L’ex n.1 fa le carte alle semifinali: “Dopo il rischio al primo turno Jannik è cresciuto, ma può fare di più”. “Flavio ha una mentalità fantastica”. “Paolini può sfruttare l’occasione dopo un anno difficile”
8 luglio 2026 (modifica alle 09:21) – LONDRA (INGHILTERRA)
Tre vittorie da giocatore, due da allenatore di Novak Djokovic. Boris Becker e lo Slam londinese sono legati da una lunga storia d’amore. Lui conosce ogni filo dell’erba di Church Road e questa settimana è impegnato come commentatore del torneo su Sky, che ieri ha presentato i palinsesti e trasmetterà Wimbledon in esclusiva fino al 2030, oltre a tutta la stagione del tennis fino alle Atp Finals.
Jannik Sinner ha centrato la terza semifinale a Wimbledon, ma non sembra ancora in versione lusso. Come lo vede?
“Credo che il primo turno sia stato fondamentale. Vincere quella lunga partita al quinto set era importantissimo, anche perché il suo storico in situazioni del genere non era eccezionale. Ho avuto la sensazione che sia cresciuto di partita in partita. L’importante è arrivare al picco nel momento giusto e credo che adesso si sia messo nella posizione ideale per affrontare il rush finale. Sta già giocando il suo miglior tennis? No. Ma non serve farlo nella prima settimana: bisogna farlo nella seconda”.
Vale il vecchio adagio di Jannik che uno Slam si può perdere nella prima settimana, ma si vince nella seconda…
“Certo. Può succedere sprecando tantissime energie in partite lunghe. Sinner questo non l’ha fatto. Per me il primo match è stato enorme, perché arrivava dopo la delusione di Parigi e una lunga pausa. C’erano dubbi sulle sue condizioni fisiche e lui ha risposto a tutte queste domande. Adesso penso possa inserire la quinta marcia”.
Con Djokovic servirà forse anche la sesta…
“Dovrà sicuramente crescere. Ho sempre pensato che Wimbledon fosse la migliore occasione per Djokovic di vincere uno Slam e credo che lo sappia anche lui. Sull’erba Novak resta il più difficile da battere e non dimentichiamo che ha battuto Sinner nella semifinale di Melbourne. Nole in uno Slam è sempre un ostacolo enorme”.
In cosa dovrà migliorare per arrivare in finale?
“Ora cambia tutto, cambia soprattutto la mentalità. È in semifinale Slam: è qui che vuole giocare il suo miglior tennis. Tutto parte dalla testa e poi il resto segue. Può migliorare un po’ in ogni area. Il servizio però oggi è diventato il suo colpo migliore. Una volta era un punto debole, mentre Simone Vagnozzi e Darren Cahill hanno fatto un lavoro straordinario. Adesso è un’arma vera e sull’erba avere tanti punti gratuiti e tanti ace fa un’enorme differenza”.
Sascha Zverev è campione Slam. Una liberazione o questa responsabilità pesa di più?
“Per lui è stata una liberazione enorme. Lo si vede nel linguaggio del corpo, nel modo in cui parla e gioca. Trova Taylor Fritz, che è il suo avversario meno gradito. Ma si è tolto la scimmia dalle spalle. È un altro uomo. E penso che, da qui in avanti, si debba sempre considerare Zverev tra i candidati alla vittoria di uno Slam. Se non sarà Wimbledon sarà lo US Open, se non sarà lo US Open sarà l’Australian Open. Ha 29 anni e, se il fisico lo assisterà, resterà un pretendente almeno per altri due anni”.
E poi c’è Flavio Cobolli che non smette di stupire.
“Mentalità fantastica, atteggiamento eccezionale, spirito combattivo incredibile. Sono qualità che nessuno può togliergli. La finale del Roland Garros è stata importantissima perché ha dimostrato di essere arrivato ai massimi livelli. Essere ai quarti anche a Wimbledon è una conferma del suo livello”.
Non abbiamo finito… l’Italia ha ritrovato Jasmine Paolini.
“Ha vissuto un anno complicato. È arrivata qui perdendo 6-0 il primo set del torneo. Poi, all’improvviso, ha ritrovato il tennis che l’aveva portata in finale. Match dopo match ha giocato sempre più libera, con meno aspettative. È una grande occasione. Il tabellone è apertissimo e Jasmine può ripetere il risultato di due anni fa”.
A lei che questi campi li ha conquistati tre volte, cosa piaceva di più del gioco sull’erba?
“Che si vince essendo aggressivi e cercando i vincenti. Sulla terra, invece, si vince facendo meno errori. È un approccio completamente diverso. Sul punto decisivo, sull’erba, bisogna avere il coraggio di andarlo a prendere. Inoltre ogni palla break pesa molto di più, perché ce ne sono pochissime. Sulla terra magari se ne hanno dieci o quindici in una partita. Qui può essercene una sola per set e può decidere tutto”.
È una questione di personalità, anche.
“Mentalmente l’erba è la superficie più difficile. Contro un grande battitore puoi addirittura non avere nemmeno una palla break e ritrovarti direttamente al tie-break, dove basta un punto per cambiare il destino del match. A differenza delle altre superfici, sull’erba hai pochissime possibilità di rientrare”.
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