Show Haaland, Brasile e Ancelotti a casa
(di Paolo Tomaselli, inviato a East Rutherford) Il 5 luglio era il giorno in cui Paolo Rossi faceva piangere il grande Brasile e 44 anni dopo diventa il giorno in cui Erling Haaland riduce in lacrime una Seleçao normale, troppo normale per contrastare nel finale il fenomeno norvegese, che con gli unici due tiri della sua partita vola ai quarti, mentre la squadra di Ancelotti vola verso casa. I verdeoro sbattono sul portiere di riserva del Siviglia (svincolato dal primo luglio), che para un rigore dopo appena 10’ a Bruno Guimaraes: Vinicius junior, leader e bomber di questa squadra, non è un gran tiratore, ma tirarsi indietro in un Mondiale non è un gran segnale.
Con la partita lungamente in equilibrio, non si può dire che il Brasile non cerchi di vincere la partita e che Ancelotti non le provi tutte, buttando anche Neymar nella mischia: O Ney segna il rigore della staffa, al 100’, quando è troppo tardi. E chiude in lacrime, seduto sul prato, bolso e stravolto, mentre il suo ct sembra dirgli “cosa piangi a fare?”. Perché l’ancelottizzazione del Brasile prevede sobrietà, dove invece c’è sempre troppa esaltazione per le vittorie e troppo senso tragico per le sconfitte.
Dopo le mosse di Solbakken nell’intervallo e le contromisure di Carletto, che cerca la formula giusta per battere il portiere di riserva del Siviglia in giornata di grazia, al momento del dunque – a undici minuti dal novantesimo – la Seleçao subisce la legge vichinga di Erling, che poi raddoppia nel finale con un sinistro da fuori area: due vere occasioni e due gol storici per la Norvegia, che non era mai arrivata nella sua scarna storia fino ai quarti di un Mondiale.
Il Brasile invece esce agli ottavi per la prima volta dopo il ko con l’Argentina a Italia ’90 e poco importa che qui sia la quinta partita e non la quarta: la gestione Ancelotti sarà anche proiettata (lo dice il contratto) verso la Coppa del 2030 quando la generazione di Endrick, Estevao, Rayan e soci sarà nell’età della maturità, ma uscire così presto non era nei programmi. E pur con tutti gli alibi, anche Carletto dovrà affrontare il processo mediatico, perché la sua creatura ha stentato al debutto contro il Marocco e ha rimontato all’ultimo secondo il Giappone nel turno precedente. Tanto che nessuno, a parte la torçida brasiliana, considerava Vinicius e soci in lizza per la vittoria finale.
E la Norvegia imbattuta con il Brasile in 5 partite su 5, dopo ventotto anni di assenza da un Mondiale, può crederci? Con questo Haaland, un clima unico creato con i tifosi che si muovono come canottieri a ritmo del tamburo scandito dal suo re vichingo, sognare non è affatto proibito, anche se il passaggio – adesso naturale – da outsider a squadra di primissima fila, va metabolizzato. Però con un portiere che le prende tutte e un attaccante che non sbaglia un colpo (i gol sono già 7 in 4 partite), è facile maturare in fretta.
Il Brasile invece ha il problema del gol, perché se Nyland fa il fenomeno, è vero anche che il rigore di Guimaraes (chiamato dal Var, ma nettissimo come quello della Francia: c’è un problema arbitri?) è lento e poco angolato. E non bastano le folate di Vinicius o Martinelli per sfondare: qui a Usa ’94, quando Ancelotti era assistente di Sacchi e la Seleçao vinse la finale ai rigori, c’erano Bebeto e Romario, poi arrivò Ronaldo e il quinto Mondiale. Adesso il fenomeno che non perdona è norvegese e di fronte a Leonardo Di Caprio in tribuna il presunto kolossal chiamato Brasile è il solito Titanic. Ormai un classico.