
Daniel Day-Lewis (69 anni) in Anemone del figlio Ronan Day-Lewis. L’attore è protagonista e co-sceneggiatore.
COME LUI NESSUNO MAI. Neppure i grandissimi della Hollywood classica. Lui è “oltre” Spencer Tracy, James Stewart. Ha superato Jack Nicholson. Stasera in prima visione tv e streaming arriva Anemone di Ronan Day-Lewis. Con Daniel Day-Lewis.
Protagonista (muto) è il padre del regista. Che si era ritirato dalle scene e per amore del figlio è tornato a recitare. Lui, unico nella storia degli Oscar ad aver vinto 3 statuette come Miglior attore protagonista. Anemone va in onda oggi, domenica 5 luglio, alle 21,15 su Sky Cinema Uno, in streaming su NOW e sempre disponibile on demand. Dura 121 minuti e per la maggior parte del tempo il suo protagonista parla con gli occhi…
Il più grande attore di sempre? Probabilmente sì. Così capace di essere ogni volta completamente diverso, eppure sempre se stesso. Potente anche nel diventare debole. Maestoso nel mostrare l’umana follia, caducità, passione, dolore, ambizione (soprattutto), consunzione. Capace di mostrare l’anima e testa, cuore e interiora dei suoi personaggi. La prova sono i 3 Oscar vinti sempre come Miglior attore protagonista. Il massimo. Come nessun altro. Meryl Streep nel ha vinti 3, ma il primo come non protagonista. Come lei, Jack Nicholson. Solo Katharine Hepburn lo batte: lei ha vinto 4 volte, come Miglior attrice protagonista. Lui, tra i maschi è l’unico, ed essendo vivente può raggiungerla e superarla e diventare il migliore in assoluto della Storia. Ha vinto nel 1990, imparando a scrivere col piede sinistro per Il mio piede sinistro di Jim Sheridan, nel 2008 per il feroce Il petroliere e nel 2013 per il presidente morituro (e padre orfano) Lincoln di Steven Spielberg. Tre Oscar vinti su 6 candidature: una delle percentuali più alte in assoluto.
Otto anni dopo… Anemone è uscito nei cinema a novembre 2025. Daniel Day-Lewis, nel 2017, aveva annunciato il ritiro dalle scene. Mai più set, meglio vivere nel castello irlandese e dipingere, con la moglie Rebecca Miller (figlia di Arthur Miller, il più grande commediografo americano del Novecento) e i due figli. Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson sarebbe stato il suo ultimo film, disse. Stavolta era diverso da quando si era messo a fare il ciabattino a Firenze. Se allora (era il 1997) lui stesso aveva parlato di “una pausa dalle scene” e si era fatto convincere a tornare sul set da Scorsese (per Gangs of New York, 2002) adesso il ritiro doveva essere definitivo. Invece per amore e in nome del figlio Ronan, ecco il ritorno sul set per Anemone, che i due hanno scritto insieme. E che arriva stasera in prima visione tv e streaming.
Deciso ad aiutare il figlio Brian (Samuel Bottomley), e d’accordo con la moglie Nessa (Samantha Morton), Jem Stoker (Sean Bean) decide di mettersi in viaggio per raggiungere il fratello Ray (Daniel Day-Lewis). L’uomo da tempo vive in una capanna tra i boschi dell’Inghilterra settentrionale: isolato da tutto e da tutti, soprattutto dalla sua vita precedente. L’incontro dei due, dopo 20 anni di silenzio e un passato di violenza, rompe il doloroso auto-esilio di Ray…

Sean Bean e Daniel Day-Lewis
Quando uscì nei cinema, Mattia Pasquini scrisse: “Al di là della prevedibile, ennesima, magistrale interpretazione di tutto il cast (non solo di DD-L), ogni singolo dettaglio di questa opera prima è affascinante e ben costruito. Sin dai titoli di testa, disegnati ed espressivi a fungere da premessa e backstory per quel che vedremo. Con il racconto sintetico dell’orrore dei Troubles del conflitto nordirlandese, ferita aperta per il personaggio di Ray. Il film procede senza dialoghi a lungo, ben oltre l’emblematico incontro tra i due fratelli. Una scena nella quale l’elemento musicale è fondamentale, con quel dettaglio della mano, visualizzazione del processo mentale ed emotivo che prelude alla decisione di aprire quella porta. Alla possibilità, cioè, di un dialogo rifiutato a lungo, anche con sé stesso. E a una riflessione su paternità e dovere, guerra, orgoglio, dignità, rispetto, rancore, colpa e sua elaborazione. Fino alla libertà come condanna. È una sorta di fiaba brutale non priva di eccessi onirici e immaginifici, con qualche concessione di troppo all’esercizio di stile. Ma nella quale perdersi, per trovare una propria via. Godendone ogni istante.