di
Giuseppe Di Bisceglie
Parla il padre del bimbo che ha terminato il ciclo di terapie contro il tumore e ha chiesto di suonare i clacson per festeggiare
Sul lunotto della sua auto aveva scritto con degli adesivi: «Ultima chemio, suonate». Poi ha affrontato il viaggio di ritorno di ritorno dal Policlinico di Bari verso Orta Nova, nel Foggiano. In auto con lui, sua moglie Francesca e il piccolo Diego, 4 anni, protagonista inconsapevole di una storia che ha commosso il web. Gli automobilisti hanno iniziato a leggere quella frase e uno dopo l’altro hanno suonato il clacson. Un coro spontaneo, diventato in poche ore uno dei video più condivisi sui social. Molti hanno pensato che fosse la festa per una guarigione. In realtà Diego è ancora in cura e tra pochi giorni dovrà affrontare un delicato intervento chirurgico. Quello che il padre Marco, 29 anni, ha voluto celebrare è un’altra vittoria: la risposta del tumore alle cure. «Volevo dire agli altri genitori che la speranza non bisogna perderla mai», racconta.
Marco, partiamo da quel cartello. Quando lo ha scritto immaginava quello che sarebbe successo?
«No, assolutamente. Non pensavo che qualcuno avrebbe ripreso la macchina e tantomeno che quel video sarebbe diventato virale. L’ho fatto perché sentivo il bisogno di festeggiare un momento importante e, soprattutto, perché volevo lanciare un messaggio agli altri genitori che stanno affrontando quello che abbiamo affrontato noi. Mi fa piacere che tanti abbiano capito il significato di quel gesto».
Perché ha sentito il bisogno di chiarire che non era la festa della guarigione?
«Perché qualcuno ha interpretato il video così e non è giusto creare false aspettative. Diego non è guarito. È ancora in cura e tra pochi giorni dovrà affrontare un intervento. Io non ho festeggiato la fine della malattia, ma la conclusione di una fase fondamentale del percorso. Le chemioterapie e la chemio-immunoterapia hanno funzionato. Questo significa che il tumore risponde ai farmaci. Per noi è un motivo enorme di speranza».
Come è iniziata questa storia?
«Alla fine di ottobre. Una mattina Diego si è svegliato zoppicando. Sembrava un’infiammazione tra il ginocchio e la tibia. Abbiamo iniziato gli accertamenti pensando a qualcosa di ortopedico, invece quella lesione era una delle metastasi. Alla fine la diagnosi è stata devastante: il tumore principale era dietro al cuore, lungo la colonna vertebrale, c’erano 43 metastasi e il midollo era già stato infiltrato».
Che cosa ricorda di quei giorni?
«Ricordo lo smarrimento. Quando ti trovi davanti una notizia del genere ti crolla il mondo addosso. I medici sono stati sinceri: ci hanno spiegato che avrebbero fatto tutto il possibile, ma senza poter dare certezze. In quei momenti ti fai mille domande. “Perché proprio a noi?”. È una domanda che credo si facciano tutti i genitori».
Lei, però, racconta di aver cambiato modo di guardare alla malattia. Quando è successo?
«All’inizio ero distrutto. Non avevo la forza di reagire. Poi ho capito una cosa che non dimenticherò mai: era mio figlio che stava dando forza a noi. Lui continuava a sorridere, a trovare il modo di giocare, a sorprenderci. È stato allora che ho smesso di chiedermi “perché a me?” e ho iniziato a pensare “perché non a me?”. Le cose brutte possono capitare a chiunque. Bisogna trovare la forza di affrontarle».
Quanto è stato difficile il percorso della vostra famiglia?
«Tantissimo. Io ho perso il lavoro, anche mia moglie Francesca ha dovuto lasciare il suo. Abbiamo una bambina di due anni e mezzo, Rebecca, e nei primi mesi riuscivamo a vederla pochissimo perché vivevamo praticamente in ospedale. I parenti ce la portavano a Bari quando potevano. Ti ritrovi chiuso tra quattro mura, lontano dalla tua vita, dalle amicizie, da tutto. È un calvario che non augurerei davvero a nessuno».
Oggi, però, Diego è cambiato.
«Sì. All’inizio non mangiava più, era molto provato. Adesso ha ripreso a giocare, a scherzare, perfino ad andare al mare, naturalmente con tutte le precauzioni necessarie. Ogni piccolo gesto che prima sembrava normale oggi ha un valore immenso».
Che cosa ha provato quando gli automobilisti hanno iniziato a suonare il clacson?
«Un’emozione indescrivibile. Nessuno ci conosceva eppure tutti hanno deciso di condividere quel momento con noi. È stato come ricevere un grande abbraccio. Pensare che qualcuno mi ha scritto dicendomi di aver perfino bruciato il clacson da quanto aveva suonato. È stato bellissimo».
Anche in ospedale ha scelto di affrontare tutto con un atteggiamento diverso.
«Sì. All’inizio entravo in reparto piangendo. Oggi, invece, cerco di fare l’opposto. Scherzo con Diego, faccio rumore, provo a portare un po’ di allegria. Anche i medici apprezzano questo atteggiamento. Ho capito che i bambini hanno bisogno di vedere il sorriso dei loro genitori, non soltanto la loro paura».
Il video ha raggiunto milioni di persone. Che cosa spera lasci a chi lo guarda?
«Spero che arrivi soprattutto ai genitori che stanno vivendo questa esperienza. So che ci sono famiglie che si chiudono nel dolore, che perdono ogni speranza. Io non giudico nessuno, perché ognuno reagisce come può. Però vorrei dire loro che vale sempre la pena continuare a credere nelle cure, nei medici, nella vita. Finché c’è una possibilità bisogna aggrapparsi a quella».
Che cosa si aspetta adesso?
«Viviamo un passo alla volta. Adesso c’è l’intervento per rimuovere il tumore principale e continuiamo ad affidarci ai medici del Policlinico di Bari. Non sappiamo cosa ci aspetta domani, ma oggi sappiamo che la terapia ha funzionato. Ed è questo che ci dà la forza di andare avanti».
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5 luglio 2026 ( modifica il 5 luglio 2026 | 08:07)
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