Affrontando Beast ho fatto la conoscenza di tre persone:
- Tyler Atkins: regista australiano, ha esordito nel lungometraggio con Bosch & Rockit, interpretato, tra gli altri, da Luke Hemsworth, alias il Teschio di Cristallo della famiglia Hemsworth, il fratello che chiunque giurerebbe che non esiste;
- David Frigerio: sceneggiatore americano, ha scritto The Signal e Land of Bad;
- Daniel MacPherson: attore australiano, ha interpretato il già citato Land of Bad, ma anche Poker Face di Russell Crowe, Nelle pieghe del tempo e lo abbiamo visto in Fondazione su Apple TV+. Ha inoltre presentato Ballando con le stelle in Australia. Immaginatelo come un esperimento genetico per incrociare Dave Bautista e Hugh Jackman.
So che poi non mi credete
Di tutti questi signori ignoravo l’esistenza prima di vedere Beast. Certo, avevamo visto insieme il trailer in una vecchia live, ma sinceramente lo avevo abbastanza rimosso, come avevo rimosso il fatto che Russell Crowe, qui impegnato nel ruolo piuttosto marginale dell’ex allenatore del protagonista – talmente marginale che, quando detto protagonista deciderà di tornare sul ring dopo dieci anni, ad allenarlo sarà la figlia del suo vecchio coach – è in realtà co-sceneggiatore insieme a David Frigerio. È un progetto in cui credeva, insomma, confezionato nella nativa Australia, insieme a una squadra di gente con cui aveva già collaborato (anche lui era in Land of Bad insieme a Luke Hemsworth). Oh, Russell Crowe non è uno che scrive tanti film eh? Ha scritto giusto Poker Face (da lui diretto) e questo. Viene da pensare che Beast sia dunque una grossa occasione, un progetto sentito e importante, anche se dai trailer l’impressione era di un generico dramma sportivo ricalcato per l’ennesima volta su Rocky (e Warrior).
Questo sarebbe il momento in cui stupirvi dicendovi che invece no! Beast è insospettabilmente un signor film, che rinverdisce i fasti del filone con classe, ma purtroppo mi tocca deludervi: siamo proprio dalle parti di un prodotto medio senza particolari guizzi. A sua difesa però va detto che, in effetti, Beast non è neanche male, ha qualche freccia al suo arco. Soprattutto, per fortuna, nelle parti in cui ci si mette le mani in fazza.
Sigla cantata da Russell Crowe!!!
Al centro di Beast (se il titolo vi pare poco fantasioso pensate che doveva originariamente intitolarsi The Beast in Me, cambiato credo perché stava uscendo l’omonima miniserie Netflix) troviamo “Il Generale” Patton James, ex campione di MMA che ha mollato tutto dopo essere finito in galera per una rissa. Diventato padre, Patton sbarca il lunario come pescatore, ma le cose non vanno troppo bene. Enter quel gran coglione di suo fratello Malon (Mojean Aria), un tamarro con la fazza tatuata che finisce in coma dopo un match con Xavier Grau (Bren Foster, vi avevamo parlato del suo Life After Fighting, qui si conferma solidissimo nelle scene di menare ma ha un personaggio di villain troppo generico per brillare). Il di lui manager, il senza scrupoli Gabriel (Luke Hemsworth), propone allora a Patton un incontro con Xavier, che lui stesso aveva mandato K.O. una decina di anni prima, unica sconfitta in carriera per il lottatore americano. Patton, da poco licenziato e con un altro pargolo in arrivo, entra subito in modalità Joseph Campbell: rifiuta, poi ci riflette, poi accetta. Lo fa puramente per soldi: Gabriel gli ha proposto 100 mila dollari, lui gliene strappa 150. La moglie (Kelly Gale) non è mica d’accordo, ma che devi fare? C’è bisogno di quel gruzzolo anche per pagare certi debiti che quel gran coglione (vale la pena ribadirlo) di Malon ha contratto con la malavita. Poi succedono una serie di altre robe che non vi spoilero, che consentono al film di menare il can per l’aia per quasi tutto il secondo atto, finché alla fine si arriva all’incontro. Nel frattempo, da circo messo insieme solo per il vil denaro, quel match si è caricato per Patton di un senso ulteriore: ora ci crede davvero, deve vincere per forza, non per soldi ma per [inserire ragioni personali senza spoiler]. La “bestia” dentro di lui è uscita fuori e mo, caro il mio Xavier, sono piselli da evacuare.
Come potete vedere non ci si allontana di un millimetro dal canovaccio standard di questo tipo di film. Beast rimane oltretutto abbastanza in superficie, non dice chissà quali cose originali sulla mentalità del maschio alpha medio nel mondo di questo sport, anzi: Patton è il più classico dei campioni in pensione, che ha messo la testa a posto e si è allontanato da un mondo violento, salvo doverci rientrare e scoprire che non se l’era mai davvero lasciato alle spalle. MacPherson ce la mette tutta, ha una discreta intensità, ma Patton James non è certo Rocky Balboa. Se è per questo non è nemmeno Kurt Sloane di Kickboxer, altro riferimento abbastanza evidente di questo Beast. Si pone a metà strada tra i due – né troppo introspettivo, né, in mancanza della scrittura di Stallone, sufficientemente carismatico – e non è che si vinca la corsa del cinema armati di medietà.
“Qui è dove gli metti tutte queste dieci dita in fazza.”
Siamo più dalle parti del dramma sportivo che del film d’azione, solo che manca l’approfondimento dei personaggi necessario per reggere le parti senza botte. Non aiuta il fatto che per buona parte del secondo atto Beast gira a vuoto, attende, si ripete, devia, si sgonfia, e infine si gioca il colpo di scena melodrammatico per caricare il finale. Non aiuta che il principale MacGuffin del film – il già citato fratellino Malon – sia un coglione di proporzioni bibliche. Quello che dovrebbe rappresentare il nucleo affettivo/morale, l’ancora a cui si aggrappa Patton per ritrovare se stesso, è talmente insopportabile, con quei suoi tatuaggetti del cazzo e i capelli rosa, che non vedi l’ora che si levi dalle palle.
E Russell Crowe? Se ne sta in disparte, si ritaglia un ruolo piccolo, spara un paio di frasi da mentore quando è il momento giusto, ma lo fa con una tale classe da risultare l’unico a essere in grado di scalfire la superficie per infondere un po’ di gravitas al film. Nel mezzo di tutti questi mestieranti, è l’unica vera star del cinema e si capisce perché.
Giù il cappello
Per fortuna che poi arriva il terzo atto, quello in cui ci si mena. E ci si mena per bene! Tutti i match del film sono ben coreografati e il peso delle mazzate è ben evidente – sia per il lavoro sul sonoro che sulle coreografie, ma sospetto anche che abbiano usato il digitale per far atterrare i pugni in maniera più decisa. Lo scontro finale, poi, è una goduria: vario, soddisfacente, con continui ribaltamenti e tante invenzioni. Soprattutto, ma potete correggermi dato che di MMA non me ne intendo, non ha paura di mettere in mostra tutte le tecniche dello sport, anche le meno immediatamente cinematografiche: ci sono un sacco di prese e momenti di stallo, che Atkins però riesce a trasformare in momenti di tensione e suspense in grado di rivaleggiare con le scene in cui ci si prende più apertamente a cartoni sulle gote.
Forse sono stato fin troppo critico con Beast: si guarda con piacere, tutto è stereotipato ma reso con abbastanza convinzione da non guastare l’esperienza generale. Se mai il problema è quel secondo atto ondivago e incerto, ma il match finale ripaga ampiamente dell’attesa.
Poster quote:
“Non un bestione di film, ma una simpatica bestiola.”
George Rohmer, i400Calci.com