di
Marco Bonarrigo

Altra resa dei conti fra lo sloveno, che in stagione ha praticamente solo vinto, e il danese reduce dal trionfo al Giro d’Italia. Ma c’è tutto un Paese che fa il tifo per la giovane stella

Dopo aver visto Jonas Vingegaard sbranare il Giro d’Italia come una fetta di ciambellone e Tadej Pogacar trasformare i suoi sedici giorni di corsa stagionali in quindici passeggiate di salute vincenti (manca solo la Roubaix) è lecito chiedersi cosa ci si debba aspettare dal Tour che ieri è sfilato davanti alla Sagrada Familia e domani scatta da Barcellona se non l’ennesima sfida tra danese e sloveno.

Come stanno Vingegaard e Pogacar

Il primo si presenta rilassato come non mai: «Ho vinto il Giro senza far fatica, non si offenda nessuno — ha spiegato Vingegaard — e ho recuperato rapidamente: dopo una settimana mi allenavo già a buon ritmo. So di poter andare forte sia a cronometro che in salita, temo le tappe piatte e per questo i tecnici hanno scelto per me compagni grandi e grossi». 



















































Saranno i capelli tagliati a zero da monaco buddista, ma Pogacar appare decisamente più mistico: «Ormai sono scienziati e allenatori che a noi ciclisti dicono quanti grammi di carboidrati dobbiamo mangiare in ogni situazione di corsa, quante ore in galleria del vento, quante in altura — ha spiegato lo sloveno — quindi la vera rivoluzione sarà mettere un punto fermo alla ricerca e agli esperimenti per trovare un equilibrio. L’innovazione ormai è stress».

Il Tour oltre i suoi limiti

Tutto vero, tutto saggio. Il problema è che chi organizza lo spettacolo — ovvero il Tour — prova sempre ad andare oltre i limiti per esaltare lo show. Vedi la cronometro a squadre di domani: venti chilometri con due rampe verso il traguardo del Montjuic con — antidoto alla noia — la graduatoria che non si fa più sul quarto corridore arrivato ma attribuisce a ciascuno il suo tempo. 

Nell’imbastire le formazioni, i team — dopo frenetiche consultazioni con l’onnipresente AI — hanno dovuto scegliere uomini adatti a lanciare il capitano per poi farsi da parte ma capaci anche di non diventare zavorra sulle prime salite. Pogi si è portato l’alter ego Isaac Del Toro, il baby messicano che per molti potrebbe già battersi alla pari con Vingegaard in montagna, il danese ha voluto a tutti i costi il mantovano Affini che, pur dolorante dopo una caduta agli Assoluti, sa come tenerlo in equilibrio nel gruppo compatto a 50 all’ora.

Gli altri big, la Francia tifa per Seixas

A rompere le scatole ai due Divini ci prova la strana coppia Evenepoel & Lipowitz della Bora, team che vorrebbe partire con il belga in giallo per poi lanciare il tedesco sul podio. Gli olandesi puntano sulla creatività di Van der Poel, i francesi impazziscono per il 19enne Seixas, che ha tenuto le ruote di Pogi alla Liegi e deve difendersi dall’entusiasmo di chi già gli dedica libri e documentari.

Tutti gli altri cercheranno disperatamente di emergere giorno dopo giorno, fuga dopo fuga in una corsa che abborda i Pirenei e diventa selettiva già nella terza tappa, appena superato il confine spagnolo. I dodici italiani presenti dovranno darsi molto da fare: Piganzoli dopo il Giro d’Italia torna al servizio di Vingo, Ganna farà da locomotiva alla Ineos nella prima tappa e poi proverà a vincere la sedicesima in Alta Savoia. Antonio Tiberi, unico capitano designato, dovrà far capire alla Bahrain Victorious di valere il suo sontuoso stipendio e ai tifosi nostrani di non essere già un ex talento.

3 luglio 2026 ( modifica il 3 luglio 2026 | 08:34)