di
Felice Cavallaro

Sabato il pontefice americano ha deciso di trascorrere il 4 luglio, festa dell’Indipendenza, sull’isola degli sbarchi

Che cosa resta a Lampedusa il giorno dopo la visita di papa Leone? «Un grande richiamo. Un messaggio che va ben oltre la zattera su cui viviamo accogliendo e soccorrendo chi ha bisogno», risponde il sindaco Filippo Mannino, eletto nel 2022 con lista civica, un tempo M5S. 

Un richiamo? 
«A chi governa l’Europa, ai potenti del mondo. Perché parole e gesti di chi amministra si riempiano di cuore. Perché siano più umani. Evidente che parlasse anche a Trump, invitando l’Europa a riscoprire le sue origini. Una stoccata a Trump. Un Papa americano ci dice: “Facciamo vedere, noi Europa, cosa possiamo fare sul fronte dei diritti”». 



















































Ma Lampedusa vestita a festa ha velato qualche problema, come si legge sui social? 
«Qui parlano i gesti di una comunità che da sempre accoglie, soccorre, convive con il dolore e la speranza di tante persone». 

Restano impresse le orribili immagini di un hotspot con tremila migranti…
«Questo trovai la prima volta, quattro anni fa. Io e la prefetta di allora ci muovevamo fra materassi lerci e spazzatura spostando con i piedi quell’umanità accalcata. Oggi non è più così, ma nessuno parla della buona gestione. Non abbiamo presentato al Papa una Lampedusa che non c’è ma un’isola che ha imparato a governare l’emergenza». 

Un miracolo?
 «A Piantedosi glielo dissi subito: le cooperative non possono stare là dentro. Cercano e fanno profitti. E noi finivamo sui giornali perché tutto collassava. Io mi sono ammazzato per farlo questo cambiamento, con la Croce rossa. Erano da 3 a 4 mila i migranti che restavano per settimane, adesso mai più di un centinaio». 

Li mandate nel resto d’Italia?
 «A parte i sindaci della provincia di Agrigento, non ce n’è uno che risponde in Sicilia e nel resto del Paese. Né per i vivi, né per i morti». 

Per i morti? 
«La visita del Papa va collegata a quanto accadde l’anno scorso, alla vigilia di Ferragosto. Mi svegliano la notte: un altro sbarco, tanti stanno male, 23 sono morti, compresi 3 bimbi. Non avevo più posti in cimitero. Nessuno rispondeva. Molti parlano di accoglienza, ma si fa fatica a praticarla. Scrissi quindi al Papa: “Non ci dimentichi…”. E lui sabato, andando via, mi ha sussurrato le mie stesse parole: “Vi porto nelle mie preghiere, non dimentico di voi…”. Ecco, quando mandi una lettera al Vaticano pensi: “Ma chi la leggerà, un collaboratore, un ufficio?” No, l’aveva letta lui, papa Leone». 

La parola più bella sentita durante questo viaggio? 
«Il rilancio di quell’espressione che possiamo tradurre in “fiato mio”, “respiro mio”, cioè “O scià”. La stessa invocazione accesa 15 anni fa da Claudio Baglioni, quando davvero non ci filava nessuno. E Claudio c’era in prima fila sabato, continuando a condividere il nostro respiro»

5 luglio 2026 ( modifica il 5 luglio 2026 | 21:28)