di
Matteo Cruccu
Dave Grohl a Milano per gli I-Days con la sua band: due ore e mezza di connessione vera tra lui e il pubblico, senza risparmio
«La cosa più importante per me? È la connessione con il pubblico»: in una delle rarissime interviste concesse negli ultimi mesi così aveva sentenziato Dave Grohl. E il fu batterista dei Nirvana, oramai da un trentennio colonna inscalfibile dei Foo Fighters, ha mantenuto la promessa.
Di ritorno in Italia dopo otto anni ( e a Milano dopo 15) il batterista che divenne chitarrista (caso unico a questi livelli) ha regalato oltre due ore e mezza di show ai 65mila fan addivenuti all’Ippodromo, concerto principe degli I-Days insieme ai System of a Down domani sera (preceduti dal sontuoso set dei Queens of the Stone Age). Ippodromo decisamente migliorato, grazie ai megaschermi che consentono di vedere bene lo show anche ai fan nelle retrovie e a un suono sicuramente più audibile degli anni passati.
Uno show molto atteso anche perché il primo in Italia dopo la scomparsa di Taylor Hawkins, batterista amatissimo dal buon Dave. Ed essenziale nell’architrave del suono dei Foo: Ilan Rubin, già nei Nine Inch Nails, si è dimostrato ottimo erede, pestando a regola d’arte quando era necessario. E, dunque, Dave ha mantenuto la promessa. A partire dalla scaletta: non capita praticamente mai che una band decida di rinunciare quasi completamente, all’ultimo disco. I Foo l’hanno fatto: nessun pezzo da «Your Favourite Toy» uscito ad aprile, spazio soltanto alle hit.
Che sono tante, davvero tante. La formula magica, fin dal primo omonimo disco “Foo Fighters” di 31 anni fa ovvero quella di declinare le asperità del rock più sotterraneo con delle linee melodiche più accessibili, rimane inalterata. E vincente. Ballano, saltano, cantano tutti i 50 something, figli degli anni’90, i ragazzi del grunge ( e del post grunge) mentre scorre il loro film generazionale: dalla scossa di «The Pretender» all’omaggio all’uomo comune (e non a Cobain, come vorrebbe la vulgata) di «My Hero», dalla cantata corale di «Learn to Fly» fino al congedo di «Everlong»
In una sintonia totale (come da premessa) tra il frontman e il suo pubblico: Grohl ama il nostro paese, lo confesserà a più riprese durante il concerto. E dimostra anche di conoscerlo molto bene: a un certo punto ringrazierà il Leoncavallo (e l’Isola di Bologna), testimoniando lui, da un oceano di distanza, quanto sono stati importanti i centri sociali in questo Paese, incubatori di tanta sperimentazione un tempo di fronte al deserto della scena underground oggidì.
Come emoziona l’omaggio, quasi alle battute finali, all’amico Taylor sulle note di «Aurora». Fino appunto al passo d’addio di «Everlong», due ore e mezza di rock’n’roll dritto al punto insomma, senza infingimenti, senza trucchi. Chissà «se tutto potrà mai essere di nuovo così bello» canta e chiosa Dave. Chissà sì. Per ora va benissimo.
5 luglio 2026 ( modifica il 6 luglio 2026 | 01:43)
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