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Massimiliano Nerozzi, inviato ad Atlanta

Si alimenta il caso dell’intervento del presidente americano per far rimuovere la squalifica di Balogun

È un po’ come il Watergate — con funzionari dell’amministrazione Usa e miliardari finanziatori che hanno ficcato il naso nella faccenda — solo che Donald Trump è più sfacciato di Richard Nixon: «Ho visto la partita, sono uno che ama lo sport e quello non era fallo — ha detto il presidente in diretta tv — e questo arbitro è un po’ sospetto, se guardi il suo passato. Ha preso una decisione da non crederci, un cartellino rosso, che non sapevo neppure cosa significasse, al nostro miglior giocatore». Così, ha telefonato all’amico Gianni Infantino, boss del calcio mondiale: «Sì, e ho chiesto una revisione della decisione alla Fifa». Infantino non ha fatto una piega, as usual: «Trump mi ha chiamato, ma gli ho spiegato che la procedura legale era in mano a organi giudiziari indipendenti».

L’intervento

Detto, fatto, la squalifica di Folarin Balogun è stata sospesa dalla Commissione disciplinare, permettendo all’attaccante di giocare gli ottavi contro il Belgio. Il pallone poté più dei dazi, da come s’è compattata l’Europa: basito il vice premier e ministro degli Esteri belga Maxime Prevot — «così si minano le regole dello sport e la capacità della Fifa di difendere in modo credibile il fair play» — e mai così furibonda la Uefa, il governo continentale del calcio. Con una nota che è un capo d’imputazione: «La Fifa ha oltrepassato un limite invalicabile, è una decisione senza precedenti, incomprensibile e ingiustificabile». 



















































Di più: «Una giornata di squalifica dopo un’espulsione non è discrezionale e quando la certezza delle regole non è più garantita dai suoi custodi, l’integrità del gioco è a rischio e la credibilità della competizione viene compromessa». Alle radici: «Si crea un precedente nel torneo». Da temeraria giurisprudenza, rispolverando l’articolo 27 del Codice disciplinare, una sorta di messa alla prova, utilizzata lo scorso novembre per togliere due giornate a Cristiano Ronaldo e fargli giocare il Mondiale dall’inizio. Per dire, la Francia ha già avanzato ricorso per togliere l’ammonizione a Olise che, se ne prendesse una anche ai quarti, salterebbe la semifinale; idem ha detto il c.t. dell’Inghilterra Thomas Tuchel, a proposito del cartellino giallo preso da Bellingham. Come dire, la Fifa potrebbe aver inaugurato il salvacondotto per le star.

Il ricorso

Il Belgio ha fatto ricorso: respinto dalla Fifa — «inammissibile» — perché la Nazionale di Rudy Garcia non sarebbe «una parte» del procedimento. Ormai l’ordine è di cancellare gli indizi visto che — ha denunciato ancora il Belgio — durante il meeting pre-partita della sfida con gli Stati Uniti, che si gioca nella notte, la Fifa «ha rimosso dalle slide la sezione sulle squalifiche dei giocatori, che era sempre stata illustrata». Va da sé, è più che un imbroglio da torneo dei bar. Bastano le allusioni di The Donald all’arbitro di Stati Uniti-Bosnia, il brasiliano Raphael Claus, 46 anni: che, tra l’altro, all’inizio non aveva espulso Balogun, optando per l’involontarietà del pestone all’avversario, salvo poi essere richiamato dal Var, «per grave fallo di gioco», e solo lì deciso per il cartellino rosso. «Il passato» cui si riferisce Trump — sibillino, come spesso gli accade — solletica la memoria per una vecchia inchiesta sul calcio scommesse in cui era finito Claus, poi completamente scagionato.

Gli altri attori

Tra le accuse (smontate), c’era anche quella di aver dato cartellini rossi in modo anomalo e ingiustificato; un suggerimento, questo particolare, che sarebbe arrivato allo staff di Trump dal gestore di hedge fund Scott Goodwin. Grande appassionato di calcio e uno dei più grandi finanziatori della Federcalcio americana insieme all’amico Ken Griffin, altro mago di Wall Street, Goodwin ha permesso l’ingaggio di Mauricio Pochettino (e la sua busta paga da 6 milioni di dollari a stagione). 

Sulle polemiche, Goodwin taglia corto sui social: «I media stanno sopravvalutando il coinvolgimento in questa vicenda di chiunque non sia la Federcalcio e il suo team legale: come 300 milioni di americani, ero solo incavolato per quel rosso e ho detto che bisogna reagire». Pare l’abbiano fatto anche Andrew Giuliani, direttore esecutivo della Task Force della Casa Bianca per la Coppa del Mondo e il segretario al Commercio Howard Lutnick che, per Usa-Bosnia, era in tribuna con Infantino. Quando si dice il caso. Raccontano fosse arrabbiato pure il segretario di Stato Marco Rubio, in una confidenza con i cronisti: «Con quell’espulsione ci hanno fregato, bisogna fare ricorso». Alla fine, Pochettino s’è ritrovato la sua stella: «Eravamo già stati puniti durante la partita, questa è una decisione da festeggiare». Non ancora americano — «mi sento argentino al 200 per cento» — ma già molto trumpiano.

6 luglio 2026