di
Gian Antonio Stella
Il 10 luglio 1976 la catastrofe ambientale partita da un comignolo della Icmesa, in Brianza. Mezzo secolo dopo rimangono ancora dei misteri
«Si è sentito un fischio, i bambini giocavano in cortile, e ho urlato: “Venite su”». «Non come le sirene, un fischio come il vento», dice il marito. «Faceva un odore, un odore di roba chimica». «E un soffio d’aria spingeva quella nuvola, che è entrata in cucina, e anche nella sala, e dopo un po’ i miei figli avevano le chiazze rosse in faccia e sono diventati gonfi…».
Mezzo secolo dopo tolgono ancora il fiato le parole con cui Rosalia Conti e suo marito raccontarono a Enzo Biagi e al Corriere l’esplosione alla Icmesa e la nuvola che si era levata appena al di là della recinzione, dietro le robinie. Diossina! Che ne sapevano, loro, della diossina? «I gatti, i polli, i conigli, anche gli uccellini sono morti subito. Forse perché più deboli, resistono di meno». Eppure, spiegava il grande inviato, «non c’è, nella gente, il senso dello sgomento, della paura; è un male che non si vede, difficile da spiegare: anche i paragoni, Seveso come il Vietnam, sembrano sproporzionati. Ho visto, sul Mekong, che cos’è un bosco senza vita, un albero che non metterà mai più le foglie, ma i segni del dramma, su questa scena paesana, quasi non si avvertono. È un’angoscia che non appare, perché la tragedia si nasconde nel futuro, e nei misteri dei cromosomi, o nelle possibilità sconosciute e insidiose di certe formule, TCDD, o di certi nomi difficili: diossina. Che cosa può accadere domani a coloro che sono stati colpiti?».
La nube bianca
Mezzo secolo non è bastato a far piena luce su quella nube assassina. Basti dire, come ricorda Mario Tozzi nella puntata di Sapiens intitolata «Seveso, l’estate della diossina» in onda su Rai3 sabato prossimo, nel cinquantenario dei fatti, che lo stesso Paolo Rabitti, ingegnere ambientale, perito giudiziario e accanito investigatore, se n’è andato l’anno scorso senza esser riuscito ad accertare dove fossero finiti quei 42 fusti con «35 tonnellate di rifiuti tossico-nocivi» spariti durante il viaggio forse verso un inceneritore elvetico o verso la Germania Est o un deposito russo o più semplicemente una discarica nostrana… Misteri. Ma ripartiamo dall’inizio. A mezzogiorno di quell’afoso sabato 10 luglio un reattore senza strumenti di controllo automatici, sistemi di allarme e serbatoi di raccolta per gli scarichi dell’Icmesa di Meda, che produceva sostanze chimiche usate per farmaci, aromatizzanti, profumi, spara fuori da un comignolo una nube bianca dall’odore acre. La quale, ignara delle definizioni di aree industriali o abitative, investe le case confinanti di Seveso. Allarmi? Zero. Finché, il sabato successivo, nelle cronache locali de Il Giorno, esce un titolino: «Bimbi rossi e gonfi per una nube di gas». E il Corriere: «Un intero quartiere di Seveso gravemente inquinato da gas tossici».
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«Come in Vietnam»
Gli operai della fabbrica bloccano la produzione. Ora dopo ora, mentre la svizzera Givaudan, proprietaria dell’impresa, si sforza di tranquillizzare, escono dettagli sempre più inquietanti. Il 18 luglio la notizia, sul nostro giornale, è già in prima pagina: «Un gas misterioso che uccide piante e animali invade un paese: 14 bimbi intossicati». Centinaia di abitanti vengono evacuati. Arrivano foto drammatiche. Un campo pieno di pecore stecchite. La piccola Stefania Senno col viso coperto di macchie, la sorellina Alice bendata come una mummia. Vigili con maschera antigas che inchiodano cartelli: «Zona infestata. Divieto accesso». Reparti pieni di bambini. Una contadina che regge polli e conigli appesi. Scritte sui muri: «Come in Vietnam».
Quello è lo spettro che s’aggira in Lombardia: la diossina! Il veleno assassino usato contro i vietcong. La radio tedesca Deutsche Welle spiega che 200 grammi sarebbero sufficienti, in teoria, per uccidere un milione di persone se disciolti in acqua. Con un’intervista al Tempo irrompe nel dibattito nostrano il medico di Hanoi Ton That Thut, «che ha fatto esperienza dei defolianti americani» e spiega, come riassumerà Biagi, che la diossina «provoca lesioni ereditarie, incide sui cromosomi e può determinare il futuro di una creatura». Un incubo: «Su 1000 intossicali, 300 se ne vanno». Il Corriere d’informazione manda inviati sul Po: «Le acque del Po sono avvelenate? La diossina è arrivata a Cremona? A Mantova? All’Adriatico?»
Lo spettro dell’aborto
La domanda più angosciante, però, in quei giorni di paure, con 3000 animali morti e 80 mila macellati «per prevenire l’ingresso della diossina nella catena alimentare», ruotava intorno al tema: visti i rischi, è il caso che le donne incinte portino comunque avanti la gravidanza? La storia si sarebbe incaricata di dimostrare che i pericoli erano in realtà minori di quanto temuto. E uno studio dell’Hse britannico su 30 gravidanze interrotte e 4 aborti spontanei non trovò prove di malformazioni attribuibili alla diossina. In quel momento, però, due anni prima che fosse varata la legge 194, il dubbio incendiò il dibattito. Coi cattolici furenti soprattutto intorno allo slogan temerario urlato alle manifestazioni: «Aborto o mostro in pancia».
Una donna, Livia, sfollata col marito all’hotel Agip di Assago, mi raccontò il suo tormento: «Questo bambino che aspetto sarà la mia condanna. Se scelgo di tenerlo e mi nasce senza un braccio? E se decido di abortire? Avrei il rimorso per tutta la vita: magari poteva nascere sano, normale. Cosa devo fare? Cosa?» Non si dava pace: «Il medico che era col vescovo mi ha detto: “Signora, lei pensi solo a portare avanti la gravidanza. Tanto ci sono già famiglie pronte a prendersi suo figlio se nasce deforme”. Ma si può? Anche se mio figlio lo do a un ospizio, a un brefotrofio, a una famiglia, a una comunità cosa cambia? Cosa? El fioeu l’é mè».
Il tema sicurezza
Non sappiamo cosa decise, alla fine. Sappiamo però, a dispetto dei ritardi, delle complicità, della giustizia negata, che il trauma per quella nube tossica di Seveso, dove oggi c’è un parco naturale, aiutò non solo gli italiani ma l’Europa a capire che non si poteva continuare a costruire fabbriche pericolose trascurando la sicurezza. Tanto più a pochi passi dalle case. Eppure mezzo secolo dopo ti chiedi ancora: quella lezione è servita davvero?
9 luglio 2026 ( modifica il 9 luglio 2026 | 08:07)
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