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Gaia Piccardi, inviata a Londra
Guglielmo ha superato la maturità dopo la finale del fratello al Roland Garros: «Ha una grinta fuori dal comune, i momenti più belli li passiamo allo stadio a vedere la Roma»
Guglielmo Cobolli detto Gully, classe 2008, uno dei pilastri della serenità di Flavio numero 10 del mondo, finalista a Parigi e nei quarti oggi a Londra. Come è andata la maturità data subito dopo i cinque set tra suo fratello e Zverev al Roland Garros?
«Diciamo che l’ho sfangata. Sono uscito dal liceo scientifico sportivo con un umilissimo 63. Mamma e papà ci tenevano, io l’ho finito perché adesso voglio continuare all’Università: economia sportiva alla Link di Roma. Da grande voglio fare il manager».
Visto dal fratello minore, qual è la magia di Flavio?
«Sono cinque anni e mezzo più piccolo, per me è il punto di riferimento più grande. Era impensabile che facesse quello che ha fatto, è la dimostrazione che con il duro lavoro si può».
In un mondo di giganti Golia, qual è il talento di Davide?
«Ha una grinta fuori dal comune, riesce a uscire dalle difficoltà in modo incredibile, che mentre lo guardo non mi capacito. Sotto pressione, dà il meglio. Non è da tutti: in quello, secondo me, è un fenomeno. Il gioco, la potenza, da qualche parte le tira fuori. Il modo di fare le cose nella maniera giusta lo trova sempre. Da fuori, si soffre tanto. La finale del Roland Garros ho cercato di godermela il più possibile. Soffro perché ci tengo, come se fossi con lui in campo. Ma in campo è meglio che ci sta lui!».
Qual è il suo sport, Gully?
«Ho giocato a calcio e a tennis, come Flavio. L’unico sport in cui ero più o meno bravo era la pallavolo. Me la sono sempre cavata in tutto ma non ero capace al punto di farne un mestiere».
Cosa ricorda del periodo in cui Flavio lasciò il calcio e le giovanili della Roma per il tennis?
«Pochissimo, quasi nulla. Ero troppo piccolo. Flavio giocava nella nostra squadra del cuore, era un sogno. Poi ha scelto il tennis e, con il senno di poi, possiamo dire che ha fatto bene. Mi dispiace perché, all’epoca, non ho potuto aiutarlo…».
La bellissima lettera aperta a suo fratello, dopo Parigi, come nasce?
«Flavio aveva appena perso, sono uscito dal campo e mi sono isolato: avevo bisogno di stare un po’ da solo per mettere ordine in tutte le emozioni. Mi sono seduto in un angolo, ho preso il telefono, ho scritto di getto. Venti minuti e avevo buttato giù tutto: mi è uscita in una botta, anche se a scrivere non sono un fenomeno. Ero ispirato. Poi non sapevo cosa fare: se dargliela, leggergliela… D’istinto, l’ho postata. Ho pensato: tanto chi la vede…».
Invece ha fatto il giro d’Italia. E suo fratello come ha reagito?
«Non ne abbiamo mai parlato. Zero. Lui è un ragazzo chiuso, come papà, che mi trasmette il suo bene senza bisogno di parole. Non riescono a dire cose dolci o carine, hanno altri modi di far passare il sentimento».
Lasciano bigliettini per casa, come ha raccontato Flavio al Corriere?
«Io questi bigliettini non li ho mai trovati! Forse sono nascosti molto bene! Magari li trova mamma… Ma se dice che ci sono, io mi fido».
Mamma in mezzo a tre maschi, il padre che allena il figlio: qual è il suo ruolo?
«Mamma è una santa, fa un lavoro incredibile tra due caratteri fortissimi, Flavio e papà. Sta molto a casa, quando viene ai tornei sta defilata, non le piace mostrarsi. Io e lei stiamo molto insieme: abbiamo un rapporto bellissimo. A volte non so come faccia a sopportare quei due, fa da materasso, calma gli animi. Io invece non ho un ruolo preciso: sono un po’ l’intruso. Cerco di fare compagnia, di trasmettere tranquillità e un sorriso in più nelle giornate. Cerco di risolvere i problemi».
Tipo?
«Oggi sono corso a casa a recuperare delle cose che Flavio si era dimenticato, a Montecarlo aveva finito le racchette: sono andato a prendere le corde nel suo armadietto e le ho portate all’incordatore. Io sono quello che corre a risolvere i piccoli problemi».
Nell’Italia innamorata di Jannik Sinner pensa che Cobolli sia sottovalutato? Che meriti di più?
«Siamo tutti contenti che ci sia un italiano numero uno del mondo, che fa cose incredibili. Flavio si sta scavando il suo spazio: la finale a Parigi, i quarti a Wimbledon per il secondo anno consecutivo… Sicuramente Jannik ha alzato le aspettative: adesso i quarti di uno Slam sembrano un risultato normale, e invece non lo sono. E’ giusto così. Spinge gli altri giocatori italiani a dare il meglio e toglie pressione a tutti. Però lo chiede al fratello, e allora dico che Flavio merita tutto quello che ha: la classifica, i risultati, gli applausi. E sono certo che il meglio debba ancora venire».
Se vuole fargli un bel regalo, cosa sceglie?
«Da regalare c’è poco. Alcuni dei nostri momenti più belli li passiamo allo stadio, a tifare Roma. Oltre al calcio, a Flavio piace mangiare: per il gelato va pazzo».
Come mai qui a Wimbledon avevate prenotato la casa solo per la prima settimana?
«Perché papà non pensava che Flavio andasse avanti… C’era poca fiducia… Anche l’anno scorso era successa la stessa cosa, però che Flavio arrivasse nei quarti era più difficile da pronosticare. Il giorno in cui ha battuto De Minaur, avevamo le valigie pronte e non sapevamo dove dormire. Poi si è fatta avanti una famiglia di italiani, sono stati carinissimi: viviamo tutti insieme appassionatamente sotto lo stesso tetto, ci hanno risolto un bel problema».
Su quali temi si scontra con suo fratello?
«Mi critica in tutto quello che faccio, è puntiglioso, gli piace tenermi sulle spine. Ma oggi litighiamo davvero poco, succedeva di più quando eravamo ragazzini. Ero il piccolo che dava fastidio al grande, lui reagiva e poi davano la colpa a lui…».
Tipiche dinamiche tra fratelli.
«Oggi è tutto risolto. C’è un rapporto bellissimo, che non cambierei per nulla al mondo. Per me Flavio è la persona più importante».
Nel motore di Flavio, secondo lei, c’è la voglia di dimostrare a vostro padre, che l’aveva pronosticato al massimo top 30, che si era sbagliato?
«L’ha già dimostrato abbondantemente: sta giocando Wimbledon da numero 5 del mondo. Proprio oggi Flavio ha scherzato con papà, che al massimo è stato numero 236: hai visto? Sono già quaranta volte più forte di te!».
Flavio lo sottolinea spesso.
«Sono sincero: nessuno di noi si aspettava che arrivasse così in alto. Ha fatto un clic pazzesco, ha fatto una vera magia. Ancora non ci crediamo…».
E Edoardo Bove ha un ruolo in questa magia?
«Edo è importantissimo per Flavio: quando ha avuto l’incidente siamo stati tutti malissimo. Da quel momento mio fratello si è messo a giocare anche un po’ per lui. Vedere Edoardo svenire in campo a Firenze l’ha scosso moltissimo: non c’è giorno in cui non parliamo o non pensiamo a Edo. Credo si siano aiutati a vicenda, lo dice anche Edo: Flavio mi ha dato la forza di tornare».
8 luglio 2026
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