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«Tutte le serie sono ormai penalizzate dalla programmazione, che è diventata scandalosa. Una volta andavano in onda alle 20:30, adesso alle 22. Sono incavolata nera. Non è giusto, perché capisco tutte le logiche del caso, ma noi lavoriamo tutti sodo e vedere i nostri prodotti così maltrattati mi fa avvelenare. Basterebbe andassero in onda tre quarti d’ora prima per garantirgli il successero che meriterebbero». Se sull’ultima stagione de “I Cesaroni” e i bassi indici di ascolto rifiuta di commentare, su tutto il resto è una Elena Sofia Ricci a ruota libera quella salita sul palco del Teatro Atti di Rimini per presentare “I casi di Teresa Battaglia”, atto terzo della serie targata Rai Fiction e Publispei, tratta dai romanzi di Ilaria Tuti. «Ritroveremo la Teresa ruvida, aspra, scontrosa che tratta tutti male e che abbiamo imparato ad amare», confessa la protagonista accanto al fidato regista dell’opera, Kiko Rosati. «In questo nuovo capitolo andremo a vedere cos’è successo nel passato di Teresa. Finora abbiamo parlato delle violenze subite e della perdita del figlio e con questa stagione stagione scaveremo ancora più a fondo per capire realmente di più su ciò che l’ha resa la donna che è”. A farle eco è Rosati, secondo cui la terza parte «esplorerà le radici del dolore e della ruvidezza» di un personaggio «che si confronta col mostro dentro di sé e che emerge con l’aggressività tipica di chi ha l’Alzheimer», aggiunge Ricci.


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Ricci: «Mastroianni mi disse che il mestiere si impara facendolo» 

Un modello di eroina sui generis, un detective al femminile respingente grazie a cui l’attrice fiorentina rivela di aver imparato «ad affrontare un problema con il conflitto dicendo le cose per come devono essere dette». E a conferma di questa evoluzione personale, la protagonista de “I casi di Teresa Battaglia” si è tolta senza troppi fronzoli qualche macigno dalle scarpe. 
«Per anni sono stata considerata un’attrice di serie B perché ho sempre fatto le serie», sostiene. «Ma io me ne sono sempre fregata.

Ho sempre cercato di non farmi incasellare e per questo non venivo in mente ai grandi registi cinematografici. Ogni volta che vincevo un premio ero sicura che non mi avrebbero fatto lavorare per un periodo, tanto che nel mio curriculum il cinema è assente per diversi anni». A guidarla, rivela, è stato un consiglio «dell’amico di famiglia e maestro» Marcello Mastroianni che «mi consigliò di accettare tutto, perché questo mestiere si impara facendolo».


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