L’inglese, che ora sfida Cobolli, si è qualificato dopo due vittorie di fila al quinto set, in ambo i casi rimontando. “Era la prima volta che giocavo sul Centrale, non riesco a descrivere cosa significhi questa vittoria”


Pellegrino Dell'Anno

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7 luglio 2026 (modifica alle 11:35) – MILANO

Henman Hill. A volte definita Rusedski Ridge o Murray Mound, se non Norrie Knoll. Alcuni dei vari nomignoli affibbiati, in onore dei risultati dei giocatori di casa, alla collinetta di Wimbledon che permette di ammirare i match da un maxischermo dietro il Campo 1. Forse Arthur Fery non riuscirà mai ad esservi accostato come illustri predecessori britannici, ma può intanto consolarsi dopo aver raggiunto per la prima volta in carriera i quarti di finale in uno Slam. E allo Slam di casa, dopo due vittorie di fila al quinto set, in ambo i casi rimontando. Non era mai stato in top 100, al prossimo aggiornamento di classifiche Fery sarà almeno n.63, con la possibilità di entrare nei primi 40 se dovesse battere Cobolli ai quarti. E per un giocatore ammesso in tabellone tramite wild card, tra l’altro non nato neanche in Gran Bretagna, è una soddisfazione difficile da descrivere a parole. Anche perché lui è cresciuto a cinque minuti dall’All England Club. Letteralmente, Wimbledon è lo Slam di casa: “Era la prima volta che giocavo sul Centrale, non riesco a descrivere cosa significhi questa vittoria. Sono cresciuto a cinque minuti da qui, venivo da piccolo a vedere Federer”. Presente, per una dolce coincidenza, nel Royal Box durante il giorno più bello della carriera di Fery.

Destino—  

Fare strada negli Slam era probabilmente scritto nelle stelle, per Arthur. Classe 2002, è nato a Sevres, comune del distretto di Parigi distante circa 3 km dal circolo del Roland Garros. Sin da neonato dunque Fery respira l’aria dei Major, situazione che non cambia quando la famiglia (papà imprenditore, mamma l’ex tennista Olivia Gravereaux, arrivata al n.225 della classifica Wta) si trasferisce a Londra. Arthur aveva due anni quando arrivò vicino all’All England Club, nei pressi del Westside Tennis Club. Lì il bambino, incoraggiato dalla madre, muove i primi passi nel tennis. E proprio con il genitore inizia a giocare, senza tra l’altro allenarsi più di tanto sull’erba: “Non c’erano quel tipo di campi, ma soltanto in cemento e terra sintetica. Molto utili per migliorare”. In effetti nulla lasciava presagire un exploit del genere da parte dell’attuale n.114 Atp, da bambino sempre spettatore del torneo (presente anche il giorno della conclusione di Isner-Mahut). Prima di Wimbledon aveva vinto solo quattro partite su erba a livello Atp, tre delle quali quest’anno. Eppure l’esplosività, e forse anche un’attenzione non eccessivamente marcata, hanno giocato in suo favore.

Crescita—  

Certo, Kate Middleton, principessa del Galles, aveva visto qualche scambio della sua partita di secondo turno contro Virtanen. Ma al terzo Fery era stato di nuovo programmato sul Campo 18, su sua richiesta, quasi a volersi godere l’abbraccio del pubblico. Lui d’altronde ha vissuto una crescita di un certo tipo a livello tennistico, essendo l’ennesimo prodotto del tennis Ncaa che finisce per sfondare al livello più alto. Il britannico, sostenuto dalle buone finanze del padre (Loic Fery è il presidente del Lorient Fc, società di calcio francese), ha frequentato la Stanford University, arrivando due volte ai quarti del campionato Ncaa studiando scienze e tecnologia. Da lì è poi arrivato il graduale passaggio al circuito Atp, senza aspettative eccessive visto anche un fisico non da corazziere: Arthur è infatti alto 1,75, statura che nel tennis fisico e potente di oggi può anche trasformarsi in un limite. A inizio anno era a stento nei top 200, ora è il centro del tennis britannico, pur essendo nato in Francia da genitori francesi. Per quanto, con il suo accento marcatamente londinese, ci tenga a difendersi da questo punto di vista: “Mi sento pienamente britannico, non ho dubbi. Ho avuto grande supporto dalla LTA, mi sono sempre allenato qui e ho iniziato a rappresentare la Gran Bretagna già in Winter Cup [competizione a squadre dall’Under 16 in giù, ndr]”.

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Sogno—  

Fery sarà il sesto britannico a giocare i quarti a Wimbledon. Segue Taylor, Henman, Rusedski, Murray e Norrie, puntando a diventare il quarto semifinalista. Un’impresa che passerà da Flavio Cobolli, contro il quale, curiosamente, il nativo di Sevres ha vinto l’unica partita in uno Slam che non sia Wimbledon, allo scorso Australian Open. In sei mesi l’azzurro è migliorato nettamente, ma Fery sta giocando su una nuvoletta, e avrà tutto il pubblico dalla sua parte, avendolo conquistato con la sua indole da lottatore, da uomo delle rimonte che non molla mai (considera anche di completare gli studi dopo la carriera tennistica). D’altronde ha ricevuto l’investitura di Taylor Fritz, un altro dei qualificati ai quarti di finale: “Prima delle Atp Finals del 2024, dove ho fatto finale, mi sono allenato una settimana a Londra. Giocai contro Fery, e, nonostante stessi giocando un ottimo tennis, mi batteva praticamente ogni giorno. Ha un gran dritto e un servizio incredibile per la sua altezza, già lì avevo capito dove sarebbe potuto arrivare. Questo risultato non mi stupisce”. Il britannico potrà giocare senza nulla da perdere, dopo la vittoria più bella della sua vita, e con tutto il Paese che si dividerà tra lui e la nazionale impegnata ai Mondiali. Chissà che, per qualche giorno, la Henman Hill non finisca per tramutarsi nella “Fery Fell”.