Boris Becker

Foto: Ufficio Stampa Sky TG24

«WIMBLEDON? È COME NATALE PER ME. È il mio secondo nome». Così si è espresso Boris Becker, ospite a Sky TG24 Live In Milano, ripercorrendo i momenti più belli della sua carriera. «Il momento più bello dell’anno per tutti è Natale, per me è Wimbledon, perché ho tanti ricordi, come giocatore e allenatore, vivevo anche a Wimbledon, è stata la mia casa per tanti anni.

È stato il mio compleanno epico, tutti mi conoscono dal 7 luglio dell’85, ma per me il secondo è stato più importante, perché difendere un titolo a 18 anni è stato più difficile che a 17. Non credo ci sia un uomo in vita che abbia vinto un Wimbledon in singolo e come allenatore e abbia commentato almeno 18 finali di Wimbledon, conosco quel posto meglio di chiunque altro, incluso anche com’è stare dall’altra parte. Wimbledon è il mio secondo nome». Ecco tutte le dichiarazioni dell’ex tennista e allenatore di tennis tedesco.

«Per prima cosa Wimbledon – con tutto il rispetto-  è il torneo più importante, ti fai il nome con Wimbledon. La prima volta che vinci sei sull’Everest, sulla vetta, ma poi devi scendere e devi tornarci l’anno successivo e da cacciatore diventi la preda. Vincere Wimbledon svolta la carriera, è la sfida e il torneo più importante, ripeterlo è difficilissimo» ha detto Becker.

Sinner deve provare le stesse sensazioni dell’anno scorso: nel primo match era nervoso, era quasi andato a casa, nel secondo è andata meglio e nel terzo meglio ancora, ieri c’è stata la qualifica, partita semplice, non è stato ancora messo alla prova seriamente.  Nella seconda settimana devi arrivare al picco.  Se Sinner vince ai quarti di finale sarà il migliore alle finali».

«Per me la pressione è una parola molto popolare adesso. Le persone che possono giocare a Wimbledon con la possibilità di vivere un sogno, con i soldi di quel premio, la classifica tra i 100 migliori al mondo, non credo che sappiano cosa sia la pressione» le parole di Becker. «La pressione è per chi non ha nulla e non sa dove vivere la notte. Confondiamo la parola con il suo significato».

«In quel periodo, quando ti fai male o sei mentalmente provato, non lo dici perché altrimenti è un segno di debolezza. Avrei voluto prendermi più tempo perché nei primi 7-8 anni ero come una macchina, ogni anno tornei su tornei, non c’è mai stato un momento in cui mi prendevo due o tre mesi per me, perché probabilmente pensavo di poter vincere di più nella seconda parte della mia carriera, ma i giorni erano quelli. Sinner l’anno scorso non ha giocato per alcune ragioni, i giocatori si concedono pause più lunghe».

«La mia generazione è stata cresciuta in maniera diversa, noi eravamo più reali e concreti, non avevamo microfoni sul campo, ci parlavamo davvero con l’avversario faccia a faccia. Adesso, a volte, i giocatori non dicono quello che pensano, alcuni della mia generazione ora avrebbero successo per la nostra mentalità, la vita era più reale e più autentica. O vincevi perché eri il migliore o perdevi perché non eri abbastanza bravo. Vedevi che non c’era il risultato che volevi e dicevi “ho perso”. Adesso è tutto più addolcito: credo sia per questo motivo che ora sono più fragili i giocatori».

«Più diventi anziano più emozioni hai, belle e brutte. Io vedo sempre il bicchiere mezzo pieno. Puoi abbatterti e buttarti giù per un’esperienza brutta o puoi guardare al cielo per quelle belle. Io scelgo sempre la seconda. La tua mente è importante, si allena come quella di un bambino, ma devi essere aperto e capire che non sai tutto, che ci sono tante cose che non sai e devi trovare dei modi per leggere libri, incontrare persone, consultare dei giusti siti, c’è sempre qualcosa da imparare. La mia versione di ieri non era buona come quella di oggi, ma sarà migliore quella di domani».