di
Giuseppe Benedini

Vent’anni fa, 9 luglio 2006, l’Italia insozzata dal fango dell’inchiesta Calciopoli batteva ai rigori la favorita Francia. Alla faccia di Domenech, il c.t. transalpino che ancora non è convinto di aver perso quella finale

«Siamo campioni del mondo, come nessuno pensava e come nessuno nemmeno ci voleva. Noi catenacciari e sporchi, corrotti e vittimisti. (…) L’Italia è campione del mondo, la nostra terra, questo Paese strano e disincantato dove adesso stiamo commuovendoci tutti perché si sa che il calcio non è la vita, ma valla a immaginare una vita senza il calcio. Il calcio siamo noi dello Stivale, (…) noi che veniamo da un colpo d’arte, noi che non sappiamo dove nasce la logica, la diplomazia, il mondo, ma sappiamo esistere come pochi altri, che abbiamo piegato la vita nella vita e ora ce la giochiamo sul campo come professionisti del sacrificio, come artisti dell’arrangiarsi. (…) L’Italia è campione del mondo e noi con lei, noi che siamo la sua gente, noi che non sappiamo segnare né quasi fare un passaggio, ma siamo cresciuti in mezzo al fascino violento e galeotto di questo sport che ci cattura da subito e ci fa mettere tutto alle spalle. Noi sappiamo che ci sono cose più importanti. (…) Ma arriva un momento in cui il calcio porta via con sé, strappa da tutto, spezza la vita e ne costruisce un’altra. Fa diventare campioni del mondo. E il resto, onestamente, sinceramente, chi se ne frega». È il giorno dopo la vittoria del Mondiale del 2006 e Mario Sconcerti pennella sul Corriere un affresco disincantato sull’imperfetta bellezza della festa azzurra a Berlino.

Vent’anni fa, 9 luglio 2006, l’Italia insozzata dal fango dell’inchiesta Calciopoli batteva ai rigori la favorita Francia; alla faccia di Domenech, il superstizioso c.t. transalpino che dopo tutto questo tempo pensa ancora di non averla persa quella finale. «Anche per la Fifa è un pari, gli italiani hanno giocato solo nei dieci minuti d’orgoglio dopo il gol di Zidane», ha detto non più tardi dell’anno scorso, sempre tormentato dalla doppia capocciata di Materazzi, quella data per il pareggio e quella ricevuta, dritta nel petto, che ha mandato anzitempo negli spogliatoi il suo uomo migliore. 



















































L’Italia è campione, sono passati 20 anni, nel frattempo due Coppe del Mondo deludenti (2010 e 2014), tre disonorevoli mancate qualificazioni alla competizione e un Europeo vinto, quello del 2021 post Covid, che a guardarsi indietro ha ancora del prodigioso. 

Un cammino quasi perfetto quello degli azzurri nel 2006, costruito nella bolla emotiva modellata dalle sagge mani del commissario tecnico Marcello Lippi che, in Germania, ha tenuto il gruppo alla larga dal chiasso di casa. 

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Lo scandalo di Calciopoli

«Adesso possiamo dirlo, senza lo scandalo del calcio italiano non so se saremmo riusciti a vincere questo Mondiale. Ci ha dato forza: volevamo dimostrare che il nostro calcio non è solo intercettazioni e processi». Sono le parole di Gennaro Gattuso, proprio durante i festeggiamenti; sembra infatti impossibile separare il trionfo azzurro da Calciopoli. 

Sono 134 le persone indagate, 19 le partite di serie A della stagione 2004-2005 sotto inchiesta. Nel mirino i vertici di Juventus, Milan, Fiorentina e Lazio: l’accusa iniziale è di associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva. 

A inizio maggio del 2006, grazie alle intercettazioni, viene svelato il sistema in grado di condizionare l’andamento del campionato attraverso rapporti privilegiati, pressioni e interferenze nelle designazioni arbitrali. Crolla così parte dell’establishment calcistico italiano: il primo a cadere, a poco più di un mese dal fischio di inizio del Mondiale, è il presidente della Figc Franco Carraro (che sarà punito con 80 mila euro di multa, ma prosciolto dall’accusa penale) che l’8 maggio rassegna le dimissioni in seguito alla pubblicazione delle prime intercettazioni. Anni dopo dirà: «Mi resta l’amarezza di aver capito che tutto è nato da un mio errore politico»

Il grande accusato, quello che con una telefonata sarebbe stato in grado di decidere il destino della propria squadra (e non solo), è Luciano Moggi, il direttore generale della Juventus, definito dall’avvocato Gianni Agnelli «lo stalliere del re, colui che conosce tutti i ladri di cavalli». Secondo l’inchiesta Moggi è il manovratore, ma nell’occhio del ciclone ci finiscono anche Antonio Giraudo, amministratore delegato della Juve, gli ex designatori Bergamo e Pairetto, i proprietari di Fiorentina e Lazio, Della Valle e Lotito, l’allora ministro dell’Interno Pisanu, nove arbitri, dirigenti del Milan, Alessandro Moggi, figlio di Luciano e amministratore della società di gestione sportiva Gea, e anche il figlio del c.t. Lippi, Davide, procuratore della Gea, che poi sarà prosciolto. 

È in questo quadro che la Nazionale si appresta a giocare il Mondiale in Germania. Molti dei giocatori che scenderanno in campo sono interessati alla vicenda, non sanno ancora che maglia vestiranno la prossima stagione, in che squadra o, addirittura, in che categoria. Buffon, Cannavaro, Del Piero, Camoranesi e Zambrotta, tesserati dalla Juventus, sono tra i più coinvolti, ma anche Inzaghi, Gattuso, Pirlo, Nesta e Gilardino del Milan, Oddo della Lazio e Toni della Fiorentina hanno di che pensare. Ma sarà solo a fine luglio, quindici giorni dopo la vittoria, che scopriranno il loro destino. 

L’isolamento tra gli «italiani» di Duisburg

Accantonate le tensioni di un raduno di Coverciano in piena bufera Calciopoli, e le tanto modeste quanto innocue prestazioni nelle amichevoli di preparazione contro Svizzera e Ucraina, per il ritiro l’Italia ha scelto Duisburg, una città industriale, forse un po’ triste, ma una delle aree della Germania con la più alta densità di italiani

L’albergo, il Landhaus (letteralmente casa di campagna) Milser, gestito dalla famiglia calabrese Pelle e dove la Nazionale resterà per tutti i 40 giorni della competizione, può essere considerato una struttura spartana, il cui unico vezzo è un laghetto artificiale, ribattezzato «dei Pensieri», alla quale sono state aggiunte una sala giochi, una per la fisioterapia e una per lo staff medico. È il luogo perfetto per chi ha bisogno di isolarsi e qui Lippi edifica un fortino piscologico con allenamenti a porte chiuse e contatti con gli expat in festa ridotti al minimo, dove nasce «una squadra di professionisti veri, gente che sembra mescolare scienza e sentimento senza perdere il controllo di entrambi».

Due lampi e l’Italia parte bene

L’Italia fa il suo esordio al Mondiale alle 21 di lunedì 12 giugno. La prima sfida si gioca in una Awd Arena di Hannover, tutta esaurita, contro il debuttante Ghana degli «italiani» Appiah e Muntari. Il problema degli Azzurri sono gli acciacchi: Nesta e Totti (che in 81 giorni ha miracolosamente recuperato dalla rottura del perone e dalla lesione del legamento della caviglia sinistra) sono due incognite ma ci saranno, Zambrotta è out e con lui anche Gattuso. La formazione scelta da Lippi è decisamente a trazione anteriore, «la più offensiva dalla fine degli anni Sessanta» scrive Mario Sconcerti, con due punte di ruolo come Gilardino e Toni, oltre a Totti e Perrotta, Pirlo e De Rossi e in difesa Zaccardo, Nesta, Cannavaro e Grosso davanti a Buffon. 

Dopo tanti tormenti, il primo lampo di felicità arriva al 40′ del primo tempo: Pirlo scarica un destro chirurgico che attraversa il mucchio selvaggio in area e si infila imprendibile a fil di palo, un tiro velenoso che improvvisamente addolcisce una partita piena di trappole. La ripresa è una sorta di ping pong, con occasioni da una parte e dell’altra. Finalmente, liberatoria, all’83’ arriva la rete del 2-0 propiziata ancora da Pirlo e firmata da Iaquinta, con il gentile contributo del difensore del Bayern Monaco Kuffour che striscia un facile retropassaggio. 

«Dopo un mese di lavoro avevamo tutti bisogno di una soddisfazione così» dirà Lippi nel post-partita. «Vogliamo riconfermarci subito». 

La follia di De Rossi (e la lettera di scuse)

Il secondo turno del Mondiale è un brusco risveglio per gli azzurri. Gli avversari del 17 giugno sono gli Usa che hanno appena perso 3-0 contro la Repubblica Ceca («un risultato esagerato», avverte Lippi), il teatro è il Fritz-Walter-Stadion di Kaiserslautern dove giocheremo un’altra difficile sfida. 

Più che una partita, quella con gli yankee è una corrida. Gli statunitensi guidati dall’allenatore Bruce Arena, il più vincente nella storia della nazionale a stelle e strisce, nipote di emigranti da Alicudi, decidono di metterla sul piano dello scontro fisico. Lippi schiera la stessa formazione dell’esordio col Ghana che, vincendo 2-0 con la Repubblica Ceca, ha livellato la classifica del girone.

Gli Usa partono con 8 falli nei primissimi minuti, ma nonostante la ruvidezza del match, l’Italia passa alla prima occasione utile. Il vantaggio azzurro, infatti, è un lampo improvviso: punizione di Pirlo dalla destra, Gilardino colpisce di testa in tuffo e al 22′ siamo avanti. Cinque minuti più tardi, però, un maldestro rinvio di Zaccardo (sinistro svirgolato in piena area su punizione da destra) consente agli americani di agguantare l’1-1 (sarà l’unico gol su azione subito dalla Nazionale in questo Mondiale). 

È un frangente di grande tensione, questo tra il 27’ e il 28’: dopo l’autorete il 23enne Daniele De Rossi, che al debutto con il Ghana si è già fatto ammonire, rifila una gomitata in pieno volto a McBride che gli vale l’espulsione e una squalifica di 4 giornate (sarebbero 5, ma il romanista presenta una sentita lettera di scuse che gli vale uno sconto di pena propizio), per rivedere il campo dovrà aspettare la finale.

Ma il conto delle espulsioni non è chiuso, gli Usa alla fine saranno in 9. Al 45′ Pablo Mastroeni, centrocampista con origini italiane che chiamerà il suo primogenito Gianluca in onore dell’ex portiere azzurro Pagliuca, viene cacciato dal campo per una entrataccia a due piedi su Pirlo e, poco più tardi, anche il difensore Eddie Pope saluta la partita per somma di ammonizioni. 

Agli azzurri le occasioni non mancano, si rivedono Zambrotta e Gattuso, ma il risultato non si sposta: 1-1. Lippi è deluso e arrabbiato: «Evidentemente non era una serata brillante. La situazione è in bilico, ma non è grave». Alla fine della battaglia con gli Usa, l’Italia è sempre in cima alla classifica con 4 punti, ma la prossima sfida, con la Repubblica Ceca (a 3 punti) diventa decisiva. «Dico che da oggi inizia il nostro mondiale: abbiamo bisogno delle partite da dentro o fuori…», sosterrà il c.t..

L’egoista Inzaghi «scippa» un gol a Barone

Pomeriggio del 22 giugno, Amburgo. Di fronte la Repubblica Ceca dello juventino Pavel Nedved, Pallone d’Oro in carica. Sugli spalti la ceca Alena Seredova è indecisa se tifare per il fidanzato e futuro marito Gigi Buffon, nel dubbio canterà entrambi gli inni, e a Roma il procuratore federale Stefano Palazzi è nella sede della Figc con i deferimenti da inviare via fax a Moggi, Giraudo, Carraro, Galliani e altri coprotagonisti dello scandalo: il caso vuole che una delle giornate chiave di Calciopoli coincida con il match decisivo per il Mondiale dell’Italia.

In tribuna c’è anche Guido Rossi, commissario temporaneo della Figc, «felice come un bambino per il nuovo ruolo di capo del calcio italiano», scrive Aldo Cazzullo nella sua cronaca della partita sul Corriere. «Nei primi 25 minuti gli azzurri quasi non passano la metà campo, Camoranesi a ogni scatto si sistema il codone da azteco. Quando poi si infortuna Nesta ed entra Materazzi, pare che il dio del calcio abbia abbandonato l’Italia. Nel frattempo però Materazzi brucia sullo stacco l’ex laziale Poborsky, salta mezzo metro più in alto di Polak, insacca clamorosamente di testa ed esulta agitando le braccia tatuate (…). Quando poi Polak, migliore in campo degli azzurri, viene espulso per un inutile calcione a un Totti su ritmi da fisioterapia, la giornata sembra salva (…). Euforico, Materazzi incorna anche verso la propria porta; Buffon para, la Seredova gli manda un bacio; lui niente, solo un ciao a fine partita. Gli azzurri si spogliano e si abbracciano, tatuati come marinai (…)». 

All’87’ il non gol più famoso del calcio italiano. Mentre la Repubblica Ceca preme per lo sforzo finale, il centrocampista del Palermo Simone Barone, esordiente a un Mondiale e da poco entrato in campo, vince un contrasto e soffia la palla agli avversari, la appoggia a Perrotta che lancia Pippo Inzaghi in contropiede. La punta del Milan è a tu per tu con il portierone Cech e a pochi passi, con la visione sulla porta libera, c’è Barone. Inzaghi, al suo terzo Mondiale senza aver ancora mai trovato il gol, sembra girarsi verso il compagno, quasi chiamarlo con la mano per servirgli un facile tap-in. Ma Pippo vive per il gol e, dopo aver illuso Barone, si improvvisa dribblatore e la appoggia in porta prima di correre a esultare appoggiato alla bandierina. «Sono sincero: speravo me la passasse, ma anche no. Poteva essere rischioso. L’importante è esserci stato. In quei secondi non ho pensato a niente, sono semplicemente partito al fianco di Pippo», racconterà Barone anni dopo. 

L’Italia vince 2-0 e supera il girone qualificandosi al primo posto, evitando così di imbattersi agli ottavi nel Brasile pompato di stelle (Ronaldo, Ronaldinho, Kakà, Adriano, Cafù, Roberto Carlos, Emerson, Robinho…) che il Mondiale l’ha già vinto cinque volte, l’ultima nel 2002 contro la Germania in una finale senza storie. 

«Sembra cominciata adesso una di quelle evoluzioni virtuose che rendono il nostro calcio massiccio e vincente, forse proprio perché imperfetto. L’Italia di Lippi ha perso brillantezza per strada, forse anche qualche piccola audacia, ma è diventata una macchina da combattimento. La sua forza è la compattezza della difesa, la sua qualità è Pirlo, la sua differenza, ogni volta da compiersi, è compresa fra Totti e l’attaccante di turno. Non sarà mai facile per questa Italia vincere bene una partita, ma sarà molto più difficile perderla», commenta Sconcerti dopo il raggiungimento degli ottavi.

«Mo’ gli faccio il cucchiaio» (ma non lo farà)

Il 26 giugno si torna a Kaiserslautern, teatro del sofferto pareggio con gli Usa, per la prima partita della fase a eliminazione diretta. Nello stesso giorno il Paese è chiamato al secondo turno di voto per il Referendum, promosso dal centrodestra, che vuole modificare la seconda parte della Costituzione: vincerà il No. Le urne sono già chiuse quando alle 17 gli azzurri scendono in campo, di fronte c’è l’Australia.

L’allenatore dei canguri è lo stesso Guus Hiddink che quattro anni prima, alla guida della Corea del Sud, ci aveva eliminato dal Mondiale con la complicità banditesca dell’arbitro ecuadoriano Byron Moreno, arrestato nel 2010 all’aeroporto JFK di New York in possesso di sei chili di eroina e indagato in patria per evasione fiscale. Come nel 2002, anche questa volta sarà da brivido. 

Lippi sceglie il tridente composto da Toni, Gilardino e Del Piero (è il primo gettone dal primo minuto per il capitano della Juventus), preferito a Totti dopo la poco brillante prestazione contro la Repubblica Ceca. «Gli azzurri ruminano calcio, gli australiani non sanno che pesci pigliare: così le palle gol sembrano pietre preziose, una rarità». 

La ripresa sembra incanalarsi sulla falsariga del primo tempo, con noi che attacchiamo e ci schiantiamo sull’affollato centrocampo australiano pur con la sensazione che prima o poi qualcosa di buono succederà, ma il precipitoso cartellino rosso dato a Materazzi complica gli scenari azzurri. Lippi è costretto a ripararsi, toglie Toni e mette Barzagli al fianco di un Cannavaro strepitoso: in 10 contro 11 l’Italia è sotto assedio

Al 74′ Totti entra al posto di un deluso Del Piero. L’Australia, anche se esprimendo un gioco prevedibile, si avvicina al gol in un paio di occasioni, con Chipperfield e Aloisi. Sembra tutto apparecchiato per i supplementari. Al 93′, però, arriva il primo guizzo del Mondiale di Fabio Grosso. Il terzino del Palermo, lanciato sulla fascia sinistra da Totti, riesce prima a superare Mark Bresciano, poi a inserirsi in area e a farsi stendere dal centralone Lucas Neill. Il contatto è dubbio, ma ormai l’arbitro spagnolo Luis Medina Cantalejo ha fischiato e non c’è Var che possa fargli rimangiare la decisione presa. «Siamo sinceri, quel rigore in realtà è un rigoretto. Se l’arbitro non avesse espulso in maniera esagerata Materazzi, mica ce lo avrebbe dato…», dirà Gattuso a fine partita. 

Tocca a Francesco Totti assecondare il vento buono. Il capitano della Roma si prende la responsabilità del rigore a tempo scaduto. «Quel pallone era un macigno, gli altri si allontanavano dal dischetto, io decisi di andare. Ricordo di aver fatto 70 metri infiniti per arrivare al dischetto. Ho pensato “mo’ gli faccio il cucchiaio”, poi faceva troppo caldo mi son detto di lasciar perdere e ho deciso di tirarlo come al solito, forte e in alto, come va va».

E va benissimo. Totti segna al 95′ quello che è rimasto il gol più tardivo dei tempi regolamentari nella storia dei Mondiali fino al 29 giugno 2026, quando l’italo-brasiliano Martinelli ha deciso il sedicesimo Brasile-Giappone con un colpo da biliardo allo scoccare del 96esimo minuto, ma questo è il futuro. Nella storia, invece, resterà l’esultanza col pollice in bocca del 10 romanista e la qualificazione dell’Italia ai quarti di finale dove troverà l’Ucraina, vincitrice ai rigori della sfida con la Svizzera. 

Pessotto, un incubo nel ritiro azzurro

Il 27 giugno, il giorno dopo la festa per la sofferta vittoria, il ritiro azzurro si sveglia in un incubo. Gianluca Pessotto, ex bandiera e dirigente della Juventus, tenta il suicidio gettandosi dalla finestra della sede bianconera stringendo tra le mani un rosario. Trasportato in gravi condizioni all’ospedale Molinette, subisce una delicata operazione per arginare l’emorragia interna provocata dalle fratture. Fabio Cannavaro, capitano della Nazionale e compagno di squadra di Pessotto, interrompe la conferenza stampa e si allontana visibilmente turbato: «Sono sconvolto, Pessottino è l’uomo più buono di questo mondo». 

Sbigottito Materazzi: «Era qui con noi l’altro giorno. Cosa è successo ora? È un nostro amico, molti di noi hanno giocato con lui in Nazionale. Gli siamo vicini». Lo stesso Cannavaro, Gianluca Zambrotta, Alessandro Del Piero e Ciro Ferrara, collaboratore di Lippi, lasciano Duisburg per fargli visita. Ci vorranno 20 giorni prima che i medici lo dichiarino fuori pericolo di vita. 

Nesta: «Il Mondiale 2006 per me è una ferita aperta»

L’Ucraina la conosciamo. L’abbiamo incontrata nell’ultima amichevole prima del Mondiale: un opaco 0-0 a Losanna nel quale sono emersi i primi problemi fisici di Nesta, assente dalle rotazioni a causa di un infortunio al ginocchio già da dopo la sfida contro la Repubblica Ceca. «Il Mondiale 2006 non l’ho mai festeggiato, per me è una ferita aperta. Mi sono fatto male in tre Mondiali sempre alla terza partita. Nel 2006 ho giocato contro il Ghana e gli Usa, massimo rispetto, ma mi sono perso la Germania e la finale con la Francia. La Coppa? Non volevo nemmeno vederla», confesserà l’ex difensore di Milan e Lazio. 

Contro l’Ucraina sarà forse la partita più facile, anche ai Mondiali facile non esiste. Alla vigilia della sfida rischiamo di perdere Buffon a causa di un match a ping pong con Barone: «Mi sfidò all’hotel Landhaus Milser e mi sconfisse. Mi arrabbiai così tanto che calciai un divisorio di vetro che si frantumò in mille pezzi. La mia gamba rimase incastrata tra due sporgenze. Capii che qualcosa non andava dal silenzio che mi circondava: tutti guardavano la mia gamba. Istintivamente la mossi: si muoveva ancora, un po’ dolorante, ma niente di grave. Lippi era furioso». 

Passata la paura si torna in campo. Dopo la serie di simpatici convenevoli, strette di mani, baci e abbracci tra il milanista Shevchenko e mezza squadra italiana, gli azzurri decidono di cambiare strategia e si lanciano subito ventre a terra all’assalto, così al sesto minuto Zambrotta sblocca il risultato con una gran botta di sinistro sul primo palo che beffa il portiere. Al 20′ il c.t. dell’Ucraina rivoluziona la tattica togliendo un difensore e inserendo un’altra punta, ma la squadra di Lippi non sfrutta il momento di confusione avversaria e si limita a prendere atto dell’impotenza altrui. 

L’avvio di ripresa è una sofferenza indicibile: palo di testa del centrocampista Husin, dopo la deviazione fondamentale di Buffon; pochi minuti più tardi sempre Buffon e poi ancora Zambrotta, sulle conclusioni di Gusev e Kalinichenko, ci salvano dal possibile crollo.

Poi si sveglia anche Luca Toni. L’attaccante della Fiorentina, reduce da una stagione superlativa con 31 gol in serie A e fresco vincitore della Scarpa d’oro, al 59′ fa secco il numero uno ucraino con una testata al pallone crossato da Totti, poi al 69′ raddoppia con un destro dall’area piccola. Toni scaccia così gli incubi degli arrembaggi ucraini e anche i suoi, che alla quinta partita non aveva ancora segnato, come Paolo «Pablito» Rossi al Mundial del 1982, e tutti sanno come finì. Contro l’Ucraina finisce 3-0, si vola a Dortmund. 

Gli azzurri mostrano il sedere a… nessuno

«Ora però siamo entrati nel regno del cristallo, nella lunga pausa di silenzio che prepara le imprese. (…) Ci aspetta adesso un’Italia-Germania che trova radici dentro generazioni e generazioni d’italiani. Quelli del 4-3 nel ’70, quelli del 3-1 nell’82. Era tempo di riverniciare il percorso. (…) Il senso classico del calcio è questa partita (…)». Trentasei anni dopo la «Partita del secolo», la semifinale del Mondiale del 1970 ancora ricordata allo stadio Azteca di Città del Messico, e 24 anni dopo la finale al Bernabeu di Madrid del 1982, la nuova Italia-Germania è un sottosopra da vivere in apnea, con metà nazionale con un piede nelle serie minori (i pm di Calciopoli hanno appena chiesto che la Juve venga retrocessa in serie C, Lazio-Fiorentina-Milan in B) e un altro nella finale dei Mondiali. 

Fino alla partita contro l’Argentina, la Germania allenata da Klinsmann ha rispettato i pronostici: è la squadra di casa, è la favorita e ha infilato quattro vittorie consecutive contro Costa Rica (4-2), Polonia (1-0), Ecuador (3-0) e agli ottavi contro la Svezia (2-0). Ha faticato, e non poco, contro l’Albiceleste ai quarti, salvata da un gol a 10 minuti dalla fine del solito Klose (capocannoniere del torneo con 5 gol) e dagli errori dell’interista Cambiasso e di Ayala ai rigori. 

Alla vigilia tiene banco anche la questione della squalifica di due giornate al centrocampista tedesco Torsten Frings (per la quale la Bild ci accusa di aver tramato), pizzicato dalla prova televisiva mentre sferra un pugno a  Julio Cruz in una rissa al termine della sfida con l’Argentina. E quella delle spie al ritiro degli azzurri. «Vidi delle luci nella pinetina intorno al campo, pensai ci fossero degli operatori con delle telecamere o comunque con delle macchine fotografiche. Io non volevo dare vantaggi a nessuno, allora chiamai la squadra e dissi che non avremmo fatto nulla spiegando il motivo. Così andammo davanti la pinetina, ci abbassammo tutti i pantaloni e mostrammo il sedere: evidentemente non c’era nessuno nascosto, altrimenti quella foto avrebbe fatto il giro del mondo», ricorderà Lippi.

Italiani «viscidi, parassiti, mammoni»

Ma oltre la partita c’è di più. «I padroni di casa non sono esattamente amichevoli con gli ospiti (italiani), relegati in uno spicchio laterale da 250 euro a posto, insultati in italiano, provocati (invano) da gruppetti accesi dalla birra oltre che da un patriottismo che forse ingiustamente risveglia antichi istinti di diffidenza e di paura. “Sieg!” urlano le curve. Due popoli che da sempre si attraggono, pur senza fidarsi reciprocamente, sono cozzati l’uno nell’altro. Forse per la prima volta nel Mondiale il tifo italiano si è fatto sentire, eccome. I camerieri italiani di Dortmund, ieri tutti in maglietta azzurra, parlano bene dei tedeschi, ma dicono che questa partita è più importante della finale», ricorda Aldo Cazzullo. 

Per centinaia di migliaia di italiani emigrati in Germania, definiti «viscidi parassiti, mammoni, perennemente stanchi» dall’editorialista dello Spiegel Achim Achilles, questa partita rappresenta un’occasione unica di riscatto dopo anni di lavoro e sacrifici vissuti in silenzio. Un popolo che i giocatori della Nazionale voglio rappresentare, come Gattuso («anche alcuni fratelli di mia madre vivono qui»), Pirlo («gli italiani sono andati in tutto il mondo e si sono sempre dati da fare») e il capitano Fabio Cannavaro («gli stereotipi con i quali veniamo rappresentati fanno parte di una cultura vecchia e fin troppo abusata»). 

«Quando si avvicinava la partita con la Germania, non si ha idea di quanti italiani che vivevano lì ci chiedessero di batterli, dell’importanza che avesse quella gara per loro», spiegherà Lippi. 

I Mondiali «comprati» da Beckenbauer

Inoltre i tedeschi, date le vicende di Calciopoli, si ergono su un pulpito immeritato visto lo scandalo calcioscommesse che li ha colpiti l’anno prima. Alcuni media considerano la presenza della Nazionale un danno per l’immagine della competizione e chiedono addirittura che gli azzurri non partecipino o che si ritirino spontaneamente per una presunta «pulizia morale». Poi arriva la stoccata del Kaiser, Franz Beckenbauer, che ci dà per spacciati: «Consideravo l’Italia tra le favorite, ma sono certo che Calciopoli danneggerà la squadra». 

Peccato che qualche anno più tardi, nel 2015, anche Beckenbauer, presidente del Comitato organizzatore del Mondiale 2006, finirà al centro di un caso da tribunale, accusato di riciclaggio e frode dalla magistratura svizzera secondo cui sarebbero stati utilizzati fondi neri per comprare i voti favorevoli all’organizzazione del torneo. «Parte di questo denaro sarebbe stato utilizzato per comprare quattro voti dei rappresentanti asiatici del comitato esecutivo della Fifa che decide sull’assegnazione della rassegna iridata e così, nel 2000, la Germania batté il favorito Sudafrica aggiudicandosi così i diritti per organizzare l’edizione 2006». 

Su quell’inchiesta pesarono anche le dichiarazioni di Joseph Blatter, presidente della Fifa dal 1998 al 2015, anno in cui si dimetterà proprio per accuse di corruzione. Blatter ammette: «Mondiali comprati… mi ricordo l’assegnazione per il 2006, dove all’ultimo momento qualcuno lasciò la sala e alla votazione invece di 10 a 10 finì 10 a 9 per la Germania». 

La rivincita dell’underdog Grosso

Scandali a parte, la madre di tutte le partite deve ancora essere giocata. Alle 21 del 4 luglio 2006, al Westfalenstadion di Dortmund – dove in 30 anni i tedeschi non hanno mai perso – suonano gli inni di Italia e Germania. Fischi per quello di Mameli: il presidente del Consiglio Romano Prodi siede in tribuna al fianco della cancelliera Merkel e ci rimane male. Non è un bell’inizio. 

Inoltre, «alle condizioni ambientali tutt’altro che favorevoli (stadio in stile plaza de toros, netta inferiorità numerica nel tifo) si è sommata una vigilia kafkiana in virtù del decisivo “contributo” federale: possibile che a nessuno sia venuto in mente di posticipare a stamattina le richieste di pena da parte del procuratore Palazzi nell’ambito del processone di Calciopoli? Con quale stato d’animo saranno scesi in campo i sette azzurri schierati inizialmente da Lippi e per i quali la pubblica accusa federale ha chiesto pesantissime pene?», si chiede Alberto Costa sul Corriere. Fortuna che, alla prova dei fatti, i tedeschi ribadiscono la loro sostanziale modestia. 

Tutto accade «nei supplementari fatali, come prevede il rito: palo di Gilardino, traversa di Zambrotta e poi – su assist di Pirlo – clamoroso gol di Fabio Grosso, una vita fra Angolanese, Chieti, Teramo, Perugia, con il Palermo come massimo traguardo (ma domani c’è l’Inter); infine Alessandro «Achille» Del Piero – dopo la corsa di Gilardino -, il Godot finalmente arrivato – racconta Cazzullo -. Nadir e zenit, abisso ed empireo, minimo e massimo. La Germania è in lutto, a Berlino vanno i loro camerieri e i loro gelatai, gli italiani. (…) I tedeschi danno fuori di matto dalla rabbia, il parruccone Beckenbauer pare Federico Guglielmo dopo l’ingresso di Napoleone nella sua capitale. Buffon, in piena euforia agonistica: “In Italia pensiamo sempre ai processi e non ci godiamo mai i bei momenti”. Il sistema Moggi era una vergogna, però il Mondiale è un’altra cosa; e al Mondiale, contro l’Italia, sono 36 anni che la Germania non tocca palla».

Due a zero ai tedeschi e siamo in finale, ancora contro la Francia, dopo la finale dell’Europeo 2000 e il golden gol maledetto di Trezeguet, dopo i quarti del Mondiale 1998 e lo sfortunato rigore di Di Biagio.

L’ultima notte passata giocando a scopa

«La sera prima della finale mi rigiravo nel letto, non riuscivo a dormire. A mezzanotte qualcuno bussa alla mia camera, è Gattuso.  Mi dice “famose na scopetta, tanto non dormiamo”. Noi malati, uno peggio dell’altro. Siamo stati a giocare a carte fino alle 6 di mattina, una partita dopo l’altra, sembravamo due ‘mbriaconi! Poi, avendo lasciato la porta aperta, sentivamo che anche gli altri nelle altre camere erano svegli e stavano giocando alla Playstation. Perciò quella notte nessuno ha dormito, anzi solo uno lo ha fatto», è Francesco Totti a raccontare la tensione della notte prima la finalissima nella sua autobiografia Un Capitano. Stando alle cronache l’unico ad aver dormito è Alessandro Del Piero che alle 2 di notte saluta i compagni: «Sapete, io sono abituato alle finali, quindi vado a dormire. Buonanotte». 

Un altro che sostiene di non aver sentito la pressione è Andrea Pirlo: «Ho passato il pomeriggio di domenica a Berlino a dormire e a giocare alla PlayStation. La sera sono uscito e ho vinto la Coppa del Mondo». Camoranesi parla al telefono con Maradona, telefonata passatagli da Ciro Ferrara, amico ed ex compagno di squadra del Pibe: «Il più grande calciatore di tutti tempi stava dicendo a me che avrei vinto il Mondiale». Altri vivono quei momenti in modo più umano: Materazzi si rigira nel letto fino al mattino e poi esce a correre; Simone Perrotta legge un libro, forse in tedesco; Gigi Buffon studia tutti i rigoristi della Francia, ma a colazione si rende conto di non ricordarsi «assolutamente nulla».

Nell’aria, però, c’è profumo di ottimismo, direbbe qualcuno. «Credo che vincerà l’Italia» scrive Mario Sconcerti, «è una sensazione strana che viene da molti anni fa in Spagna. Perché credo che siamo la soluzione più moderna, industriale. E naturale». Meglio comunque non essere arroganti, quello lasciamolo ai francesi che, dopo aver passato il girone da secondi (dietro la Svizzera), sono stati presi per mano da Zinedine Zidane, alla sua ultima fatica prima di ritirarsi. I Bleus hanno fatto fuori la Spagna agli ottavi, il Brasile ai quarti e il Portogallo in semifinale e probabilmente, sulla carta, sono leggermente favoriti. 

Zidane ci infilza col cucchiaio

Alle 20 del 9 luglio 2006 Italia e Francia scendono in campo all’Olympiastadion di Berlino per l’ultimo capitolo del Mondiale. Lippi e Domenech schierano due formazioni speculari, con quattro difensori, cinque centrocampisti e una punta. Una parata di stelle: da un lato Buffon, Zambrotta, Cannavaro, Materazzi, Grosso, Pirlo, Gattuso, Camoranesi, Totti, Perrotta e Toni e dall’altro Barthez, Sagnol, Thuram, Gallas, Abidal, Vieira, Makelele, Ribery, Zidane, Malouda e Henry. 

L’inizio della sesta finale mondiale della storia azzurra è da pelle d’oca. Al 6’ l’arbitro argentino Elizondo va a spanne sull’accelerazione di Malouda dalla sinistra e punisce con il calcio di rigore il contatto virtuale tra Materazzi e la freccia del Lione: sul dischetto si presenta Zidane che, sfrontato, segna con un cucchiaio che prima colpisce la traversa e poi oltrepassa la linea di porta. 

Il pareggio dell’Italia, dodici minuti più tardi, ricalca il gol del vantaggio nella sfida con la Repubblica Ceca: angolo di Pirlo e stacco imperiale di Materazzi che, di testa, brucia Vieira e incenerisce Barthez. 

Nella ripresa la Francia accelera. Al 54’ ancora Zambrotta entra in maniera un po’ rude su Malouda, e parrebbe più fallo da rigore questo di quello sanzionato a Materazzi. Al 55’ ancora Malouda affetta la nostra difesa, ma a Ribery non riesce la deviazione. Al 62’ sussulto azzurro: il colpo di testa di Toni (lancio di Pirlo) va a bersaglio, ma il guardalinee alza la bandierina. Finita la ricreazione, al 63’ Henry impegna Buffon con un destro ravvicinato e al 71’ il nostro portiere deve allontanare con un guantone un calcio di punizione di Zidane dalla sinistra.

Zidane e la testata a Materazzi: «Mai più rivisto»

Inevitabile, per la seconda volta consecutiva, la tortura dei supplementari. Al 104’ Zidane compie l’ultimo gesto atletico della sua carriera, un colpo di testa che pare una frustata che esalta Buffon. Il secondo tempo supplementare è infatti iniziato da poco meno di tre minuti quando Zizou, colto da raptus, colpisce in pieno petto Materazzi con una violenta testata. 

Ci vogliono 3-4 minuti affinché Luis Medina Cantalejo, l’arbitro spagnolo che contro l’Australia ci ha regalato il rigore su Grosso, oggi quarto uomo, informi l’arbitro, che sventola il cartellino rosso al numero dieci e capitano della Francia. «Zidane mi offrì la sua maglia e io dissi di no e che avrei preferito sua sorella. Allora lui si è voltato e ha reagito come tutti ricordano. Non ho mai più rivisto Zinedine», ricorda Materazzi.

«Fabio, l’ultimo lo calci tu»

Si va ai calci di rigore, come nel 1998, col pensiero ai troppi scherzi che il destino ha tirato dal dischetto alla storia azzurra. Del Piero chiede a Lippi di calciare l’ultimo, ma il c.t. gli dice di no. «Li avevo decisi tutti, il quinto non sapevo a chi farlo battere, così ebbi quell’intuizione. Mi avvicinai e dissi: “Fabio (Grosso, ndr), tu sei quello dell’ultimo minuto. Sei l’uomo degli ultimi secondi, calcia tu», racconterà il mister. 

Dei nostri non sbaglia nessuno: prima Pirlo, poi Materazzi, De Rossi, Del Piero e Grosso; Trezeguet, secondo a calciare per i francesi, ripaga Lippi dell’errore dal dischetto nella finale di Champions League tra Juve e Milan del 2003 spedendo la palla sulla traversa, e così le trasformazioni di Abidal e Sagnol non serviranno a nulla. 

Quarto Mondiale, gioia immensa

È una gioia immensa. Cannavaro alza la coppa al Cielo, il presidente della Fifa Blatter nemmeno si avvicina, resta sugli spalti. Finisce con gli azzurri a ballare e ad abbracciarsi sotto il piccolo spicchio di curva riservato agli italiani, «dentro uno stadio pieno di invitati degli sponsor e di tedeschi all’inizio silenziosi e dopo l’espulsione di Zidane incattiviti, gli italiani cantano l’Inno come coro di incitamento e alla fine aprono la festa che sarà di tutti».

In mezzo al campo Oddo taglia i capelli a Camoranesi davanti a due miliardi di telespettatori: «Sono passato alla storia come il barbiere della squadra». Peruzzi sfodera la sambuca, come dopo ogni vittoria nella fase a eliminazione diretta: «Va giù che era una meraviglia. Una tira l’altra». Al ritorno a Duisburg sempre Peruzzi mangia una pizza in un solo boccone: «Ha piegato la margherita in quattro parti, ha spalancato le fauci e si è goduto il trionfo: pareva un’anaconda», racconta Cannavaro nel suo libro di ricordi La nostra bambina. 

Lo scherzo di Lippi

Lippi mantiene la parola e si tuffa nel laghetto «dei Pensieri» dell’albergo di Duisburg. «Prima di indossare la tuta, perché non volevo davvero tuffarmi nudo in quell’acqua sporca, andai in cucina e dissi al cameriere di mettermi un grosso pesce dentro un sacchetto di plastica con alcuni sassi dentro, di legarlo al lampione vicino al laghetto e di prepararmi una specie di fiocina. Quando mi tuffai presi il pesce, tolsi il sacchetto e uscii dall’acqua facendo finta di averlo pescato. Tutti si misero a ridere, mentre Iaquinta mi disse “Che fortuna mister”, perché credeva che lo avessi pescato davvero», ha raccontato Lippi a Sky. 

La festa si sposta dalla Germania all’Italia, dove in milioni esultano per la vittoria e per i televisori «regalati» dal noto rivenditore di tecnologia che aveva ideato un’offerta un po’ folle («Tifa Italia e vinci»).

Due pullman scoperti girano per la Capitale scortati da migliaia di motorini, un fiume tricolore che si gonfia a ogni chilometro, fino all’estasi dei 700 mila al Circo Massimo

9 luglio 2026 ( modifica il 9 luglio 2026 | 08:53)