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Andrea Laffranchi, inviato a Bologna
Il concerto del bluesman allo stadio Dall’Ara di Bologna per il tour che festeggia i 25 anni del brano «Baila (Sexy Thing)»
BOLOGNA Una celebrazione via l’altra. Zucchero arriva a Bologna, stadio Dall’Ara, per una tappa del tour che festeggia i 25 anni di «Baila (Sexy Thing)». Prima di salire sul palco, con un capello color lavanda, annuncia un gran finale a San Siro (10 giugno 2027) e l’ingresso nell’era «Blue’s», l’album che gli fece svoltare la carriera nel 1987, con due serie di dieci show all’Arena di Verona, una nel ’27 e una nel ’28. Quel disco, ricorda Zucchero, «era genuino, onesto, “Pippo” e “Libidine” divennero slogan: vendette oltre un milione e 200 mila copie nei primi mesi». Altri tempi. Quell’estate lui fece un tour (spesso c’era anche Gino Paoli) in palazzetti e piccoli stadi, oggi con numeri meno esplosivi si va subito nei grandi spazi. Proprio altri tempi.
«Dopo il Covid la voglia di divertirsi e uscire ha fatto incrementare il live in tutto il mondo. Lo vedo anche su me stesso: arrivo a questo punto della carriera dopo aver seminato bene. In più, i giovani di oggi sono grandi comunicatori e macchine da guerra sui social, rendono tutto più veloce. Sul palco poi corrono, ballano, sculettano…». Caustico e ironico: «Cantano? Mah, se la cavano». Un disco nuovo, invece, non sembra trovare spazio in agenda. «Non serve più… No dai, non è vero… però fare dischi è diventato molto difficile. Come diceva Luciano Pavarotti, mantenere il successo può non essere così difficile quanto giustificarlo. Se esci con un disco devi farlo con 8-9 canzoni che hanno gli attributi».
Il palco di questo tour ripropone ai 26 mila presenti a bologna il 6 luglio quanto visto negli ultimi anni: un grande sole dai raggi dorati che incornicia un megaschermo tondo. Zucchero non è uno da effetti speciali. Il concerto per lui sono le canzoni e una band di 12 elementi che suona senza troppi trucchetti tecnologici per circa tre ore. Due citazioni, le parole di Pessoa e la musica di Aretha Franklin con la voce potente di Oma Jali, aprono il concerto. «Spirito nel buio», «Music in Me» e «Il mare impetuoso al tramonto…» danno ritmo in partenza. Il cerchio si chiude nel finale in cui sono previste «X colpa di chi» e «Diavolo in me». «Iruben Me» si raccoglie, sognante e psichedelica. L’intimità torna a onde con la tromba di «Dune mosse» e in chiave acustica su «Un soffio caldo». «Partigiano reggiano» parla, con ironia, di tempi di guerra e libertà.
De Gregori, amico con il quale ha scritto «Diamante» (anche quella nel finale), ha detto che non apprezza chi prende posizione su temi di attualità e politica. «Con Francesco ho scritto cose molto belle, ci siamo frequentati… non voglio fare il politically correct ma non oserei mai contraddirlo in pubblico. Lui ha detto, ispirandosi a Whitman, “contengo moltitudini”. Allora se sei una persona sensibile hai anche dei dubbi: mi ci ritrovo in queste parole». Lui però non si sottrae al dibattito. Dacia Maraini, in un’intervista alla Stampa, ha rilanciato l’idea di assegnare il Nobel per la pace a Lampedusa: «Va benissimo, è giusto… basta che non lo diano a Trump».
Della sua esperienza sanremese, quattro volte in gara a inizio carriera negli anni Ottanta, nella scaletta di questo show c’è soltanto «Donne». Il Festival targato Stefano De Martino annuncia rivoluzioni. Non sarà più il vincitore di Sanremo a rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest, ma ci sarà una selezione apposita nella serata del venerdì. Per le vestali dell’Esc è un errore, come lo sarebbe non mandare in Champions chi vince il campionato. «Sanremo non è un campionato mondiale. Al massimo una partita a ping pong. Lo dico con tutto il rispetto visto che da lì ci sono passato anche io». Il linguaggio di Zu si fa sanguigno. «All’Eurovision devi mandare qualcuno che abbia i cogl… e sia competitivo. Non può essere una scelta automatica come accadeva con Castrocaro. E poi Eurovision fa cag… come tutti quelli che hanno vinto di recente, tranne i Måneskin… Presto diventano solo un ricordo». E gli scappa pure un battutaccia su Conchita Wurst, la drag queen austriaca che vinse nel 2014. La morale per Zucchero è semplice: «Bisogna pensare a cantare e fare belle canzoni. Fine delle trasmissioni».
7 luglio 2026
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