle terapie intensive. L’educazione è un’opera sociale, non dobbiamo mai stancarci di portarla avanti».
2 luglio 2026
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