Dietro il rap c’è molto più dell’immagine, dei Rolex e degli algoritmi. Lo capisci parlando con Valerio Apice, in arte Vale Lambo – classe 1991, nato e cresciuto a Secondigliano, Napoli – un artista che non ha mai smesso di raccontare la realtà da cui proviene e che nella musica cerca l’autenticità prima di tutto. Oggi, mentre lavora al suo nuovo progetto discografico, si racconta in una lunga intervista a Leggo.




Dal lavoro come cameriere al microfono, la gavetta vera

La sua storia non comincia con un contratto discografico a sei cifre, ma con un diploma da odontotecnico in tasca e una valigia pronta per l’estero. Prima del successo c’è stata la vita reale, quella fatta di sveglie all’alba e mani consumate dal lavoro. «Prima dell’esordio facevo altri lavori, tantissimi», racconta con l’orgoglio pulito di chi non deve nascondere nulla. «Sono stato corriere per le spedizioni, cameriere, barista. Poi ho fatto il commesso a Londra: ci sono rimasto tre anni perché in Italia non trovavo lavoro e benessere. Facevo volantinaggio. Ho lavorato anche in una pasticceria: mi piace fare i dolci».



La musica, però, è sempre rimasta il filo conduttore del suo percorso. «È una passione che ho sempre avuto: è iniziata con i primi dischi di Tupac, dei Dipset, di French Montana – che è il mio artista preferito –, di 50 Cent ed Eminem. Ho iniziato a scrivere proprio guardando il film di Eminem, 8 Mile. All’inizio pensavo fosse una cosa accessibile solo a loro, agli americani. Poi mi sono detto: “Ora provo a scrivere anche io”».


Nessuna scuola di canto, nessuna scorciatoia. La tecnica si affina sul campo, tra le strade dell’hinterland napoletano. «La musica l’ho imparata sul campo con alcuni amici. A Casoria ci trovavamo con Lele Blade e altri. Lì ho cominciato a capire la tecnica, le barre… è una cosa che ti viene innata, non c’è un compito prestabilito: la capisci da te, facendo pratica. Lì scrivevo di Secondigliano, raccontavo il mondo che mi circondava». 



L’evoluzione e quella benedizione di Guè

Guardandosi indietro, Vale Lambo individua tre momenti che hanno segnato la sua crescita artistica. «La prima tappa è stata sicuramente È meglio pe loro», racconta. «Con quel brano Gué Pequeno mi ripostò sui social e mi diede la sua benedizione. Mi ha notato da subito, siamo amici, abbiamo anche conoscenti in comune. Io feci Dubai, che era la cover di un pezzo americano, poi insieme facemmo Un altro giorno e infine Medusa».



La svolta, la seconda tappa, arriva nel 2018 con Angelo. «È stato il disco che mi ha fatto conoscere davvero. La gente e i colleghi mi dicevano: “Sei fortissimo e originale”. Marracash mi disse che il disco faceva paura. Quando uno come lui ti dice una cosa del genere, speri davvero di potercela fare. Nella musica ci credevo, sentivo di avere qualcosa di diverso dagli altri. Però non credevo che sarei mai arrivato a collaborare con artisti come Gué o Luchè». 


Il suo percorso è fatto di ricordi, sacrifici e incontri decisivi. «Con Luca (Luchè) abbiamo fatto Che teng a veré che si trova nel disco Come il Mare. L’ho incontrato anche a Londra. Corrado mi faceva andare nel suo studio e mi faceva registrare i pezzi al microfono. La musica camminava con me anche quando pensavo che avrei fatto altro nella vita: prendevo lo stipendio dai miei vari lavori e mi pagavo da solo i video musicali. Quello di A ffa l’ammor me lo regalò Johnny Dama. Lavoravo duramente solo per poter fare musica».




La terza tappa è Lamborghini a via Marina (2024). «Mi ha dato le più grandi soddisfazioni a livello di numeri. Lì mi sono sentito più serio, più maturo».



Contro la dittatura della nostalgia

Vale Lambo rivendica la libertà di cambiare, senza restare ancorato a ciò che ha funzionato in passato. Per lui ogni disco rappresenta un’evoluzione, non la ripetizione della formula precedente. «Sto lavorando al nuovo disco, è quasi finito all’80%», racconta. «Ci sono alcuni pezzi che per me sono essenziali. Di recente è uscito il singolo For4ver (prodotto da Niko Beatz), una traccia nata d’inverno. È un progetto diverso dal solito. Se ci pensi, partendo dal collettivo Le Scimmie facevamo trap melodica, poi con Angelo ho proposto sonorità francesi, molto “viaggiate”. Ogni disco lo diversifico. Mi sento un artista versatile, ascolto vari generi».



Una scelta che, a volte, si scontra con le aspettative di una parte del suo pubblico. Su questo il rapper è netto. «Le parole che mi danno forza sono quelle in cui i colleghi e le persone mi dicono semplicemente che sono forte. La frase che invece mi fa arrabbiare è quando vogliono imitarmi o mi dicono: “Perché non fai un disco come quello che hai fatto in passato?”. Loro non camminano con la mia testa. Non seguono l’evoluzione. Nessuno fa le cose identiche alle precedenti, sarebbe sempre la stessa cosa. Sarebbe noioso fare dieci volte Angelo».



Tra il sogno del Maradona, Sanremo e l’idea di musica

Nel rap italiano si parla spesso di immagine, personaggi e dinamiche social. Vale Lambo, invece, riporta l’attenzione su quello che per lui conta davvero: le canzoni e il percorso artistico. «Io spero solo che la gente ascolti la musica e la capisca, e che non si leghi ai personaggi. Consiglio sempre a chi fa il mio lavoro di concentrarsi solo sulle canzoni, perché la musica parla da sola. Non serve il personaggio. Magari oggi arrivi al successo grazie a quello, ma poi perdi l’arte».




Gli obiettivi per il futuro restano grandi, ma affrontati con concretezza. C’è Napoli al centro dei suoi sogni: «Ho aperto il concerto di Luchè al Palapartenope: il mio sogno è riempirlo da solo, sarebbe la chiusura di un cerchio perfetto. Ovviamente, da napoletano, vorrei un giorno arrivare al Maradona». E Sanremo? «La vedo come una grandissima vetrina, ma ci vuole il pezzo adatto. Non andrei mai all’Ariston con un pezzo rap al 100%. Ci andrei con una traccia sulla falsariga di For4ver, vorrei rispettare la solennità di quel palco, senza limitare me stesso e chi mi ascolta.

Ma il Maradona resta il top».








Dietro l’artista c’è anche una famiglia che ha imparato a conoscere un mondo inizialmente lontano dalle proprie abitudini. «Mia mamma è la mia fan più grande. Papà all’inizio era scettico, ma è normale: prima non si respirava il rap, oggi ho 35 anni e quando abbiamo iniziato ci vedevano strani. Oggi il rap è la normalità. Mamma mi diceva sempre: “Fai quello che ti piace, poi si vede”. Io credo che pure se arrivi tardi, arriverai sempre se fai cose buone. I social forse hanno velocizzato tutto, ma è la consistenza delle cose buone che ti fa restare». Più che uno slogan, è la sintesi di un percorso costruito senza fretta, in cui ogni traguardo è arrivato dopo anni di lavoro.




Ultimo aggiornamento: venerdì 3 luglio 2026, 09:09





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