di
Davide Soattin
I rapporti deteriorati dopo le seconde nozze del genitore, il figlio ha spiegato di voler preservare il patrimonio. La sentenza del Tribunale: il conto cointestato non comporta automaticamente la comproprietà delle somme depositate
Aveva svuotato il conto corrente cointestato con il padre, trasferendo il denaro sul proprio conto personale attraverso quattro bonifici. Ora, però, dovrà restituire oltre 134mila euro. Lo ha stabilito il Tribunale di Rimini che, con una sentenza della giudice Giorgia Bertozzi Bonetti, ha condannato il figlio a restituire al genitore parte delle somme precedentemente prelevate.
I rapporti deteriorati e la versione del figlio: i 4 bonifici
La vicenda, riportata dal Corriere Romagna, nasce dal deterioramento dei rapporti tra i due, ulteriormente amplificato dopo il secondo matrimonio dell’uomo. Secondo la versione del figlio, il cambiamento degli equilibri familiari e il progressivo allontanamento del padre dal nucleo originario lo avrebbero spinto a mettere al sicuro il patrimonio paterno, nella paura che potesse essere disperso. A settembre 2019 quindi il figlio effettuò quattro bonifici dal conto cointestato a quello personale: tre da 50mila euro e uno da 30mila euro, per un totale di 180 mila euro. Somme che, davanti al giudice, non ha mai negato di aver trasferito, sostenendo però che gli spettassero o che le avesse spostate per interesse del padre.
Quest’ultimo però ha sostenuto che quel denaro era costituito esclusivamente da risorse personali, tra cui rientravano i dividendi derivanti dalla partecipazione in una società proprietaria di una attività alberghiera. E proprio a tal proposito, il figlio ha rivendicato il diritto a una parte delle somme accreditate dalla società, sostenendo di aver gestito per anni l’albergo di famiglia. Una tesi che però il tribunale non ha accolto.
Scontro con i documenti
Dalla documentazione acquisita è infatti emerso che il padre era socio della società, mentre il figlio non ricopriva alcun incarico formale. Inoltre, le attività di marketing che quest’ultimo sosteneva di aver svolto risultavano affidate a collaboratori esterni. In assenza di un accordo che prevedesse un compenso, la giudice ha quindi ritenuto che il suo contributo fosse riconducibile a una collaborazione familiare e non a un rapporto di lavoro retribuito.
Il precedente della Cassazione
Nella sentenza, la giudice ha infine richiamato un consolidato orientamento della Corte di Cassazione, ricordando che la cointestazione di un conto corrente attribuisce ai titolari la facoltà di operare nei confronti della banca, ma non comporta automaticamente la comproprietà delle somme depositate. Nei rapporti interni tra i cointestatari, infatti, è necessario riuscire ad accertare chi abbia effettivamente versato il denaro. Il tribunale ha quindi condannato il figlio a restituire al padre oltre 134mila euro, oltre agli interessi legali dalla domanda fino al saldo e al pagamento di oltre 14mila euro di spese di giudizio.
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5 luglio 2026 ( modifica il 5 luglio 2026 | 13:11)
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