di
Filippo Mazzarella
Il 14 luglio 1986 arrivava nelle sale americane il sequel di «Alien» di Ridley Scott, che diede una svolta alla saga con i temi cari a James Cameron
A sette anni di distanza da Alien di Ridley Scott, testo-cardine della fantascienza cinematografica di ogni tempo per il suo grado insuperato di originalità e innovazione, esce il 14 luglio 1986 nelle sale americane (da noi a settembre) un sequel che, pur atteso, sulla carta era stato guardato un po’ in tralice benché affidato a un (giovane) regista che, dopo Terminator, aveva seriamente dimostrato di poter competere sullo stesso piano con i pesi massimi dell’entertainment adulto hollywoodiano: Aliens – Scontro finale di James Cameron. Il risultato, però, sciolse ogni diffidenza come neve al sole.
Ambientato ben cinquantasette anni dopo l’originale, il film prende le mosse dal recupero in stato di ibernazione di Ellen Ripley (Sigourney Weaver), unica sopravvissuta al primo contatto con l’alieno xenomorfo sul pianeta LV-426. La donna scopre che il teatro primigenio dell’orrore è stato colonizzato dalla compagnia terrestre Weyland-Yutani; ma quando ogni comunicazione con l’insediamento s’interrompe, il funzionario Carter Burke (Paul Reiser) la persuade a unirsi a una missione di marine coloniali — l’inesperto tenente Gorman (William Hope), il sergente Apone (Al Matthews), il caporale Hicks (Michael Biehn) e i soldati Hudson (Bill Paxton), Vasquez (Jenette Goldstein) e Drake (Mark Rolston) — affiancati dall’androide Bishop (Lance Henriksen).
Sul pianeta, l’équipe trova la colonia distrutta e un’unica superstite, la piccola Newt (Carrie Henn), con cui Ripley instaura un immediato legame. Nell’impianto di terraformazione, scoprono che i coloni sono stati trasformati in incubatori degli alieni: e che la minaccia non è più un singolo essere, ma un intero esercito organizzato. Dopo la morte di Apone e Drake, Gorman perde il controllo e Ripley assume il comando, scoprendo il piano di Burke: proteggere gli xenomorfi per trasformarli in armi biologiche, arrivando a tentare di infettare Ripley e Newt per aggirare la quarantena.
Fallito il tentativo, un nuovo assalto uccide Hudson, mentre Gorman e Vasquez si sacrificano; Newt viene catturata e Ripley penetra nel nido alieno, dove affronta la gigantesca regina ovipara che governa la specie. Distrutte le uova e salvata la bambina, Ripley si batterà contro la creatura anche sulla navetta e poi sull’astronave, dove la regina distruggerà Bishop. Protetta da un esoscheletro industriale, riuscirà infine a espellerla nello spazio e a tornare in animazione sospesa insieme a Newt, Hicks e i resti di Bishop.
Con una sceneggiatura originale autografa (e non meno riuscita di quella del primo film), Cameron imprime al sequel (e a posteriori all’intera saga) una svolta decisiva: all’horror claustrofobico e metafisico originario sostituisce infatti una struttura da war movie, moltiplicando il «nemico» e trasformando l’eccezione perturbante del primo alieno in una vera e propria invasione. L’orrore conserva la sua dimensione «biologica» (anche grazie al design degli xenomorfi, che mantiene quello originale del visionario artista svizzero H. R. Giger), ma diventa una sorta di organismo «collettivo». E se il «mostro» perde parte della sua enigmatica unicità, il racconto acquista però spettacolarità e tensione, assumendo ritmi infernali e dimensione da assedio.
Al tutto si aggiunge una riflessione sottilmente politica: il reparto dei marine diventa infatti, fatalmente, l’immagine di una società multietnica; ma questa apparente inclusione è completamente subordinata a logiche corporative. La Weyland-Yutani incarna infatti un capitalismo disposto a sacrificare chiunque pur di trasformare la vita in una risorsa da sfruttare, suggerendo che, come sempre, dietro ogni conflitto si nascondono innanzitutto interessi economici e sprezzo della forza-lavoro, anche militare.
A evolvere oltre ogni misura, però, è segnatamente il personaggio di Ripley (con la Weaver stavolta nientemeno che candidata all’Oscar), che da sopravvissuta traumatizzata diventa dapprima protagonista attiva, quindi guida strategica e infine madre «adottiva» della piccola Newt come reazione all’introduzione nel racconto della sorprendente regina aliena. La gigantesca xenomorfa (progettata dallo stesso Cameron e realizzata come animatronic da Stan Winston) è la più felice delle tante intuizioni del film, perché sposta il conflitto dall’ambito d’ingaggio militare a quello simbolico di scontro tra figure materne: se Ripley difende Newt alla stregua della figlia perduta, la regina protegge con identica ferocia la propria covata, facendo della maternità il vero motore sotterraneo di confronto e resistenza di tutta la struttura narrativa. Non a caso, in una sequenza eliminata al montaggio (ma poi reintegrata in home video nella sontuosa Special Edition da ben 154 minuti) Ripley scopriva che la sua vera figlia, Amanda, era morta durante i lunghi anni della sua ibernazione, attestando così ancor più chiaramente il motivo del suo attaccamento alla piccola Newt.
Il film, inoltre, anticipa già molti dei temi che Cameron svilupperà in tutto il suo cinema successivo: il rapporto conflittuale fra tecnologia e organismo (già presente nel suo primissimo cortometraggio del 1978 Xenogenesis, facilmente reperibile in rete per i più avventurosi), tra individuo e sistema, e la famiglia come nucleo di resistenza. La madre guerriera riemergerà in Terminator 2 – Il giorno del giudizio/Terminator 2: Judgment Day (1990) con Sarah Connor; il confronto con l’alterità in The Abyss (1989) e la sintesi di entrambe le linee narrative nella saga di Avatar, dove però il punto di vista si ribalterà e gli invasori diventeranno, significativamente, gli esseri umani.
Impossibile indicare una sola sequenza memorabile: anche se il duello finale tra Ripley alla guida del power loader e la regina aliena, introdotto dall’iconica battuta «Get away from her, bitch!» (che il doppiaggio italiano ha reso col più soft «Sta’ lontano da lei, maledetta!») è un vertice del cinema (non solo di genere) di ogni tempo e spazio. Oltre a quella per la Weaver (che tornerà in soli altri due sequel della — troppo — lunga serie: il sottovalutato Alien 3, 1992, di David Fincher e il deludente Alien – La clonazione/Alien Resurrection, 1997, di Jean-Pierre Jeunet) il film ottenne altre sei candidature all’Oscar, vincendone due (montaggio sonoro e, ovviamente, effetti speciali). A distanza di quattro decenni, un capolavoro che resta uno dei rarissimi sequel capaci non solo di eguagliare il proprio modello, ma di ridefinire il linguaggio di un intero genere. Anche se è da tempo che il cinema hollywoodiano non riesce più a produrre risultati analoghi (e forse è destinato a non riuscirci mai più).
9 luglio 2026
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