Il generale va di fretta. L’anno prossimo si terranno le elezioni e Roberto Vannacci ha poco tempo per allacciare relazioni con i rappresentanti degli Stati esteri in Italia, fattore essenziale per ogni partito. Anche per chi predica il sovranismo. Perciò raccontano che il leader di Futuro nazionale si stia affannando a contattare le ambasciate, chiedendo udienza ai loro uffici. Specie in un caso — secondo fonti accreditate — sta attendendo una risposta. Che tarda ad arrivare. 

Sarà perché l’agenda è piena o perché la missione è un po’ sguarnita in tempo di ferie estive: sia come sia, dal corpo diplomatico israeliano di stanza a Roma non si fanno ancora sentire. Eppure Vannacci si considera «un amico» di Israele, sostiene che abbia diritto a difendersi dagli attacchi terroristici di Hamas e dice che lo Stato della Palestina «tecnicamente non esiste». Certo, non giustifica ogni scelta militare del governo di Benjamin Netanyahu e critica la decisione di aver mosso guerra all’Iran pensando di rovesciare il regime. Però la sua postura non dovrebbe valergli l’assenza di un riscontro, quasi fosse una sorta di muro. 



















































Così sale la tensione dell’attesa, perché si sa che i politici italiani hanno una particolare attrazione per alcune ambasciate. Il Movimento Cinquestelle, per esempio, all’inizio della sua avventura potè contare sui voti degli elettori nel Paese e sul sostegno della diplomazia americana nel Palazzo. Gli Stati Uniti appoggiarono anche la scelta di passare da un governo con la Lega a uno con il Pd. In quel frangente il presidente Donald Trump fece addirittura un endorsement a favore di «Giuseppi» Conte. Fatto senza precedenti, come senza precedenti era stata l’autorizzazione concessa dal premier per un incontro irrituale del ministro della Giustizia americano con i vertici dei servizi segreti italiani. 

Ecco perché il tassello diplomatico è indispensabile per completare il puzzle di un partito. Che è una macchina molto complessa. Ha bisogno di soldi, ma quelli a Vannacci non mancano. E deve strutturare l’organizzazione, tema sul quale il generale ha ricevuto consigli da Matteo Renzi, come racconta lo stesso Renzi. «Magari l’ex premier — ironizza il forzista Giorgio Mulé — gli avrà dato una mano a contattare l’ambasciata dell’Arabia Saudita».

Chissà se il leader di Iv — oltre a sollecitarlo nella rottura con la Lega — ha illustrato al generale la sua visione sulla politica internazionale, dov’è ferrato. Infatti sul conflitto in Ucraina ci aveva visto giusto: «Da una parte c’è Wladimir Putin, che viene dalla scuola del Kgb. Dall’altra c’è Volodymyr Zelensky, che viene dalla scuola di Netflix. E quando finirà…». Ma sulla Russia Vannacci la sa lunga. 

È tornato da Mosca, dov’era addetto militare all’ambasciata italiana, con le amicizie giuste e le idee chiare. E non ha mai cambiato né le amicizie né le idee. Teorizza che l’Ucraina «deve cedere i territori conquistati dall’Armata russa e deve accettare di diventare un Paese neutrale». Afferma che «arginare l’influenza del Cremlino non è nell’interesse nazionale». E spiega di essere «a favore delle nazioni europee», che è cosa diversa dal dichiararsi favorevole all’Unione europea. «Però non sono pro Putin», giura. 

Anche se tra i suoi amici a Mosca il generale annovera il «conte Pietro Stramezzi» (così si presenta) che riempie i social di svastiche, ha rapporti con Anton Kobyakov consigliere speciale del dittatore, è responsabile per i progetti esteri di un’azienda petrolifera russa, mentre nel tempo libero si fa fotografare con trafficanti d’armi internazionali e frequenta un centro in Crimea dove vengono rieducati i ragazzi ucraini rapiti. Ognuno può ovviamente accompagnarsi con chi vuole. Per quanto — a detta di un diplomatico di rango — «l’imprinting può comportare dei problemi» quando si contattano certe ambasciate. 

Così il puzzle resta incompiuto. Manca quel tassello. Ma a leggere i sondaggi non mancano i consensi. Vannacci scala la graduatoria dei partiti e pone il centrodestra davanti al bivio: lasciare Futuro Nazionale fuori dall’alleanza o scegliere di metterlo in coalizione? Se così fosse Vannacci diverrebbe l’ago della bilancia in caso di vittoria, e magari potrebbe copiare lo schema che Renzi vorrebbe applicare nel centrosinistra. Lo sentirono in molti quel giorno alla buvette del Senato, quando l’ex premier annunciò il suo avvicinamento al Campo largo: «Prima entro, poi esco». Il generale attende un segnale dalla diplomazia israeliana. All’ambasciata russa invece le porte sono sempre aperte.

3 luglio 2026, 22:41 – modifica il 3 luglio 2026 | 22:58