Sì è chiuso ad Alessandria il processo ai tre ex brigatisti accusati della morte del carabiniere Giovanni D’Alfonso, ucciso nel 1975 alla Cascina Spiotta. A Curcio e Moretti non è stato riconosciuto il concorso morale nell’omicidio

Non doversi procedere per intervenuta prescrizione per Renato Curcio e Mario Moretti, leader storici delle Brigate Rosse. Una condanna a 6 anni per Lauro Azzolini, in continuazione con l’ergastolo inflitto nel 1983 per l’eccidio di via Fani. È quanto ha stabilito oggi, martedì 7 luglio, la Corte d’Assise di Alessandria nel processo sui fatti della Cascina Spiotta del 4 giugno 1975, dove in uno scontro a fuoco morirono il giovane carabiniere Giovanni D’Alfonso e la trentenne Mara Cagol, a capo della colonna di Torino e tra i membri del comitato esecutivo delle Br. Il dispositivo è stato letto in un’aula gremita di pubblico e giornalisti, alla presenza dei figli e della vedova del sottoufficiale. Azzolini dovrà versare anche provvisionali da 40 mila euro ai familiari, mentre la quantificazione del risarcimento sarà decisa davanti al giudice civile.

I pm Ciro Santoriello ed Emilio Gatti alla scorsa udienza avevano chiesto l’ergastolo per Curcio e Moretti e una condanna a 21 anni per Azzolini, il «fuggitivo» individuato cinquant’anni dopo grazie alle impronte su un memoriale. Per la procura i due leader storici delle Br dovevano rispondere dell’omicidio a titolo di concorso morale: avrebbero avallato il sequestro, messo a disposizione la cascina («un covo prediletto e segretissimo» già teatro di riunioni e addestramenti) e impartito indicazioni sul da farsi in caso di imprevisti. Per le difese invece il loro contributo deve essere tutt’al più inquadrato come concorso anomalo: in altre parole, la morte del militare sarebbe stato un «prevedibile sviluppo» del sequestro a scopo di estorsione, ma non sarebbe stata voluta da Curcio e Moretti. Tra le due tesi ha prevalso la seconda, così sulle posizioni dei due brigatisti è calata la scure della prescrizione.



















































Il 4 giugno 1975, nel casolare-covo in cui le Br tenevano in ostaggio l’imprenditore Vittorio Gancia, non lontano da Acqui Terme, i brigatisti furono sorpresi dall’arrivo dei carabinieri e reagirono sparando e lanciando bombe a mano. L’anno scorso Azzolini ha ammesso di essere il misterioso «fuggitivo», colui che riuscì a evitare l’arresto scappando nei boschi. Sua la mano che ha vergato il «memoriale» con cui, a distanza di una settimana, veniva ricostruito l’accaduto a beneficio dei compagni. Sebbene non sia stato possibile stabilire con certezza chi esplose il colpo mortale per il sottufficiale (all’epoca non furono fatte perizie balistiche), nella relazione delle Br si legge che fu Cagol a volerlo «finire». Una verità che lo stesso Azzolini, nella sua deposizione, ha voluto consegnare alla storia così com’è riportata nel carteggio: «La verità è quella che ho scritto allora. Quello è ciò che ho visto».

7 luglio 2026 ( modifica il 7 luglio 2026 | 18:14)