di
Giovanni Cortesi e Cesare Giuzzi
L’assalitore di via Capecelatro, mentre la sua vittima era gravissima, ha sfidato gli agenti: «Mi sono divertito». Lunedì 6 luglio l’interrogatorio. L’informatico Gerardo P. lotta ancora per la vita
«Mi sono divertito, appena esco lo rifaccio». Lamin Saidilly è appena stato arrestato dalla polizia dopo aver sferrato venti coltellate contro la sua vittima scelta a caso. In quei momenti Gerardo P., informatico di 55 anni, papà di una ragazza di 16, sta correndo in ambulanza verso il Niguarda. Dopo essere stato colpito quasi a morte (le sue condizioni restano molto gravi ancora adesso), sabato mattina, verso le 7.30, è riuscito a rialzarsi e a scappare dietro al bancone del bar lasciando dietro ai suoi passi una lunga scia di sangue.
Non ha idea di chi l’abbia colpito e nemmeno del perché. Ma quello che sta emergendo dopo 48 ore di indagini sull’assalto di sabato mattina fuori dal bar «La Giada» di via Capecelatro, a San Siro, fa sempre più pensare che una risposta, in realtà, non ci sarà mai. Perché poco prima delle sette e mezza, Lamin Saidilly — nato a Conegliano (Treviso) da una famiglia di origini gambiane — è uscito in strada per «cagionare la morte» della prima persona che potesse essere facile bersaglio, come scrive il pm Elio Ramondini che contesta al 22enne, oltre ai futili motivi, anche l’aggravante della premeditazione. Le sue parole agli agenti che lo hanno bloccato e portato in questura, e quel riferimento non solo al fatto che si è «divertito» ma anche che è pronto a «rifarlo», hanno convinto ancora di più gli inquirenti che alla base del tentato omicidio ci sia una violenza gratuita, una voglia di «uccidere» per «soddisfare un impulso» senza un perché. Come nel delitto di Sharon Verzeni, uccisa a Terno d’Isola nel luglio 2024. «Parole allucinanti», per il vicepremier Matteo Salvini: «Si è divertito e lo rifarebbe? Che non esca più dal carcere allora!».
Gerardo P. ha avuto la sola colpa di trovarsi sulla sua strada sabato mattina, bersaglio facile perché era di spalle mentre in piedi parlava con il padre Costantino, 78 anni, seduto ai tavolini esterni. «Senza proferire alcuna frase», Saidilly ha aggredito il 55enne «dalle spalle, con un coltello di 21 centimetri (7 cm di lama) colpendolo con 20 fendenti» alla testa, al collo, al torace e all’addome.
Le telecamere mostrano il suo arrivo alle 7.22, a piedi, compassato, vestito di nero e grigio, con il volto coperto dal cappuccio di una felpa e da uno scaldacollo. Sembra indifferente mentre cammina a lato di una aiuola. Poi però alza la testa verso il 55enne, scarta in direzione dei tavolini mentre dai pantaloni della tuta estrae con la mano destra il coltello. Gerardo P. vede solo il braccio spuntare alle sue spalle. I colpi arrivano rapidissimi. Prima alla parte destra del petto, poi quando la vittima prova a reagire, insieme all’anziano padre che subito si alza e tenta una disperata lotta, Saidilly gli sferra altre coltellate, in una sequenza velocissima. Come i colpi di un pugile sul ring.
Arrivano altri clienti — anche due muratori egiziani —, mentre i tre cadono a terra. È proprio il papà, coraggiosamente, a bloccare da terra per il collo l’aggressore del figlio. Pochi secondi e riescono a strappargli la lama, mentre gli si buttano sopra per bloccarlo fino all’arrivo della prima volante della polizia. Un agente, con il taser in mano, lo tiene sotto tiro, il collega più giovane lo ammanetta ancora a terra sul selciato. Lui a faccia in giù, non dice una parola, non scalcia, si lascia immobilizzare senza reagire. Intorno — la scena viene ripresa con il cellulare da un altro cliente — il padre della vittima urla di fare presto, che serve «un’ambulanza», perché suo figlio sta morendo. È poco dopo quegli attimi che Saidilly pronuncia le frasi, quasi di sfida, agli agenti. Lunedì 6 luglio sarà interrogato dal gip Luigi Iannelli nel carcere di San Vittore. Mentre la sua vittima lotta ancora per la vita.
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6 luglio 2026 ( modifica il 6 luglio 2026 | 13:06)
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