Migranti, appello all’Europa: «Risponda a una chiamata epocale»

dal nostro inviato Gian Guido Vecchi

«Da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee». Leone XIV celebra la Messa nel campo sportivo di fronte al porto di Lampedusa, come Francesco tredici anni fa. Nel frattempo altre trentaquattromila persone sono affogate nel Mare Nostrum. E l’omelia di Prevost è anzitutto un richiamo al Vecchio Continente: «Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa».

L’omelia di Prevost segue la parabola evangelica del Buon Samaritano, un uomo aggredito e lasciato mezzo morto, un sacerdote un levita che passano oltre, il samaritano che si ferma e lo soccorre. «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di “passare oltre”». A Tenerife, il mese scorso, si era rivolto agli scafisti: «Convertitevi». Ecco, «qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti», fa notare il pontefice: «Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso. Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità».

Il Papa ricorda che «gli Apostoli hanno navigato nel Mediterraneo e sperimentato l’ospitalità degli abitanti delle sue isole e delle sue coste, da millenni crocevia di civiltà». Sillaba: «Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto». Il centro della parabola è che «prossimi ci si fa, prossimo si diventa». Purtroppo, considera, «in ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così – persino davanti alla sofferenza e alla morte – la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti: è tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione». Perché «non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui – come ha fatto Gesù – significa entrare nel movimento dell’amore, quello in cui Dio si è rivelato».

Leone XIV ringrazia la gente di Lampedusa, parla del «miracolo della compassione» che hanno saputo mostrare, volontari, associazioni, istituzioni, Guardia Costiera, amministratori, e ancora «grazie ai diaconi, ai preti, alle religiose, ai medici, agli psicologi, agli educatori, grazie alle forze di sicurezza e a tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno scelto di amare insieme».

Prevost richiama la «civiltà dell’amore prospettata dai miei santi predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II», dice: «L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata. Come il Samaritano, possiamo cambiare programma e direzione. Più del Samaritano abbiamo risorse e opportunità per dare concretezza storica alla speranza». Così il pontefice scandisce: «Nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza, anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio, oppure custodire la logica della pace con verità, sobrietà, prossimità, cura».

Alla Messa ci sono migliaia di persone, altre migliaia sono arrivate qui in vacanza. «Come dicevo a Tenerife, anche a Lampedusa la cultura dell’accoglienza ha una vocazione turistica, che – purtroppo – può sentirsi minacciata dalle rotte migratorie e svilupparsi nell’indifferenza, o persino in contrapposizione ai loro aspetti drammatici. Per molti, infatti, vacanza è solo distrazione, leggerezza, spensieratezza. Allora sembra che si debba innalzare un muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri. Abbiate l’audacia di pensare diversamente. Poco a poco, con creatività, riuscirete a far sì che chiunque trascorre un periodo, anche di riposo, su quest’isola, possa diventare più umano misurandosi con la vostra carità, con ciò che il mare vi ha insegnato, con gli incontri che vi hanno educato. C’è autentico riposo, infatti, dove il senso della vita è ritrovato; e vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna. In questa economia la cura per il creato e l’amicizia sociale si saldano in una sintesi di cui l’umanità è oggi alla ricerca».