di
Elena Tebano

Secondo il Center for strategic & International Studies, i militari ucraini morti sono tra i 125 e i 150 mila (e le vittime totali, ucraine e russe, tra morti, feriti e dispersi sono oltre 2 milioni. Un dato spaventosamente alto. Ma che non riesce a convincere il leader di Mosca a fermare l’invasione

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Ieri notte almeno 30 persone sono morte in un altro massiccio bombardamento della Russia, che ha lanciato sull’Ucraina 74 missili e 496 droni, ha colpito pesantemente anche il centro di Kiev e ha danneggiato almeno 130 edifici. Mosca ha dichiarato che gli attacchi erano una rappresaglia per quelli ucraini contro il suo territorio: Kiev nelle ultime settimane ha intensificato i bombardamenti alle centrali energetiche e alle raffinerie russe, nel tentativo di colpire il cuore del Paese nemico. Dopo oltre quattro anni di guerra il conflitto non accenna a diminuire di intensità e anzi diventa sempre più acceso.



















































Né l’Ucraina né la Russia rilasciano dati ufficiali sulle vittime cadute in combattimento, dati considerati sensibili e usati per la rispettiva propaganda militare. Kiev si limita a fornire i dati delle vittime civili del conflitto. Adesso però un nuovo studio americano fornisce una stima dei caduti nel conflitto e rivela la misura della carneficina che sta scontando soprattutto la Russia.

Secondo il Center for strategic & International Studies (Csis), mentre i militari ucraini morti tra febbraio 2022 e giugno 2026 sono stati tra 125 mila e 150 mila, la Russia ha avuto tra 400 e 450 mila morti in battaglia. Il Csis calcola che nel complesso le vittime russe e ucraine della guerra (un dato che include i morti, i feriti e i dispersi) sono oltre 2 milioni (di cui 1,4 milioni russe). A queste vanno aggiunte le vittime civili: secondo l’Onu tra febbraio 2022 e maggio 2026 i civili morti in Ucraina sono stati oltre 16 mila, mentre i feriti tra i civili hanno superato i 46.500. E negli ultimi sei mesi c’è stato un netto aumento.

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Quello che impressiona però è il numero di morti in battaglia, definito «sbalorditivo» dallo stesso Centro studi. «Le vittime russe in Ucraina sono più di quattro volte superiori al totale delle vittime statunitensi in tutte le guerre messe insieme dalla Seconda guerra mondiale in poi, e più di nove volte superiori al totale delle vittime sovietiche e russe in tutte le guerre messe insieme dalla Seconda guerra mondiale in poi» si legge nel rapporto. Inoltre, il tasso mensile di vittime della Russia, pari a oltre 30.000 al mese nel 2026, ha probabilmente superato il tasso di reclutamento della Russia, pari a circa 27.000 nuove reclute al mese. Il rapporto tra le vittime russe e ucraine è probabilmente salito a quasi 8:1 nella prima metà del 2026, in aumento rispetto al precedente rapporto di 2:1». L’aumento delle perdite russe è dovuto in gran parte all’uso sempre più massiccio di droni – compresi quelli controllati dall’Ai – da parte delle forze ucraine.

A queste enormi perdite si aggiunge il fatto che il conflitto è ormai da tempo in stallo. «L’offensiva terrestre russa si è in gran parte arenata, con una velocità media di avanzata di circa 50 metri al giorno nei pressi di Kostiantynivka, 70 metri al giorno nei pressi di Pokrovsk e 90 metri al giorno nei pressi di Sloviansk. Si tratta di ritmi di avanzata tra i più lenti mai registrati in qualsiasi guerra dell’ultimo secolo» scrive ancora il Csis. «Il controllo territoriale della Russia in Ucraina si è ridotto nella primavera del 2026. Le forze russe hanno perso più terreno di quanto ne abbiano conquistato sia ad aprile che a maggio, con una perdita netta di circa 400 chilometri quadrati e le prime perdite nette mensili dall’agosto 2024: un ulteriore segno delle difficoltà militari della Russia».

Da questi dati appare evidente che la Russia sta lentamente perdendo la guerra. Ma questo non significa che possa essere indotta a cercare una soluzione diplomatica al conflitto. Il presidente autoritario Vladimir Putin non mostra di averne la minima intenzione, come notano anche gli autori del rapporto, Seth G. Jones e Riley McCabe: «Nonostante le ingenti perdite,  la Russia continua a combattere: una decisione che spetta interamente a Putin, il quale non ha dato alcuna indicazione pubblica di voler rallentare il ritmo, anche se i costi della guerra diventano sempre più difficili da nascondere a un’opinione pubblica che mostra segni di stanchezza. Finché Putin rimarrà disposto a pagare il prezzo elevato, la Russia potrà continuare ad attingere a un ampio bacino di risorse umane e a un’economia di guerra che, sebbene sotto pressione, non ha ancora ceduto» scrivono. «L’amara ironia della guerra in Ucraina è che, nonostante le difficoltà sul campo di battaglia e le vulnerabilità economiche della Russia, gli Stati Uniti e l’Europa non sono riusciti a esercitare appieno pressioni economiche o militari. Senza costi maggiori in termini di vite umane e risorse finanziarie, Putin probabilmente continuerà a combattere, anche se sta spingendo il suo Paese verso un abisso economico, politico e militare».

Ma dall’analisi del Csis emerge anche un altro aspetto, che nel rapporto non è esplicitato: il costo umano della guerra è aumentato. Nell’epoca dei droni e dell’Ai i conflitti diventano sempre più sanguinosi.

In un libro del 1992, Ragazzi di Zinco (pubblicato in italiano dalle Edizioni E/o), la scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievič, premio Nobel per la letteratura, ha raccontato cosa la guerra in Afghanistan aveva fatto «all’anima dell’uomo». Il titolo del libro è un riferimento a come venivano chiamati i ragazzi mandati al fronte, che spesso tornavano in bare di zinco sigillate, senza che i genitori potessero sapere se i resti ricevuti erano davvero i loro. Parlando con le loro famiglie Aleksievič ha raccontato l’impatto della guerra sulle vittime (che all’epoca il regime sovietico teneva nascoste) ma anche sui superstiti, tornati salvi ma non sani, perché al fronte avevano imparato solo a uccidere e non sapevano più smettere. «Mi succede ogni tanto di odiare tutti quelli che incontro per strada o che vedo dalla finestra. Faccio fatica a trattenermi… Fortunatamente alla dogana requisiscono le armi, le bombe a mano…» le aveva raccontato uno di loro.

«Si tratta di tutt’altra guerra, con altre armi, ben più potenti e spietate: è sufficiente paragonare una mitragliatrice al lanciamissili Grad, capace di ridurre in polvere una parete di roccia; e anche la psicologia dei combattenti è diversa: qui si tratta di ragazzi strappati alla vita di tutti i giorni, la scuola, la musica, le sale da ballo e gettati nell’inferno, nel fango. Ragazzi di diciotto o vent’anni, che avevano appena finito di studiare e ai quali si poteva far credere qualsiasi cosa. Solo dopo avrebbero capito: “Ci sono andato come fosse una nuova Grande guerra patria, ma mi sono ritrovato in una guerra assai diversa”, “Volevo diventare un eroe, ma adesso non so neppure dire chi sono io veramente e cosa hanno fatto di me”. Finiranno per capire, ma non tanto presto, e non tutti» scriveva allora Aleksievič.

Allora i morti russi furono 30 mila, ma la guerra lasciò un’ombra pesante sul Paese. Sono cambiati i fronti, i regimi e le armi, ma oggi come allora il governo russo è alla disperata ricerca di carne da macello, e intanto nasconde il vero bilancio del conflitto, nel tentativo di attirare sempre nuove reclute. Oggi però le vittime russe (morti, feriti, dispersi) sono molte di più: 1,4 milioni. E se si contano anche quelle ucraine le vittime della guerra salgono a 2 milioni. Anche se finisse oggi è destinata a lasciare una ferita che rimarrà a lungo aperta e che a lungo farà male a tutta la società russa. Anche i russi, come gli ucraini, sono vittime di Putin.

3 luglio 2026 ( modifica il 3 luglio 2026 | 15:35)