di
Greta Privitera

Spuntano gli altri tre figli di Khamenei. Naser Makarem Shirazi, grande religioso sciita, promette una «punizione divina» per i responsabili della morte dell’ayatollah

Mostafa, Masoud e Meysam Khamenei fissano i sei uomini che, a passo lento, sollevano la bara del padre e la portano fuori dalla Grande Moschea dell’Imam Khomeini. È il terzo giorno del lutto pubblico, il cuore delle sette giornate che la Repubblica islamica ha battezzato «il funerale del secolo». La bara di Ali Khamenei viene sistemata sul palco. Meysam cede in un pianto improvviso e si copre il volto con il tessuto bianco e nero dei basij, la stessa sciarpa che il padre ha voluto deposta sulla cassa.

Sotto il palco, la tv di Stato costruisce il mito. Un mare di bandiere rosse — lutto e vendetta — si agita come un’onda ininterrotta. La folla, nelle immagini ufficiali, è compatta, quasi magnetica. Ma sugli smartphone il racconto si incrina: altri video mostrano la spianata del Grand Mosalla con spazi vuoti, margini senza la densità che il regime rivendica quando annuncia tra i 12 e i 20 milioni di partecipanti.



















































La salma di Ali Khamenei e quelle dei quattro familiari uccisi nel raid del 28 febbraio restano al centro della moschea, mentre l’ayatollah Jafar Sobhani, 97 anni, guida le preghiere. I camion dei pompieri spruzzano acqua sulla folla, le bancarelle distribuiscono anguria e bevande, dai grandi altoparlanti scendono canti religiosi che trasformano la marcia funebre in una liturgia collettiva. Le autorità danno i primi numeri: oltre tre milioni di corse nella metropolitana di Teheran, quattromila persone assistite per il caldo soffocante.
Oltre ai tre figli, tra gli altri, sono stati avvistati il presidente Masoud Pezeshkian, il presidente del Parlamento Mohammad Ghalibaf e il generale Ahmad Vahidi, capo dei Guardiani della Rivoluzione, riapparso per la seconda volta dopo mesi di assenza per non fare la fine del predecessore ucciso da un raid israeliano.

Ma è l’assenza a definire il quadro. Mojtaba Khamenei, il nuovo leader supremo, ancora non c’è. Non ieri, non oggi. Da quando è stato proclamato Guida suprema l’8 marzo, dopo essere stato ferito nello stesso complesso del padre, non si è mai mostrato in pubblico, non si è mai sentita la sua voce. Si dice che abbia chiesto di guidare la preghiera del 9 luglio a Mashhad, ultima tappa del tour del dolore, ma che gli abbiano negato il permesso per «questioni di sicurezza». Una spiegazione che non convince tutti. Persino Tasnim, l’agenzia vicina ai pasdaran, manda in onda la risposta di una donna: «Cosa posso dire? Non lo so… Ci aspettavamo tutti che si presentasse almeno al funerale di suo padre». Per chi è contro il regime, l’assenza è la prova che il successore è morto o gravemente malato; per altri è il segnale che, forse, non è davvero lui a guidare la Repubblica islamica. In una piramide pensata con l’ayatollah al vertice, l’ombra sul vertice è crisi profonda.

Il regime, nota lo storico Arash Azizi, cerca di proiettare resilienza e continuità, ma non riesce a mostrare unità. Alle celebrazioni mancano anche tutti e tre i presidenti viventi — Khatami, Ahmadinejad, Rouhani. E, racconta Azizi, che la famiglia di Khomeini, fondatore della Repubblica islamica, oggi vicina ai riformisti, è stata umiliata: «Mentre passavano davanti alla bara dagli altoparlanti è partito un versetto coranico (il 95 della Sura An-Nisa, le donne, ndr.) che li ha derisi: hanno lasciato la cerimonia in segno di protesta».
Dalle casse, Naser Makarem Shirazi, grande religioso sciita, promette una «punizione divina» per i responsabili della morte dell’ayatollah e ammonisce gli iraniani a non pensare che la guerra sia finita. Ma mentre la folla chiede vendetta, Teheran tiene aperto il canale con Washington, sospeso solo per i giorni del lutto. Oggi, alle sei del mattino, il corteo partirà da Piazza Imam Hossein e attraverserà dieci chilometri della città fino a Piazza Azadi, che vuol dire libertà.

5 luglio 2026