In provincia di Cosenza c’è un piccolo comune montano di 2.400 abitanti, Longobucco, salito agli onori della cronaca per aver avviato una sperimentazione che coinvolge tre pazienti monitorati 24 ore su 24 attraverso braccialetti elettronici sanitari, collegati in tempo reale alla centrale ospedaliera tramite un’app. Entrato nella fase operativa, il progetto di telemedicina “Sila Protetta” segna in Italia un passaggio significativo nella gestione a distanza dei pazienti cronici e fragili.

Veduta di Longobucco

Si tratta di una sperimentazione unica nel suo genere perché, per la prima volta nel nostro Paese, un dispositivo di monitoraggio avanzato, già testato in ambito ospedaliero dall’azienda statunitense Medtronic presso il Policlinico Umberto I di Roma, viene impiegato al di fuori di un ospedale. Il contesto geografico rende il progetto ancora più significativo: il pronto soccorso più vicino a Longobucco si trova a circa 40-45 minuti di auto, rendendo il sistema di monitoraggio a distanza uno strumento potenzialmente determinante per garantire un intervento tempestivo.

“Tramite la valutazione dell’app, il medico può visualizzare in qualsiasi momento i principali parametri vitali del paziente e, soprattutto, ricevere eventuali segnali di allarme, che vengono ricevuti anche dall’ambulatorio. Consentendo un intervento tempestivo”, ci spiega Serena Pignataro, responsabile della unità di Medicina d’urgenza di Cosenza.

Alle sue parole fanno eco quelle di Giovanni Bisignani, coordinatore della rete cardiologica dell’Asp di Cosenza: “I dati raccolti dai dispositivi vengono visualizzati su una consolle centrale, dalla quale vengono monitorati tutti i pazienti che indossano il braccialetto elettronico sanitario. È possibile, ad esempio, seguire l’andamento della frequenza cardiaca: se si registra un picco anomalo, la centrale operativa lo segnala. A quel punto il paziente viene contattato, viene eseguito un elettrocardiogramma e il tracciato viene trasmesso da remoto ai cardiologi dell’Asp, che lo analizzano e lo refertano”.

Crisi dei medici di famiglia

Oggi Longobucco si afferma come un laboratorio di sperimentazione territoriale e un modello di “best practice” per le aree interne e montane. Il sistema dei braccialetti elettronici sanitari rappresenta infatti un ecosistema integrato di telemedicina, capace sia di ridurre le distanze territoriali sia di migliorare la qualità della vita dei cittadini. Basti pensare che, prima dell’avvio del progetto, molti residenti erano costretti a percorrere decine di chilometri per raggiungere le strutture sanitarie.

Ed è proprio nei piccoli centri, lontani dagli ospedali, che si osserva l’altra faccia della medicina: quella degli ambulatori che, spesso, anche a causa dello spopolamento, costituiscono uno degli ultimi presìdi dello Stato sul territorio. A farli funzionare sono i medici di medicina generale, che garantiscono l’assistenza sanitaria a una popolazione che, nella maggior parte dei casi, ha superato i 60 anni. Ma cosa accade quando scarseggiano?

Grafico elaborato da Fondazione GIMBE su dati SISAC

Secondo la fondazione Gimbe dal gennaio 2025 in Italia mancano oltre 5.716 medici di famiglia e sempre più cittadini faticano a trovare un professionista che sia in grado di dare assistenza. E il quadro è destinato a peggiorare: secondo i dati della Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg), tra il 2025 e il 2028 ben 8.180 medici di famiglia hanno raggiunto o raggiungeranno il limite di età per il pensionamento, fissato a 70 anni, salvo deroghe.

Telemedicina nelle aree montane

In aiuto può arrivare la tecnologia, attraverso la sanità digitale, nel tentativo di sopperire con i nuovi mezzi a disposizione: dalla telemedicina alla diagnostica a distanza. Si tratteggia così una nuova visione dell’assistenza sanitaria, capace di garantire anche alle aree più marginali l’accesso a servizi essenziali, fondamentali per garantire la permanenza delle comunità nei propri territori.

Questo era l’obiettivo del progetto “e-Rés@mont”, in Valle d’Aosta, nato per rafforzare la sicurezza sanitaria nelle aree montane attraverso lo sviluppo, l’implementazione e la promozione di servizi di medicina innovativi e di prossimità basati sulle tecnologie della telemedicina. Tra questi assume un ruolo centrale il teleconsulto, che consente a medici di diverse specializzazioni di confrontarsi a distanza su casi clinici, a vantaggio di diagnosi e decisioni terapeutiche condivise.

Presentazione del progetto Alcotra e-Rés@mont in Valle d’Aosta

Finanziato nell’ambito del programma “Interreg VI-A Italia-Francia Alcotra 2021-2027“, il progetto – attivo fino al 2018 – era rivolto sia agli abitanti delle valli laterali che alle persone che frequentano la montagna in maniera episodica, come i turisti, gli escursionisti e gli alpinisti. Oltre a testare un modello di assistenza sanitaria fondato su un servizio di teleconsulto, “e-Rés@mont” prevedeva tra gli altri l’utilizzo di un’app che permetteva di accedere, in qualsiasi momento e anche in assenza di connessione alla rete, a contenuti informativi sul mal di montagna acuto (Ams).

Non solo minor tempo e meno spostamenti: l’utilizzo della telemedicina nelle zone rurali e montane offre flessibilità e continuità nell’accesso, seppur da remoto, ai medici. Lo conferma uno studio internazionale pubblicato su Bmc health services research, realizzato da un gruppo del Valley vein health center di Turlock (California), guidato da Eliseo Garcia. Secondo i ricercatori, l’impiego dei servizi di telemedicina può anche contribuire a incrementare l’aderenza dei pazienti alle visite e a migliorare il programma di controlli ed esami periodici a cui si sottopongono dopo la conclusione delle cure.

Il divario digitale in Italia

Accanto alle opportunità, restano però diverse criticità da affrontare. La prima riguarda la connettività, ancora insufficiente in numerose aree interne e montane. I dati tratteggiano una realtà complessa, con alcune regioni europee impegnate a tenere il passo con il crescente utilizzo di internet. Secondo uno studio di Eurostat, condotto su 196 regioni dell’Unione Europea e pubblicato nel 2024, 18 di queste hanno registrato una diminuzione nell’utilizzo quotidiano della rete. Tra di loro emerge un dato significativo: due delle dieci regioni con il più basso utilizzo di Internet si trovano in Italia, ovvero la Sicilia e la stessa Calabria.

Sorveglianza Passi d'Argento 2016-2018

La regione calabrese, guidata da Roberto Occhiuto, si colloca al secondo posto tra le regioni europee con la più bassa percentuale di utilizzatori giornalieri della rete e al primo posto in Italia, con solo il 68 per cento della popolazione tra i 16 e i 74 anni che accede regolarmente a Internet. Il divario che interessa regioni come la Calabria può essere attribuito a diverse cause: dalla carenza di investimenti infrastrutturali nelle aree rurali alla limitata diffusione delle tecnologie per l’innovazione digitale.

Non va dimenticato, inoltre, che molte di queste regioni del Mezzogiorno, dove invecchiare è più difficile rispetto al Nord, come mostrano i dati della sorveglianza “Passi d’Argento 2016-2018” pubblicati dall’Istituto superiore di sanità, presentano una percentuale elevata di popolazione anziana. Un segmento che potrebbe non disporre delle competenze digitali necessarie per sfruttare le risorse online.

Il nodo della privacy

Ben oltre i numeri sulla quantità e qualità della connessione a Internet in Calabria, emerge il tema della gestione dei dati sensibili e della tutela della privacy. A Dossier Today.it, Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy, spiega: “Certamente oggi la telemedicina consente di fornire un’efficace assistenza sanitaria anche ai pazienti che risiedono lontano da ospedali e pronto soccorso. Ne è un esempio proprio la sperimentazione effettuata nel piccolo borgo della Sila”. Al contempo, sottolinea, “non bisogna dimenticare che tali dispositivi trasmettono dati sensibili attraverso Internet, ed è quindi fondamentale tutelare non solo la salute dei pazienti, ma anche la loro privacy, poiché hacker, curiosi e malintenzionati sono sempre in agguato”.

Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy

A questo riguardo, rimarca Bernardi, “il Gdpr, la normativa europea che disciplina la protezione e il trattamento dei dati personali, richiede all’organizzazione che intende avvalersi di nuove tecnologie simili a quelle utilizzate dalla sanità calabrese di effettuare preventivamente un’attenta valutazione d’impatto per individuare i potenziali rischi e le corrispondenti misure di sicurezza da adottare per proteggere i dati, consultando se necessario anche il Garante privacy per avere un parere che confermi l’adeguatezza del progetto”. 

Come distinguere un malore da una notte di sesso

Ma c’è di più. “La normativa sulla privacy impone sempre il rispetto del principio di necessità: questi servizi possono essere attivati solo per persone che hanno realmente bisogno di essere monitorate h24. È invece vietato estenderli a intere popolazioni, perché altrimenti si configurerebbe una forma di sorveglianza di massa indiscriminata, che includerebbe anche soggetti sani che, ragionevolmente, non necessitano di un controllo continuo”.

Bernardi fa quindi un esempio: “Basti pensare a un improvviso aumento dei battiti cardiaci e della pressione arteriosa nel cuore della notte: per un paziente malato può essere il segnale di un malore improvviso che richiede l’intervento immediato dei medici, ma per un soggetto sano che sta avendo un rapporto sessuale con il proprio partner si tratta invece di una risposta fisiologica del tutto normale”.

Infine, alla domanda se ogni paziente debba poter scegliere volontariamente se utilizzare o meno questi dispositivi, Bernardi risponde: “È proprio così. Dopo essere stato adeguatamente informato sui rischi connessi al loro utilizzo, il paziente deve poter esprimere liberamente il proprio consenso a un trattamento dei dati personali che, per quanto utile, incide comunque sulla sfera privata dell’individuo”.

Dossier è la sezione di inchieste di Today.it. Se vuoi sostenere il nostro lavoro giornalistico e abbonarti, visita la nostra vetrina cliccando qui.

Leggi gli altri Dossier di Today.it






7 minuti di lettura