di
Aldo Grasso
Il direttore del Dipartimento di Cardiologia interventistica del Centro Cardiologico Monzino: «Le operazioni a cuore aperto? Eroiche. Mia moglie non fuma più per un voto»
L’estate e le sempre più frequenti ondate di calore mettono a dura prova il sistema cardiovascolare. Quali consigli darebbe agli anziani?
«Dirò una cosa apparentemente provocatoria: bisognerebbe regalare un condizionatore a tutti gli over 75. L’aria condizionata, usata bene, salva davvero delle vite. L’idea che faccia male è un pregiudizio che andrebbe archiviato. Naturalmente bisogna anche bere molto, alimentarsi correttamente, non fumare e dormire a sufficienza. Ma vivere in un ambiente adeguatamente raffrescato è fondamentale».
Ma se il cuore fa le bizze, come si interviene?
«Nel pronto soccorso si parte dal triage. Se si tratta di un infarto acuto, il paziente viene trasferito immediatamente in sala di emodinamica per l’angioplastica. Se sospettiamo una dissezione aortica, attiviamo nel giro di pochi minuti il percorso diagnostico e chirurgico. Nelle emergenze il tempo non è denaro: è sopravvivenza».
A raccontarlo è il professor Piero Montorsi, ordinario di Malattie cardiovascolari all’Università degli Studi di Milano e direttore del Dipartimento di Cardiologia interventistica del Centro Cardiologico Monzino, un’istituzione che per i milanesi è quasi un nome di famiglia.
Professore, quanto è davvero unico il Monzino?
«L’Istituto cardiologico Monzino è dedicato esclusivamente alle malattie cardiovascolari. In Italia non esiste nulla di analogo e, anche in Europa e nel mondo, strutture con questo livello di specializzazione sono piuttosto rare. Questa scelta ci ha consentito di sviluppare competenze estremamente approfondite in tutto ciò che riguarda il cuore e i vasi».
Dietro il Monzino c’è una storia tutta italiana, d’altri tempi: l’incontro tra un grande medico e un grande imprenditore.
«Una storia meravigliosa. Da una parte c’era Cesare Bartorelli, uno dei più grandi cardiologi italiani del 900, che aveva un’idea rivoluzionaria: riunire cardiologia, cardiochirurgia e ricerca in un unico luogo. Dall’altra c’era Italo Monzino, il fondatore della Standa (quando nacque si chiamava Standard, ma poi Mussolini ne pretese l’italianizzazione), un imprenditore illuminato che, quando Bartorelli gli parlò del progetto comprese subito che non si trattava solo di costruire un ospedale, ma di lasciare un’eredità civile al Paese. Oggi è un Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) e parte integrante del gruppo IEO-Monzino».
Lei ha trascorso tutta la sua vita professionale qui.
«Sì, e soprattutto ho avuto il privilegio di aver conosciuto il prof. Bartorelli e il suo allievo il prof. Maurizio Guazzi: figure carismatiche, capaci di trasmettere entusiasmo e di farti innamorare del lavoro. Ci sentivamo parte integrante di un’avventura comune entusiasmante. Il motto era: il bravo medico cura il malato, non la malattia».
Quando il Monzino è nato, quarant’anni fa, la cardiologia era molto diversa?
«Completamente diversa. Il cardiologo si affidava soprattutto alla visita clinica, all’ascolto del paziente e alla propria esperienza. Oggi disponiamo di tecnologie di imaging straordinarie: ecocardiografia avanzata, Tac, risonanza magnetica cardiaca. Possiamo osservare il cuore e i vasi con una precisione che quarant’anni fa sarebbe sembrata fantascienza».
Che cosa ha contato di più: la ricerca o la tecnologia?
«La ricerca viene sempre prima. È la ricerca che pone le domande e costringe a sviluppare strumenti sempre più sofisticati per trovare le risposte. Al Monzino, anche grazie al rapporto con l’Università Statale di Milano, la crescita scientifica è sempre stata il motore di tutto».
E la ricerca come si finanzia?
«Con i bandi ministeriali, le donazioni, la Fondazione Monzino e anche attraverso il cinque per mille, che continua a rappresentare un sostegno molto importante».
Il vostro pronto soccorso tratta esclusivamente pazienti cardiologici?
«Oggi arrivano soltanto pazienti con patologie cardiovascolari. Ma negli anni della transizione capitava di vedere casi di ogni genere. Ricordo ancora una persona che sosteneva di essere caduta dalla bicicletta e che invece aveva un coltello conficcato nel fianco. In quegli anni, Ponte Lambro era solo un borgo di lavandai, e la via Camaldoli era inizio e fine del loro piccolo cosmo separato».
Qual è stata la grande rivoluzione diagnostica degli ultimi decenni?
«La cardio-Tac o Tac coronarica è un esame diagnostico radiologico non invasivo che permette di visualizzare in 3D il cuore e le coronarie. L’esame si svolge in pochi secondi, è sincronizzato con un elettrocardiogramma, garantisce la massima nitidezza».
La cardiochirurgia mininvasiva ha cambiato il volto della medicina?
«Moltissimo. Oggi possiamo sostituire valvole cardiache attraverso cateteri, senza aprire il torace, oppure eseguire interventi con incisioni minime. Lo stesso vale per la chirurgia vascolare, dove l’approccio endovascolare con stent e palloncini ha rivoluzionato la pratica clinica».
Oggi gli stent hanno cambiato la storia della cardiologia.
«In modo radicale. Oggi il paziente arriva con una diagnosi già definita, viene trattato e, se tutto procede regolarmente, il giorno successivo può già tornare a casa».
Quando i giornali scrivevano «operato a cuore aperto», che cosa significava davvero?
«Significava aprire il torace, fermare il cuore, sostituirne temporaneamente la funzione con la circolazione extracorporea, operare e poi cercare di farlo ripartire. Era una chirurgia eroica, straordinaria, ma anche estremamente invasiva. Oggi molti di quei rischi si sono enormemente ridotti».
Mi tolga una curiosità: si può morire di crepacuore come succede in alcuni grandi romanzi dell’Ottocento?
«Il “crepacuore” esiste davvero, è un forte stress emotivo. A differenza di un infarto le coronarie non sono ostruite. La buona notizia è che, nella maggior parte dei casi, il cuore torna a funzionare normalmente nel giro di poche settimane».
Che cosa significava avere un infarto cinquant’anni fa?
«Significava affrontare un percorso molto difficile. Non esistevano le soluzioni terapeutiche di oggi. Il paziente veniva ricoverato, sottoposto a riposo assoluto, riceveva terapie di sostegno e poi affrontava una riabilitazione lunghissima. Il destino, purtroppo, era spesso segnato».
Lei è figlio d’arte: suo padre, il prof. Walter Montorsi, è stato uno dei grandi chirurghi del Policlinico di Milano, ha formato generazioni di chirurghi e dato un impulso fondamentale alla moderna chirurgia digestiva, epatobiliare e oncologica. I suoi fratelli hanno seguito le orme di suo padre con una carriera nella chirurgia. Come mai ha scelto la cardiologia?
«Per una ragione molto semplice: mi sono innamorato della cardiologia già all’università. E poi, in una famiglia composta quasi esclusivamente da chirurghi, serviva qualcuno che ricordasse che esiste anche la medicina interna. Mentre gli altri erano abituati a operare, qualcuno doveva pur occuparsi di un giradito o di un’unghia incarnita. Di questi tempi, poi, il cardiologo ha anche sostituito il medico internista, compito che una volta spettava al medico di base».
Quali sono i suoi pazienti più difficili?
«I parenti stretti e gli amici più cari, ma credo che questo sia il destino di ogni medico».
Lei insiste molto sulla lotta al fumo. C’è un episodio personale che lo dimostra.
«Sì, ed è legato all’11 settembre 2001. Stavo volando verso Washington per un congresso quando il nostro aereo, mentre sorvolava la Scozia, fu richiamato indietro dopo gli attentati alle Torri Gemelle. Mia moglie sapeva che ero diretto negli Stati Uniti e, non avendo notizie, era terrorizzata. Mi ha confessato poi di aver fatto un voto: se fossi tornato vivo, avrebbe smesso di fumare».
E mantenne la promessa?
«Sì. Quando tornai a casa scoprii che il Monzino l’aveva già rassicurata sul fatto che fossi salvo. Ma il voto era stato pronunciato e non si poteva tornare indietro».
3 luglio 2026
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