Ischia, 2 luglio 2026 – A volte il carattere è l’ultima cosa che resta. Più forte della salute che se ne va. Più forte della solitudine. Più forte perfino del tempo.

Lina, protagonista di Era di Vincenzo Marra, è fatta così. Ottant’anni, vedova, napoletana. Difende la propria casa, le proprie abitudini, il proprio posto nel mondo con l’ostinazione di chi sa che arrendersi significa scomparire un po’. I figli, tutti ormai cinquantenni, vorrebbero convincerla ad andare in una casa di riposo. Lei resiste. E mentre resiste, continua a tenere insieme una famiglia che sembra molto più fragile di lei.

Presentato all’Ischia Film Festival, Era è una ottima notizia. Ci parla di un cinema italiano “pop”, che può incontrare il pubblico, fare scattare la risata collettiva, ma che non rinuncia alla profondità. Una commedia che parla di vecchiaia, morte, immigrazione, famiglia. Ma lo fa con leggerezza, con grazia. Facendo ridere spesso. E lasciando affiorare, sotto il sorriso, una malinconia sottile.

Vincenzo Marra, regista da sempre attento alle ferite della realtà, entra qui per la prima volta nel territorio della commedia. Senza perdere il proprio sguardo. Anzi. Dentro una Napoli che profuma di teatro, di Eduardo, di famiglie che litigano e si amano troppo, costruisce un racconto popolare e insieme delicato.

Al centro c’è una straordinaria Dalia Frediani, attrice di teatro praticamente all’esordio cinematografico – e arrivata, per questa sua interpretazione, in nomination ai Nastri d’argento. La sua Lina è una donna aspra, ironica, tenera senza volerlo. Una figura che sembra arrivare da un altro tempo e che proprio per questo riesce a leggere meglio il presente.

Il cuore del film, però, è il rapporto con Amilà, la badante srilankese interpretata da Sabrina Fernando. All’inizio c’è diffidenza. Poi qualcosa si apre. Lentamente. Le due donne finiscono per riconoscersi. Per capire che la solitudine ha accenti diversi ma parla la stessa lingua.

Ed è qui che Era trova la sua verità più profonda. Perché Marra riesce a innestare dentro la tradizione della commedia napoletana una realtà che Eduardo non poteva prevedere: quella delle donne straniere che oggi assistono gli anziani italiani, diventando spesso il vero collante delle famiglie.

Ne nasce un film che osserva con affetto le nostre vite irrisolte. I figli che non sono mai cresciuti davvero. Gli anziani che difendono la propria autonomia come un fortino. Gli immigrati che portano sulle spalle un peso silenzioso e immenso.

Sostenuto anche dalle ottime interpretazioni di Maurizio Casagrande, Giovanni Esposito e Antonio Gerardi, il film trova la sua anima nella chimica tra Dalia Frediani e Sabrina Fernando. In quei dialoghi, in quei silenzi, in quella strana amicizia che nasce quando la vita sembra ormai aver detto tutto.

Fra risate, equivoci e improvvise ombre di dolore, Era ricorda una cosa semplice e preziosa: che si può parlare della vecchiaia senza pietà e senza retorica. Che si può guardare in faccia, con dignità e con passione, anche il gran finale. Che l’ultima età può ancora riservare sorprese, momenti di tenerezza, complicità, improvvisi risvegli di dolcezza. In una parola: amore.