Rimini non dimentica le canzoni dell’estate, ma soprattutto custodisce le promesse fatte sulle sue spiagge. C’è un filo invisibile che lega la Riviera ad Al Bano Carrisi, un legame che comincia nel 1966 tra i tavoli della Locanda del lupo e si riavvolge oggi sul palco del Palacongressi. Con l’immancabile cappello bianco che è ormai un suo marchio di fabbrica e un’eleganza piacevolmente informale, l’artista sale sul palco al centro della convention di Confartigianato Emilia-Romagna. Intervistato dal vice direttore de il Resto del Carlino, Valerio Baroncini, il leone di Cellino San Marco apre il libro dei ricordi, mentre in platea uno striscione riassume la sua parabola: “Al Bano, la tua voce è un capolavoro di artigianato”. È l’elogio del saper fare in un’epoca dominata dal digitale: un timbro e un’anima che nessun robot può clonare. “Da ragazzino rubacchiavo da tanti cantanti – ammette –, ma ci voleva una diversità, una rivoluzione per farsi riconoscere. La personalità va oltre la voce. E poi serve la passione: se non hai quella benzina nel serbatoio non fai strada. A me quella benzina salva sempre la vita”. Il talento, nella sua visione, non è una dote immobile, ma “il motore di un viaggio che ha sempre bisogno di revisioni”. Una corsa alimentata da una libertà che è costata anche fatica. “Quando uscì Nel sole non ci credeva nessuno. Poi cantai a Un disco per l’estate condotto da Enzo Tortora e fu un successo. Da quel giorno del 1966, ogni volta che canto la situazione cambia”. Il punto di svolta geografico è proprio Rimini. “La prima volta qui presi 10mila lire a sera. Firmai anche per il 1967 con la famiglia Mulazzani, ma ero già diventato molto più famoso l’anno dopo. Tutto arrivò nello stesso momento. Ecco perché ogni volta che arrivo a Rimini sento qualcosa di speciale nell’aria”.

La bussola della memoria si sposta verso Sud, verso una Puglia che allora offriva solo affetto e nessuna opportunità. “Me ne andai contro il parere dei miei genitori. Mio padre mi voleva contadino, mia madre insegnante. Non avevano capito il mio orizzonte”. La spinta decisiva arriva dal ricordo di una ferita domestica. “Vivevamo in due stanze, con cortile e stalla. Dalla mia stanza sentii il dialogo dei miei: avevano incassato 800mila lire, praticamente niente. Pensai di dovercela fare, come ci era riuscito Domenico Modugno. Quel discorso dei miei non mi abbandona mai”. Il destino chiude poi il cerchio, trasformando il ragazzo in un imprenditore che fa fruttare la propria terra. “Non pensavo di tornare in Puglia, però il destino rimescolò le carte: mi chiamarono per fare un film e lì conobbi Romina Power”. Da lì nasce l’attività legata al vino e all’accoglienza, radicata nello stesso suolo da cui scappa. “In fondo – conclude mentre l’auditorium si scioglie in un applauso – sono un buon artigiano della mia esistenza”. Il finale, però, non poteva che essere scritto in musica. Un’esibizione che accende l’entusiasmo della platea e trasforma l’applauso finale in una memorabile standing ovation.

Donatella Filippi