Prima di lui la Puglia non esisteva, sugli schermi. Non per caso anche Mimmo Modugno, qualche anno prima, aveva preferito farsi passare per siciliano (e napoletano) puntando su due identità linguistiche (e forse anche culturali) più stringenti, definite, conosciute. Quale delle tante Puglie, d’altronde, prendere a sintesi di una regione che più composita non si può? Quella garganica o quella dellu Salentu? Quella dell’area barese (in senso ampio, federiciano) o il genius loci della Valle d’Itria? Con un atto di estremo coraggio, Pasquale Zagaria, sia pure scegliendo di depugliesizzare un poco il suo nome da palcoscenico, decise, negli anni Cinquanta d’Italia, di portare sotto i riflettori la sua baresità periferica, linguisticamente stralunata, vincendo la partita a mani basse, ancor oggi. Un pioniere, un outsider della risata, ma non solo. “Non c’è dubbio”. Emilio Solfrizzi-Toti, al riguardo, è categorico. “E’ esattamente così. La Puglia e il suo dialetto – quasi un marchio – erano reietti, letteralmente, e nella cultura nazionale non c’era alcuna percezione della comicità pugliese. Banfi ha preso invece quel dialetto e l’ha trasformato in lingua comune parlata. Geniale, quello che ha fatto: e i pugliesi, all’inizio infastiditi da quell’operazione di apertura, non hanno potuto fare altro che inchinarsi al talento di Lino Banfi, e ai tormentoni che ha reso immortali”. Come trascurare ad esempio le sortite canore del Commissario Auricchio – 1981, film “Fracchia, la belva umana” – veri e propri cult atemporali della risata da commedia italica – “e quella sua capacità di storpiare i verbi al presente”, continua Solfrizzi, che ricorda come la carriera di Banfi abbia in fondo collazionato molte vite artistiche: “L’avanspettacolo, il cinema sexy… e poi non posso pensare a Oronzo Canà senza ridere”, dice l’attore barese ridendo davvero, “con quella sua passione calcistica genuina e ruspante”.

E poi, ancora, il Nonno d’Italia, “vestendo i panni di Nonno Libero, cambiando ancora una volta registro e imponendo nuovamente il suo talento. E riuscendo a arrivare anche al cuore delle famiglie incarnando il prototipo dell’anziano protettivo, dolce, saggio… Io poi, devoto come sono di Totò, sono impazzito dopo aver letto in un libro che mi ha regalato Antonio (Antonio Stornaiolo-Tata, ndc) che proprio il Principe De Curtis gli aveva consigliato di cambiare cognome, per entrare nel mondo dello spettacolo…”. E se la Puglia è lunga, multiculturale e multilinguistica – giustapponendo il dialetto barese a quello salentino, che davvero c’entrano poco l’uno con l’altro – “proprio Banfi ci ha uniti”, conclude Solfrizzi, “dimostrando che non c’è bisogno di nascondere le proprie radici per essere comunque universali”. Un ispiratore per le generazioni comiche successive. “Tutti ci siamo ispirati a Lino Banfi, è stato il primo a far credere che la Puglia fosse quella che lui rappresentava. E tutti abbiamo sempre avuto la speranza di diventare come lui”. Anche Gianni Ciardo, attore, cabarettista e musicista barese, non ha dubbi, quando si parla dell’ “ItAlieno”: “Abbiamo fatto insieme un film in due puntate per Raiuno, e ricordo quell’esperienza con grande felicità perché passare del tempo con lui non significava stare al cospetto dell’attore Lino Banfi, bensì avere condividere bei momenti con un amico con cui parlare anche di cose divertenti, tutte nostre…. Tanti auguri, Lino, per i tuoi primi novanta”.

Ride anche Uccio De Santis, al solo nome, e partono i ricordi: “Di Lino mi ricordo uno spettacolo a Rosa Marina, avevo forse 16 o 17 anni e mi feci tutta la sera appeso a un muro per vederlo, perché c’era il tutto esaurito ma io non me lo sarei perso per nulla al mondo. Abbiamo anche condiviso il palco in un paio di spettacoli e so che anche lui apprezza il nostro lavoro…. Che dire altro? E’ stato il primo a portare la pugliesità ovunque. Oggi è tutto facile, la Puglia la conoscono tutti, ma allora era tutto diverso. E lui non camuffava, anzi esasperava le sue origini”. Antonio Stornaiolo-Tata – l’altra metà del cielo del duo comico più irresistibile di Puglia, e non solo – rincara la dose: “Ho visto che per festeggiare i suoi primi novanta Lino si è tagliato i baffi, e quando uno si taglia i baffi vuol dire che è felice…. E io sono felice con lui”. Perché lui, continua Tata, “è oltre: è uno dei più grandi, ultimi esponenti del teatro di varietà in Italia, uno che ha fatto la gavetta vera, che ha calcato il palcoscenico con Totò e Anna Magnani. E uno che, a differenza di altri, non ha mai rinnegato le sue origini”. Inventando non il pugliese, “ma il banfese: un vero e proprio linguaggio, come ha fatto pure Arbore”. Ovvero un altro nord-pugliese: la comicità come cifra esclusiva di una zona geografica precisa della Puglia? Lino Banfi, Toti e Tata e poi anche il campione d’incassi Checco Zalone – Luca Medici, monopolizzano alla fine il palcoscenico ridens praticamente da sempre: “Io non direi. Forse Bari ha sempre avuto più visibilità da questo punto di vista in quanto città più ricca e popolosa, ma ogni area della Puglia esprime comici importanti. A Foggia ci sono Pio e Amedeo, a Brindisi c’è Mandrake-Giuseppe Ninno, a Taranto i Nirkiop e a Lecce Corrado Nuzzo, che ha origini salentine…. non possiamo immaginare guerre tra noi pugliesi, dobbiamo fronteggiare la comicità del Nord e poi quella – da far tremare i polsi – dell’area tirrenica: romani e napoletani. Anzi, a proposito di Taranto: lo sai che la musica della canzone preferita di Renzo Arbore, “Era de maggio” – scritta da Salvatore di Giacomo – era di un tarantino doc, Mario Pasquale Costa? Ecco, sulla musica, per esempio, Taranto ci ha già salutati tutti”.