di
Giulia Taviani

Solitudine e isolamento vengono visti come una forma di autoconservazione emotiva e vengono scelti da chi preferisce spendere tempo ed energie per sé stessi anziché per partner o amici. Tra i motivi ce n’è anche uno economico

In principio fu Vogue e il suo editoriale: «Avere un fidanzato è imbarazzante adesso?». Poi ci si è messa l’inflazione, che ha avuto un impatto anche sul mondo degli appuntamenti (uscire per un date costa più degli anni passati). Da qui è partita una riscoperta di sé stessi con la nascita di nuovi «influencer della solitudine» e di un fenomeno che punta a riscoprire l’isolamento: il «solo-maxxing».

Il trend dei «maxxing» viene condiviso online dalla generazione Z (e da qualcuno tra i Millennials) per descrivere comportamenti estremi di auto-miglioramento: travel-maxxing (per chi rivendica l’importanza di viaggiare), catholic-maxxing (per chi riscopre la religione) o il looks-maxxing, criticato perché si concentra troppo sull’aspetto fisico ricorrendo anche alla chirurgia estetica. O il nonna-maxxing, che si chiede se il segreto della felicità non sia custodito nello stile di vita delle nonne italiane.



















































In questo scenario, il «solo-maxxing» aggiunge un nuovo livello di auto-miglioramento: solitudine e isolamento come una forma di autoconservazione emotiva, scelto da chi preferisce rinunciare alle relazioni per portare tutta l’attenzione – tradotta in energia, tempo e denaro – su sé stessi. Lara Pelagotti, psicologa e psicoterapeuta, precisa che la solitudine oggi non viene più vista come un fallimento, bensì come uno stile di vita da scegliere.

I motivi per rincorrere una vita da soli sono vari: alcuni pratici – mi sono trasferito in una nuova città, ho perso contatti con i vecchi amici e non riesco a farmene di nuovi -, altri culturali – rivendicare la solitudine come una scelta legittima -, altri ancora economici.

Secondo i dati diffusi lo scorso febbraio dal Real Financial Progress Index della Banca di Montreal – canadese ma con filiali anche negli Stati Uniti – negli Usa, in media, la generazione Z spende per un appuntamento circa 176 euro (compreso di cibo, trasporto e cura della persona). Un aumento del 12,5% rispetto alla media del 2025, e che sale notevolmente se si considera che per trovare un partner fisso bisogna uscire più di una volta. Non esiste una ricerca simile per il mercato italiano, ma basta calcolare la spesa per un aperitivo, una cena, la benzina e la cura personale, e si può supporre che la media italiana si aggiri tra i 50 e i 100 euro. A Londra, secondo uno studio della banca britannica Barclays, siamo sulle 111 sterline al mese dedicate ad appuntamenti e ad app di incontri, tanto da dissuadere molti giovani a usarle.

Ma c’è anche chi lo vede come una scusa, un modo per proteggere le proprie energie emotive, evitando di imbattersi in relazioni superficiali e delusioni varie. Secondo una ricerca globale condotta dal sito MyIQ, il 37% dei giovani tra i 18 e i 34 anni considerano gli appuntamenti moderni «emotivamente estenuanti». Esiste anche un termine: «dating burnout», o «swipe fatigue», un’infinita ricerca e un ripetersi nauseante di «come va? hai fratelli o sorelle?» che porta all’esaurimento emotivo, arrivando a ritenere lo stare da soli come una fase di vita necessaria per ritrovare sé stessi. Molti, infatti, non considerano più le relazioni e il matrimonio come prova di stabilità sociale e personale. Hyden, una ragazza londinese di 28 anni che ha adottato lo stile di vita solo-maxxing dopo la fine di una lunga relazione, ha raccontato a Wired Us che questa tendenza «ha cambiato il modo in cui percepisco l’essere single e lo stigma che si porta appresso, trasformandolo in qualcosa a cui aspirare».

«Le relazioni – precisa Pelagotti – sono sicuramente più stancanti dello stare da soli. Chiedono un investimento di tempo, energie, emozioni, soldi. Ma stiamo anche assistendo a una minore tolleranza dell’incertezza, che credo dipenda dal fatto che siamo sovrastimolati, abituati a controllare velocemente la nostra realtà. Bisogna capire quindi se la solitudine mi aiuta davvero a esplorare me stesso, o se sto semplicemente evitando una relazione per paura di entrare in contatto con l’intimità».

A ottobre Vogue si chiedeva se «Avere un fidanzato è imbarazzante adesso?». In quest’analisi, Chanté Joseph analizzava il desiderio delle donne di destreggiarsi tra i vantaggi sociali dell’avere un partner, e la voglia di apparire abbastanza distaccate da non sembrare delle sfigate, etichettando questi anni come un’epoca di un dilagante «eterofatalismo» (termine coniato dalla studiosa di sessualità Asa Seresin), ovvero donne stanche di uscire con gli uomini. Il New York Times Magazine la scorsa estate ha dedicato un articolo sul tema, «Il problema di volere gli uomini». Il riassunto era: non c’è nulla di male a innamorarsi, ma non c’è nemmeno niente di sbagliato nel restare soli o nel non provarci affatto.

Come in ogni fenomeno, anche per il solo-maxxing c’è chi lo porta all’estremo. Su TikTok sono comparsi gli influencer della solitudine: utenti single e senza amici, con interazioni solo all’interno del lavoro e della famiglia d’origine. Secondo il giornalista del Guardian Dave Schilling «uno dei motivi per cui questi video circolano così tanto è che la cultura ha rafforzato l’idea che stare da soli sia un comportamento socialmente disadattato, che si è a un passo dal diventare l’Unabomber e fuggire in una baita nel Montana. I video offrono una visione alternativa: va bene anche così».

Lana Isa, tra le più famose «solitude influencer», racconta a The Cut che, dopo aver chiuso una lunga relazione sentimentale ed essersi trasferita dall’altra parte del Canada, ha perso numerosi amici, ritrovandosi sola in una nuova città. Da qui l’idea di raccontare come godersi al massimo questa particolare fase della vita. E a chi le fa notare la contraddizione di raccontare la solitudine sui social, lei risponde che basta spegnere le notifiche e non controllare i post dopo averli pubblicati.

Anche i video di Pauline Cee iniziano con la dicitura: «Vivi da sola a New York, non hai amici e questo è come trascorri il tuo venerdì sera», mentre con un cartone della pizza rientra nella sua casa immacolata. Lo stesso vale per il profilo @dramafreediaries, i cui slogan sono: «Va bene vivere una vita che gli altri non capiscono» ed «è imbarazzante solo se ti vergogni». «C’è un motivo per cui le case degli influencer della solitudine sono sempre così ordinate, l’arredamento così anonimo, la musica soft e insignificante. È una fantasia per gli spettatori sovraccarichi» scrive Faith Hill sul The Atlantic.

Per altri critici, invece, questo stile di vita è un campanello d’allarme di una generazione che si sta lasciando andare alla solitudine e all’isolamento. Anche se si tratta di due termini diversi: «La solitudine – spiega Pelagotti – non ha di per sé un connotato negativo, ma è una dimensione dove torno me stesso per riscoprirmi. L’isolamento è chiusura, paura delle relazioni perché so che potrei perderle o che potrei stare male».

Una ricerca di Unobravo del 2025 riporta che circa il 50% degli italiani – soprattutto tra i 25 e i 34 anni – si sente solo nella città in cui vive. Di questi, il 70% parla proprio di «isolamento». E la relazione non aiuta necessariamente in questo: a manifestare solitudine sono il 67% degli italiani con partner e il 60% dei single. Ma per Pelagotti il tema non è tanto la solitudine, quanto la disconnessione: «Non avere qualcuno con cui condividere chi sono, i miei valori e i miei progetti porta una sensazione di disconnessione e un senso di solitudine doloroso».

Dipende dunque da quali sono le motivazioni che spingono a stare soli. Il solo-maxxing potrebbe essere un modo adottato per scardinare costrutti sociali che spingono a costruire una vita fatta di relazioni forzate. Questo trend rassicura che si possono avere pochi amici, o nessuno, che si può trascorrere il venerdì sera da soli e che non serve avere un partner per sentirsi in equilibrio, per un periodo o per sempre.

4 luglio 2026 ( modifica il 5 luglio 2026 | 18:13)