di Ferruccio de Bortoli

27 Paesi e un segreto: formare la più grande unione di minoranze del mondo. È diffusa la sensazione che l’Ue abbia annacquato le loro identità. In realtà è l’esatto contrario: non vi è contraddizione nell’essere legati alla propria terra e dichiararsi italiani o spagnoli e anche europei

Oh, prosc Ladins, d’osc bel lingaz tignide cunt! Oh, cari ladini, della vostra bella lingua abbiate cura. Sono i primi versi della struggente poesia di uno dei grandi intellettuali ladini, Jan Batista Alton (1845-1900). Era nato a Colfosco, Alta Badia, oggi in Alto Adige, dove non si può dire che la minoranza tedesca – in alcune valli assoluta maggioranza – non sia protetta e garantita. In quei meravigliosi paradisi dolomitici il ladino è la terza lingua dopo l’italiano e il tedesco. L’orgoglioso popolo che ancora lo parla è sparso su tre province: Bolzano, Trento e Belluno. Questa tripartizione inquieta alcuni dei suoi esponenti che denunciano le differenze di tutela, di sensibilità umana e culturale, tra un territorio amministrativo e l’altro. I ladini aspirano a vedere riconosciuta una maggiore autonomia. E hanno approfittato delle Olimpiadi di Milano e Cortina per rivendicarlo. Con misura ed educazione, non andando al di là dell’esposizione di qualche simbolo o bandiera.

Un lettore del Corriere, Emilio Talmon, mi ha scritto numerose lettere e inviato corposi documenti a sostegno della causa del popolo ladino che, a suo dire, sarebbe vittima di oblio e noncuranza. Eppure il nostro Paese ha una tradizione civile e culturale di rispetto di ogni gruppo. Un articolo della Costituzione garantisce “la tutela, con apposite leggi, delle minoranze etniche e linguistiche” (francese, slovena, sarda e via di seguito). La legge nazionale 488 del 1992 ne ha individuate dodici.



















































Uno dei posti più belli in assoluto della terra ladina è Colle Santa Lucia. Non conoscevo il piccolo paese (e pensare che è in provincia di Belluno, dove nacque mio padre) prima che un giorno mi ci portasse Gian Antonio Stella, innamorato e residente di quella incantevole valle. C’è forse il cimitero più bello del mondo, dal quale si gode un panorama unico. Come una prua che si slancia verso il vuoto. Avete presente il celebre quadro del pittore romantico tedesco Caspar David Friedrich? Un uomo, ritratto di spalle, ammira l’infinito mistero della natura. Sembra di vederlo lì. Quando il cielo è terso lo sguardo arriva fino alla pianura veneta. La bellezza, per fortuna, non ha confini. Ci siamo mossi, io e Gian Antonio, senza quasi far rumore come fossimo estranei o ospiti non graditi. Eppure non dovrebbe essere così. Siamo tutti cittadini italiani. Forse esistono ancora barriere invisibili, inattesi scogli psicologici che impediscono di realizzare una piena unità nazionale dei sentimenti pur nel rispetto sacro delle diversità.

E qui sta il punto di questo piccolo viaggio nelle identità. Diffusa è la sensazione che l’Unione europea le abbia annacquate, omologate, addirittura calpestate. Uno dei peggiori pregiudizi. Ma di grande successo e popolarità. In realtà è l’esatto contrario. L’Unione europea è la struttura politico-istituzionale che garantisce di più le minoranze. Anzi, è la più grande unione di minoranze al mondo. E dovremmo esserne fieri. Ogni minoranza non corre più il rischio o quantomeno ha tutti gli strumenti per affrontarlo, di essere discriminata o schiacciata dalla maggioranza, etnica, linguistica, religiosa della propria nazione. 

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La principale e storica causa dei conflitti (ultimo esempio l’invasione russa dell’Ucraina) è la pretesa, giusta o sbagliata che sia, di difendere o soccorrere i compatrioti perseguitati, come minoranze, nei Paesi vicini. Siano essi i tedeschi dei Sudeti, in quella che oggi è la Repubblica Ceca, o i russofoni del Donbass. Se soltanto ragionassimo, per un attimo, su quale indiscutibile traguardo di civiltà rappresenti questa Unione di minoranze forse saremmo disposti a perdonare qualche errore di troppo nella costruzione europea. La più grande assicurazione che mai sia stata stipulata sul mantenimento della pace è stata proprio l’Unione europea concepita come insieme di minoranze. Come ci sentiremmo oggi, se al pari dei nostri genitori e dei nostri nonni o bisnonni, che ebbero la sfortuna di nascere nella prima parte del Novecento, fossimo stati costretti al dolore e alla sofferenza di due guerre mondiali combattute nel giro di un ventennio? Una nel 2005 e una oggi, tanto per fare un esempio.

Durante il suo periodo di presidenza della Commissione europea, tra il 1999 e il 2004, Romano Prodi portò a termine il più grande allargamento mai avvenuto nella storia dell’Europa unita. I Paesi membri passarono, di colpo, da 15 a 25. Quella scelta fu molto criticata. Anche perché includeva, forse prematuramente, alcune Nazioni rimaste a lungo sotto il tallone dell’Unione Sovietica come Polonia, Ungheria, Cechia, Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania. Oltre alla Slovenia, che faceva parte della dissolta Jugoslavia. Completavano la lista Malta e Cipro. Il processo di integrazione europea subì un’inevitabile battuta d’arresto. Troppe le diversità. Prevalsero le preoccupazioni di natura strategica. Il timore di dover assistere, sul fronte Est, al ripetersi delle guerre locali che avevano insanguinato i Balcani. Un’esplosione di odio etnico e razziale, rimasto a lungo compresso e potenzialmente ingigantito dagli anni di repressione del regime comunista, peraltro non allineato con Mosca, del maresciallo Tito. La Polonia che entrava nell’Unione aveva lo stesso reddito pro capite dell’Ucraina che vi restava, sfortunatamente, fuori. Prima dell’invasione del 2022, il rapporto era già dieci a uno. Ora la Polonia è tra le grandi potenze economiche dell’Europa.

In occasione del ventennale dell’adesione, tanto criticata, di quei dieci Paesi, Prodi ha ricordato un episodio che lo ha commosso. Aveva appena finito un intervento al Parlamento romeno nel quale aveva spiegato opportunità ed obblighi connessi al processo di adesione, quando si alzò e chiese la parola un anziano signore con la barba. Si presentò come un “un membro della minoranza non ungherese”. Già questa sottolineatura faceva capire quanto intricato fosse ed è il dedalo etnico di quel Paese.

Ma  non è il solo. Accade un po’ ovunque. Siamo un continente di migranti, frutto di invasioni, conquiste, deportazioni, persecuzioni. Un gigantesco melting pot. Il discorso del deputato era entusiasta con toni persino eccessivi. Prodi gli domandò il perché di tanto trasporto emotivo. E lui rispose: “Mio nonno è stato ucciso perché era membro di una minoranza; mio padre è stato esiliato perché era membro di una minoranza. lo voglio che la Romania entri in Europa perché l’Europa è un’Unione di minoranze”.

Quel discorso, dell’umile deputato romeno, andrebbe ascoltato più volte, soprattutto da chi sventola irresponsabilmente la bandiera secessionista o indipendentista credendo che il distacco dall’Unione europea crei di per sé libertà e benessere. Non è stato così nemmeno per una potenza post imperiale come il Regno Unito. Sono molte le minoranze, le diverse nazionalità dell’Unione. Anche organizzate in partiti che politicamente possono persino pesare parecchio come in Spagna. I catalani, però non hanno ricevuto nella loro battaglia indipendentista alcun appoggio da Bruxelles. E se si fossero staccati dalla Spagna avrebbero voluto di corsa rientrare nell’Unione. Poi ci sono i galiziani. L’ala armata dei baschi (l’Eta) è stata debellata grazie al processo europeo di riconoscimento e incoraggiamento delle autonomie. E, ancora, i corsi in Francia, i fiamminghi in Belgio. Persino nelle isole Far Øer c’è un movimento che vuole staccarsi da una Danimarca alle prese con il caso Groenlandia.

Molti dei gruppi indipendentisti fanno parte della European Free Alliance che il Parlamento Europeo ha creato a difesa delle minoranze e delle autonomie regionali. Tommaso Padoa-Schioppa, raffinato intellettuale e banchiere centrale, sosteneva che non vi è alcuna contraddizione nell’essere legati alla propria terra, battersi per la sua autonomia, per la salvaguardia di lingue e tradizioni e, contemporaneamente, dichiararsi orgogliosamente italiani o spagnoli e, alla fine, convinti europei. Anzi quest’ultima appartenenza rafforza le prime, non le indebolisce. Tempo fa mi è capitato di passare, nelle ridenti terre del Prosecco trevigiano e vedere una persona agitare bandiera con la scritta. “Il Veneto non è in Italia”. Avrei voluto avvicinarmi e dargli del mona. Ma tirai, prudentemente, dritto.

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3 luglio 2026 ( modifica il 3 luglio 2026 | 15:33)