Un parco solare nella steppa cinese ha l’ambizione di rivoluzionare il mercato interno dell’energia e di fermare la desertificazione sempre più aggressiva

Il territorio cinese è talmente vasto che si fatica a comprenderne le reali misure. Circa il 27% è classificato come “desertico”, più di 2,6 milioni di chilometri quadrati. Se si considerano anche le aree aride e semi-aride, la percentuale sale a quasi la metà del Paese (circa il 45%), concentrandosi soprattutto nelle regioni settentrionali e occidentali. Ecco perché i cinesi hanno deciso di sfruttare questo spazio vuoto, spesso installando grandissime distese di pannelli solari. È successo  nelle zone desertiche dell’altopiano tibetano dove è stato addirittura installato il solar park più grande del mondo ed è successo qui, lungo il margine settentrionale del deserto di Kubuqi, nella Mongolia Interna, dove è in costruzione una nuova «Grande Muraglia» di pannelli solari. 

La muraglia di pannelli visibile dallo Spazio

Tutti ormai lo abbiamo imparato, nonostante la leggenda metropolitana resista da tanti anni: la Grande Muraglia Cinese non è visibile a occhio nudo dallo spazio, nemmeno dall’orbita più bassa. Questa nuova Grande Muraglia, però, è diversa. Quando nel 2030 il programma sarà completato, sarà lunga 400 km e larga 5, con una capacità massima di 100 gigawatt, abbastanza per soddisfare la crescente richiesta di una megalopoli come Pechino. Certo, le sue misure sono ben inferiori agli 8850 di quella autentica ma la parte realizzata fin d’ora è già abbastanza ampia da essere realmente distinguibile da una cosiddetta orbita bassa dove si trova la Stazione Spaziale Internazionale. Pare che la prova diretta sia venuta dall’Earth Observatory della Nasa che ha perfino provato ad affiancare due immagini provenienti dall’Operational Land Imager a bordo del Landsat 8 dello stesso territorio. Dove prima c’erano dune spoglie, ora ci sono griglie di pannelli nettamente riconoscibili.



















































Perchè dalla Stazione Spaziale Internazionale si vede un impianto solare cinese (e un cavallo alato)?

Come funziona il sistema

Due le funzioni principali: non solo generare una quantità significativa di energia ma anche al contempo contenere l’erosione del deserto con la stessa infrastruttura. La centrale è stata progettata come un sistema ibrido da 16 gigawatt, 8 dei quali di energia solare, 4 di energia eolica e 4 di generazione a carbone, oltre allo stoccaggio. Il sole è la fonte energetica principale. Il carbone serve “solo” a mantenere stabile la rete al buio e nei giorni di maltempo. Lo stoccaggio va dalle batterie tradizionali a enormi “batterie idroelettriche” a pompaggio, che immagazzinano energia dietro una montagna e la restituiscono per gravità a richiesta.

I pannelli sono anche barriera protettiva

Il progetto prevede fin dal principio che le sue strutture, poste ai limiti del deserto, servissero anche per ancorare quel che resta dell’erba rallentando la penetrazione della sabbia. Esattamente come avviene nell’altro parco solare sull’altopiano tibetano anche qui i pannelli creano ombra sul terreno e fermano il vento, due fatti che trattengono il terreno umido permettendo alla vegetazione di crescere. Non solo: ricercatori tedeschi suppongono che una installazione sufficientemente grande potrebbe addirittura modificare i modelli di precipitazioni su un deserto. 

Perchè dalla Stazione Spaziale Internazionale si vede un impianto solare cinese (e un cavallo alato)?

La centrale solare a forma di cavallo alato

Come non bastasse, la centrale solare di Junma da 300 megawatt, parte del progetto già realizzata, ha addirittura la forma di un cavallo alato. I pannelli sono stati installati in modo tale che la loro immagine lo riproduca, tanto da essere inseriti nel Guinness World Record. Un equino sui generis che produce circa 2 miliardi di kilowattora all’anno, sufficienti a soddisfare il fabbisogno annuo di 300.000-400.000 persone.

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5 luglio 2026