Il più ampio studio in Europa sullo screening del tumore alla prostata (“Erspc”), che ha coinvolto circa 162.000 uomini di età compresa tra 55 e 69 anni in otto Paesi, tra cui l’Italia, risale al 1993. I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: nel gruppo sottoposto a screening, gli uomini sono stati invitati a effettuare periodicamente il dosaggio del Psa, l’antigene prostatico specifico, un esame di laboratorio eseguito attraverso prelievo di sangue, secondo intervalli variabili. Nel gruppo di controllo, invece, ai partecipanti non è stato proposto alcun test di screening.

Negli anni il confronto tra i due gruppi ha rimarcato che i programmi di screening possono ridurre del 13 per cento la mortalità per tumore della prostata. Questa premessa è importante perché dimostra come la ricerca scientifica in oncologia continui a progredire; ciò detto, la diagnosi precoce rimane spesso lo strumento più efficace per consentire un intervento terapeutico tempestivo e aumentare le possibilità di successo delle cure. Il tumore prostatico, infatti, è il più frequente nella popolazione maschile in 112 Paesi e la sua incidenza è destinata ad aumentare significativamente, tanto che il numero dei casi è previsto raddoppiare entro il 2040.

A monte, quindi, c’è il tema della prevenzione urologica. In tal senso, un contributo inaspettato è arrivato anche da “Buen Camino”, l’ultimo film di Checco Zalone (nel video sotto), che avrebbe contribuito a incrementare le richieste di visite e controlli specialistici, aiutando a portare il tema della prevenzione fuori dal cono d’ombra dell’imbarazzo.

“Se un linguaggio popolare e ironico aiuta a parlare di prostata senza imbarazzo, ciò può rappresentare un’opportunità positiva” spiega a Dossier Today.it Giuseppe Carrieri, presidente della Società italiana di urologia (Siu).

Un tema che resta serio

L’ironia può essere una porta d’ingresso, ma è fondamentale accompagnare i cittadini verso una corretta comprensione sia dei sintomi sia dei percorsi di cura. Il tumore prostatico, infatti, continua a essere la neoplasia più frequentemente diagnosticata negli uomini e la terza causa di morte per cancro nella popolazione maschile europea. Su una popolazione di 219 milioni di uomini, nel 2020 circa 341.000 persone hanno ricevuto una diagnosi di tumore della prostata, pari al 23 per cento di tutte le neoplasie diagnosticate nella popolazione maschile. Nello stesso anno, circa 71.000 uomini sono deceduti a causa di questa malattia, un dato che corrisponde al 10 per cento di tutti i decessi per tumore tra gli uomini.

Tasso di incidenza del cancro standardizzato per età in Italia - anno 2022

In Italia il carcinoma prostatico è il tumore più diffuso nella popolazione maschile, con 31.200 casi stimati. Seguono il tumore del polmone, con circa 27.100 casi, e quelli della vescica e del colon-retto, con circa 23.000 casi ciascuno. Nel 2022, come emerge dal report “Profilo nazionale sul cancro 2025″, curato dall’European cancer inequalities registry (Ecir), l’osservatorio e database digitale che monitora i progressi e le disuguaglianze nell’assistenza e nella prevenzione oncologica nei Paesi dell’Ue, i tumori della prostata, della mammella, del colon-retto e del polmone rappresentavano complessivamente quasi la metà di tutte le nuove diagnosi di cancro.

Anche un recente studio dell’Associazione italiana registri tumori (Airtum), pubblicato lo scorso febbraio sulla rivista scientifica Cancer Epidemiology, stima che nel nostro Paese, nel corso del 2025, si siano verificati 362.100 nuovi casi di cancro, escluse le neoplasie cutanee non melanoma, di cui 182.300 nella popolazione maschile. Si tratta di stime in linea con quelle riportate nel rapporto “I numeri del cancro in Italia 2025″, pubblicazione curata dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom).

I segnali da non trascurare

Nel report dell’Aiom si legge che “nelle fasi iniziali il carcinoma della prostata non è generalmente accompagnato da sintomi. Con il progredire della malattia a livello loco-regionale, tuttavia, possono comparire una riduzione della forza del getto urinario, pollachiuria, ematuria, disuria e dolore perineale”. Nelle fasi più avanzate, invece, “essendo lo scheletro la prima sede di metastatizzazione, è caratteristico lo sviluppo di dolore osseo”. La prevenzione primaria passa quindi dall’adozione di uno stile di vita sano.

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La sedentarietà, ma anche il sovrappeso e il fumo, rappresentano infatti fattori di rischio modificabili. A tale proposito, come evidenzia la Fondazione Veronesi in un video dedicato, “più di un terzo di tutte le forme di cancro sono causate dal fumo”. Dunque, non solo i tumori polmonari, considerando che 9 carcinomi polmonari su 10 sono connessi al fumo. A questi si aggiungono due elementi non modificabili, ma altrettanto rilevanti: l’età e la familiarità. Proprio perché nelle fasi iniziali la malattia è spesso asintomatica, la diagnosi precoce assume un ruolo fondamentale.

Lombardia e Basilicata in prima linea

In Italia non esiste un programma nazionale di screening organizzato e gratuito per il carcinoma della prostata, a differenza di quanto avviene per i tumori della mammella, della cervice uterina e del colon-retto, quest’ultimo responsabile della morte dell’ex calciatore Igor Protti. In mancanza di un percorso condiviso, Lombardia e Basilicata hanno attivato programmi regionali strutturati di prevenzione e diagnosi precoce.

Nella regione governata da Attilio Fontana, il programma è operativo da novembre 2024 ed è coordinato dalle Agenzie di tutela della salute (Ats) con il coinvolgimento delle Aziende socio-sanitarie territoriali (Asst) e degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs). Il percorso prevede la compilazione di un questionario tramite il Fascicolo sanitario elettronico, l’accesso al test del Psa attraverso voucher, la visita urologica nei casi a rischio e, se indicato, la risonanza magnetica e la biopsia. 

A dicembre 2025 risultano circa 26.000 questionari compilati, 20.444 soggetti idonei al “buono” Psa, 6.996 Psa eseguiti, 1.122 visite urologiche e 98 risonanze proposte. La fascia di età target è stata progressivamente ampliata: dai 50-59 anni iniziali si passerà ai 69 anni entro la fine del 2026.

In Basilicata, il programma è attivo da giugno 2025 e si rivolge alla popolazione nella fascia di età 45-70 anni. A dicembre 2025 erano stati registrati 6.500 questionari compilati, 3.700 test del Psa eseguiti, 545 visite urologiche programmate, di cui 480 già effettuate. E ancora, 260 risonanze magnetiche prescritte (165 eseguite), 22 biopsie, 9 diagnosi positive e 3 prostatectomie radicali. Il modello prevede inoltre una piattaforma digitale dedicata, dove è possibile compilare un questionario, e l’estensione del percorso ai soggetti con rischio eredo-familiare.

“Le esperienze della Lombardia e della Basilicata dimostrano che uno screening digitale, gratuito e ben organizzato può muovere numeri importanti in pochi mesi e guidare il paziente attraverso un percorso semplice ma rigoroso, capace di individuare precocemente i tumori clinicamente significativi”. Così Nicoletta Orthmann, direttrice medico-scientifica di Fondazione onda Ets che dal 2023 riunisce Regioni e stakeholder per definire un modello nazionale coordinato e sostenibile in materia di prevenzione e diagnosi precoce.

Il rischio di sovradiagnosi

Lo screening del tumore alla prostata non è però esente da criticità. “Motivo per cui è stato messo in discussione nel tempo”. Così la dottoressa Cristina Marenghi, ricercatrice all’Istituto nazionale dei tumori di Milano nell’ambito del “Programma prostata”, sul sito dell’Airc. “Il fatto è che il Psa è specifico della prostata, ma non è specifico del tumore alla prostata. Accade quindi che un innalzamento del suo livello può essere generato da condizioni benigne”.

Lo staff dell'Oncologia medica genitourinaria dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano

Per questa ragione, “quando viene utilizzato nella popolazione maschile generale, il test porta a fare biopsie a tanti uomini che in realtà non hanno il tumore e a fare diagnosi di tumori non clinicamente significativi, che non richiedono un trattamento. In questi casi si parla di sovradiagnosi e di sovratrattamento”. A molti uomini, quindi, può essere diagnosticata e trattata una neoplasia che, durante la vita, non avrebbe mai provocato sintomi né compromesso la salute, esponendoli però agli effetti collaterali delle terapie.

Il caso del Regno Unito

Di fatto, diversi studi hanno rimarcato i limiti del dosaggio dell’antigene prostatico specifico come strumento di screening di popolazione per il tumore alla prostata. In particolare, con l’obiettivo di stimare l’entità delle sovradiagnosi, una ricerca condotta dal Wolfson institute of population health della Queen Mary university (Londra) ha valutato il numero aggiuntivo di neoplasie identificate mediante screening del PSA rispetto alla pratica clinica usuale, nell’arco di 15 anni. Per l’analisi sono stati impiegati i dati dello studio “Uk Cap”, l’acronimo di “Cluster randomised trial of Psa testing for prostate cancer”, che ha coinvolto oltre 400mila uomini.

I risultati hanno mostrato che circa l’11,7 per cento dei tumori della prostata individuati tramite screening nell’ambito dello studio non sarebbe stato diagnosticato entro 15 anni in assenza del test, suggerendo che la malattia non sarebbe divenuta sintomatica durante tale periodo. E che la probabilità di mancata manifestazione clinica aumenta progressivamente con l’età alla diagnosi: è pari al 16 per cento nei soggetti sottoposti a screening a 50 anni, al 20 per cento a 59 anni, al 24 per cento a 64 anni, al 32 per cento a 70 anni e raggiunge il 58 per cento a 80 anni.

Varie forme di cura

Si sta cercando una soluzione a questa situazione introducendo, parallelamente, due strategie: individuare soltanto le forme aggressive, ossia i tumori che mettono a rischio la vita, e sottoporre a sorveglianza attiva i “tumori clinicamente insignificanti”, vale a dire quelle neoplasie a crescita molto lenta (indolenti) che non compromettono la sopravvivenza del paziente né provocano sintomi nel corso della vita, anziché trattarle inutilmente. Tale approccio permette altresì di scongiurare possibili effetti collaterali dei trattamenti che possono incidere sulla qualità della vita.

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La sorveglianza attiva, spiega l’urologo Francesco Montorsi in un video dell’Airc sul tumore della prostata, “prevede che, una volta all’anno, il paziente faccia degli esami, venga visitato, esegua tipicamente una risonanza magnetica multiparametica e l’anno successivo alla prima diagnosi deve ripetere delle biopsie”. Il significato è semplice. “Se la malattia non si modifica e rimane poco aggressiva, il paziente può essere seguito anche per tanti anni. Quando, al contrario, la malattia dovesse dimostrare un’accelerazione delle sue caratteristiche, allora qualcosa va fatto”. 

Le opzioni terapeutiche principali sono generalmente due. “La chirurgia robotica piuttosto che la radioterapia”. Anche la terapia focale può tuttavia avere un ruolo. “Questa è una cura che viene applicata a piccoli tumori che hanno però la loro aggressività, ma in quel caso c’è la necessità di colpire solo la zona che è ammalata”, illustra ancora il professor Montorsi.

Il confronto rimane aperto

Va da sé che lo screening rimane oggetto di ampio dibattito, come spiega il dottor Massimo Lazzeri, coordinatore per lo sviluppo dei progetti di ricerca clinica e dell’unità operativa urologia dell’Humanitas research hospital di Milano, in una puntata del videopodcast “Epidemiologia, screening e diagnosi”. Detto questo, alla fine del 2022 il Consiglio europeo ha pubblicato raccomandazioni finalizzate a migliorare la diagnosi precoce del cancro.

Di fatto, l’Europa si sta orientando sempre più verso modelli di screening personalizzati, basati sull’impiego di valori soglia del Psa differenziati in base all’età e sull’utilizzo della risonanza magnetica prima della biopsia, con l’obiettivo di individuare il più precocemente possibile le forme tumorali aggressive.

Un programma di screening oncologico di popolazione risulta efficace, quindi, se riesce a ridurre la mortalità per uno specifico tumore, grazie a una diagnosi e a un trattamento tempestivi che ne aumentano le probabilità di guarigione. Oppure, se può diminuirne l’incidenza, ossia il numero di nuovi casi, attraverso la rimozione di lesioni precancerose, come avviene per i tumori del colon-retto e della cervice uterina.

Avatar contro il cancro

Intanto la ricerca lavora per superare la resistenza alle terapie antitumorali. Mappare i meccanismi molecolari e metabolici che consentono alla neoplasia di “sfuggire” ai farmaci, sfruttare la farmacogenomica, ovvero la disciplina che studia come il patrimonio genetico individuale condizioni la risposta ai trattamenti, per individuare combinazioni terapeutiche capaci di colpire selettivamente le cellule tumorali risparmiando quelle sane, e validare entrambe le strategie attraverso modelli sperimentali altamente predittivi: sono gli obiettivi di “Metapro“, progetto di ricerca che coinvolge l’Italia, la Germania, il Regno Unito e la Finlandia.

Anna Sapino, presidente dell'Italian Institute for Genomic Medicine (IIGM)

Il coordinamento della sfida scientifica è stato affidato all’Istituto di Candiolo “Irccs”, alle porte di Torino, vincitore del bando “Ep PerMed joint transnational call 2025“. A guidare il network internazionale è Sabrina Arena, responsabile del laboratorio di translational cancer genetics dell’Irccs. “Il progetto utilizzerà una delle tecnologie più avanzate a disposizione dell’Istituto: gli organoidi”, afferma Anna Sapino, direttrice scientifica dell’Istituto di Candiolo e presidente dell’Italian Institute for Genomic Medicine (Iigm).

“Sono veri e propri “avatar” del paziente, mini-tumori coltivati in laboratorio che replicano fedelmente le caratteristiche del cancro originale, consentendo di testare le cure in un ambiente sicuro e altamente predittivo”. A conferma del rilevante impatto sociale dell’iniziativa, Metapro prevede anche la partecipazione attiva di Europa Uomo, associazione fondata nel 2003 per tutelare il diritto degli uomini ad essere informati sul tumore della prostata e sulle strategie di prevenzione.

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