«Una volta la prima serata era alle 20:30, poi si è passati alle 21:15, ora arriviamo alle 22. Non è giusto, perché io capisco tutte le logiche ma noi abbiamo lavorato tutti come assassini. La devono finire. Dietro c’è il lavoro non solo degli attori, ma di centinaia di lavoratori dello spettacolo che meritano rispetto, al di là delle logiche degli ascolti. Vedere i nostri prodotti così maltrattati mi fa avvelenare. Basterebbe andassero in onda tre quarti d’ora prima per garantirgli il successo che meriterebbero», le sue parole condivise da molti, considerando che le due principali reti televisive italiane, Rai1 e Canale 5, da un po’ di tempo a questa parte hanno deciso di farsi la guerra nell’access prime time non solo per strappare un punticino di share in più al competitor, ma anche per raccogliere una maggiore pubblicità da parte degli inserzionisti.

Come, giustamente, fa notare Elena Sofia Ricci il danno «non riguarda solo gli attori, ma anche tutti i lavoratori dello spettacolo: i registi, i truccatori, i parrucchieri, la troupe. Persone che hanno fatto ore di straordinari lavorando a quarantadue gradi o a meno quattordici, come è successo a tutti noi. Perché le produzioni devono essere così penalizzate dalle logiche degli ascolti? È proprio ingiusto». Aggiungiamo che a non essere rispettati sono anche gli spettatori che, spesso, per poter seguire la loro serie preferita sono costretti a interrompere la visione in chiaro – la gente normale lavora e ha la sveglia presto la mattina – per provare a finirla in streaming, con la conseguenza di un netto calo di ascolti. Così a perdere sono tutti. Fatta eccezione per chi va in onda in un access che un tempo durava mezz’ora e che, ora, si allarga fino a metà della prima serata.