di Federico Fubini

Prima potenza manifatturiera, Pechino ha anche vari punti deboli. A cominciare dalla demografia: nel 2050 potrebbero essere 200 milioni in meno. E sul piano degli investimenti, l’attrattività è in calo. Ecco perché non ha mai avuto tanto bisogno dell’Ue, unico mercato ricco per l’export. Apriamo un negoziato per trovare un equilibrio buono per tutti. Perché non vincano i timori (soprattutto in Germania)

La storia non torna mai sui suoi passi, ma in compenso ha moltissimo da insegnare. Anche adesso che il mondo e soprattutto l’Europa sono di fronte a una domanda che definirà il futuro forse più delle polemiche sul protezionismo di Donald Trump: fino a che punto è giusto, o possibile, contrastare l’ascesa della Cina?
La vicenda degli scontri fra grandi potenze occidentali del passato non è necessariamente il modello per la rivalità fra economie avanzate e la Repubblica popolare oggi. I giochi di specchi fra partite geopolitiche e commerciali in epoche diverse sono sempre imperfetti. Eppure la rivalità fra la Germania in ascesa del Kaiser Guglielmo III e un impero britannico attanagliato dal terrore del declino qualche lezione la contiene, specie se si guarda alla “nuova” superpotenza industriale di oltre un secolo fa.
Nel 1880 la quota della Germania nella produzione manifatturiera mondiale era (in calo) all’8,5% del totale; ma, essendo il resto del mondo ancora escluso dalla rivoluzione industriale, la Germania era in sostanza a meno di un decimo della produzione totale del resto d’Europa e degli Stati Uniti. Una generazione più tardi, la quota della Germania era raddoppiata. Non solo si era formato il primo Paese d’Europa occidentale sul piano demografico, ma questo era rapidamente divenuto una superpotenza economica. La nuova nazione creata nel 1871 e guidata dall’imperatore prussiano aveva superato per capacità industriale la Gran Bretagna – la grande potenza dominante – ed era seconda solo agli Stati Uniti. La Germania coronava così l’ascesa più rapida mai registrata della storia moderna.

Una delle ragioni che spinsero il Kaiser a rischiare un conflitto contro la Gran Bretagna stessa e la Francia nel 1914 fu la convinzione che in seguito sarebbe stato più difficile. A Berlino ci si era convinti che le potenze imperiali tradizionali si sarebbero coalizzate per bloccare l’ascesa tedesca; si temeva che negli anni seguenti il Paese sarebbe stato in posizione più debole per imporsi rompendo il blocco degli imperi occidentali. I tedeschi pensavano di essere al picco della loro potenza, poco prima che iniziasse il declino indotto dai rivali. Si convinsero dunque che dovevano rischiare il tutto per tutto.



















































INVESTIMENTI IN DRASTICO CALO
Facciamo ora un salto alla traiettoria della Cina. Nel 1990 la Repubblica popolare era il Paese più popoloso del mondo ma arrivava a stento al 3% della produzione manifatturiera internazionale. Una generazione più tardi, nel 2025, la Cina è stata scavalcata dall’India per peso demografico; in compenso è di gran lunga la prima potenza manifatturiera, con una quota di poco più del 30% della produzione globale. Al netto della prima rivoluzione industriale, guidata dall’Inghilterra oltre un secolo e mezzo fa, solo gli Stati Uniti erano mai riusciti a raggiungere una simile supremazia nei beni manufatti.
La sensazione che il tempo stia giocando contro, per le élite di Pechino, potrebbe venire in primo luogo dalla demografia. Il 2023 è stato il primo anno nel quale la popolazione cinese è calata, di circa 2,5 milioni di persone. Entro metà del secolo, fra appena 24 anni, il Paese potrebbe aver perso duecento milioni di abitanti o più; sempre entro quella data, il 40% della popolazione avrà più di 60 anni. L’India è destinata ad avere allora una popolazione di 1,7 miliardi di persone, del 25% più grande di quella della Cina e con una quota di ultrasessantenni del 20% più bassa che in Cina. «La demografia cinese è una bomba ad orologeria», conclude il politologo di Yale Arne Westad nel suo ultimo saggio The Coming Storm. Power, Conflict and the Warnings from History.

Non è la sola minaccia per i sogni di supremazia coltivati a Pechino. Un’estrema diffidenza nel resto del mondo per il timore di subire spionaggio industriale e altri abusi sta facendo collassare per la prima volta gli investimenti esteri diretti nel Paese. Specialmente quelli in arrivo dall’Europa e dagli Stati Uniti. Questi investimenti in Cina sono scesi del 13,7% nel 2023 (sull’anno prima), di quasi il 25% nel 2024 e di quasi il 10% l’anno scorso. Solo negli ultimi tre anni, si sono quasi dimezzati. La Cina è sempre più potente sul piano tecnologico e industriale, ma è sempre meno attraente. Malgrado il suo mercato potenzialmente immenso, le imprese di gran parte dei Paesi ricchi non la considerano sempre di meno una destinazione affidabile per i loro siti produttivi.

È qui che si innesta la questione europea. L’ultimo anno e mezzo ha costretto i politici, i tecnici della Commissione europea e le imprese a concentrarsi sul protezionismo di Donald Trump e sul suo sistema di dazi. Eppure, gradualmente, negli ultimi mesi si è fatta largo la comprensione che la sfida cinese è più seria: l’industria della Repubblica popolare è una minaccia per i settori tradizionali del made in Italy o del made in Germany – dall’auto, ai macchinari, alla chimica – e allo stesso tempo l’Europa inizia a capire che di fronte a Pechino dispone di efficaci leve negoziali. Da un lato rischiamo di essere spiazzati in gran parte delle nostre specializzazioni manifatturiere tradizionali, dall’altro Pechino ha bisogno oggi dell’Europa come di rado è accaduto in passato.

LA PRODUZIONE ITALIANA PIù COLPITA
Non c’è dubbio che le tendenze attuali siano pericolosissime l’occupazione industriale soprattutto in Italia e in Germania. In Italia le importazioni dalla Cina sono cresciute del 91% fra il 2019 e l’anno scorso, mentre solo nel settore manifatturiero l’export dell’Italia verso la Cina è crollato del 27% in appena tre anni dal 2023. Il settore più colpito è quello delle macchine utensili e dei macchinari di fabbrica: quelli cinesi costano fino sei volte meno e gli esportatori offrono un’assistenza sempre più personalizzata con propri tecnici inviati in azienda (anche per evitare che gli importatori italiani acquisiscano il know-how). Questi dati danno solo un’idea dello spiazzamento ad opera della Cina che il settore dei macchinari made in Italy sta subendo nei mercati di Paesi terzi: Golfo, Sudamerica, l’Europa stessa.
Quanto alla Germania, la svolta è altrettanto drammatica. 

I pannelli solari sono stati un’invenzione tedesca (e americana), ma oggi sono una produzione quasi esclusivamente della Repubblica popolare. Nel 2020 le auto tedesche occupavano il 24% del mercato cinese, mentre i modelli nazionali occupavano il 35%; l’anno scorso la quota della Germania era già crollata al 13% e quelle dei marchi interni era esplosa al 65%. Alle tendenze attuali le nuove case auto basate sull’elettrico, da Byd a Saic, espelleranno gran parte dei modelli tedeschi non solo dalla Cina ma da tutti i Paesi emergenti. Sarebbe solo la bellezza (brutale) del mercato, se su Pechino non gravasse il sospetto di concorrenza sleale. Un recente rapporto dell’Ocse, il gruppo delle 38 democrazie avanzate, mostra che dal 2005 il 60% delle conquiste cinesi di quote di mercato è avvenuto grazie a sistemi di sussidi – spesso nascosti – da tre a otto volte più alti di quelli disponibili nelle economie mature. La tensione è così alta che un evento organizzato dalla delegazione dell’Unione europea a Pechino in maggio è quasi degenerato in uno scontro verbale, con accuse formulate dal presidente della Camera di Commercio europea Jens Eskelund: «Il rapporto fra noi non è un partenariato è una nave lunga 400 metri carica di 24 mila container che parte verso l’Europa e torna quasi vuota».

IL DILEMMA DEL KAISER (DA EVITARE)
Allo stesso tempo, la Cina non aveva mai avuto tanto bisogno dell’Europa. Il suo export verso gli Stati Uniti è collassato del 20% nel 2025 ed è in calo anche quest’anno, al punto che ormai vale almeno 150 miliardi di dollari l’anno meno di quello verso l’Unione europea. Siamo il solo grande mercato ricco nel quale Pechino sta crescendo e possiamo dunque far valere le nostre esigenze. Possiamo aprire un negoziato con i cinesi, per trovare un punto d’equilibrio che convenga a entrambi.
Qui torna il dilemma del Kaiser Guglielmo III e della Germania di inizio Novecento. Non è in gioco una guerra combattuta, con l’Europa, ma una pericolosa guerra commerciale. Fino a che punto Pechino si convincerà che non ha più tempo e deve affondare i colpi oggi? E in che misura l’Europa riuscirà a mostrarsi allo stesso tempo capace di dialogo, ma anche di fermezza?

Gran parte della risposta si nasconde da qualche parte nel luogo in cui si formò, in origine, proprio il dilemma del 1914: Berlino. E Berlino oggi è divisa fra il timore di essere divorata dai produttori cinesi e quello di perdere del tutto il loro mercato. Ma la paura, come sempre, rischia di indurre soprattutto alla paralisi.

2 luglio 2026