di
Guido Olimpio
Le analisi condotte dopo la fase più acuta del conflitto hanno rivelato come i pasdaran siano riusciti a causare devastazioni consistenti nelle basi statunitensi (che potrebbero essere sposate in Israele)
Attacco, contrattacco, comunicati e contorno di minacce verbali. Iran e Usa hanno ripreso il ciclo bellico scegliendo obiettivi che vanno oltre la logica della rappresaglia. I raid statunitensi si sono concentrati nella fascia meridionale e in quella costiera. Presi di mira barchini (a dozzine), depositi, equipaggiamenti antiaerei, installazioni, bunker, depositi di droni. Intensa l’azione sulla base di Chabahar e l’area di Busher (secondo i media locali all’esterno del perimetro che circonda la centrale nucleare). Inoltre, sono stati danneggiati due ponti, compreso uno realizzato con l’assistenza cinese, un target simbolico perché testimonia la relazione economica tra Pechino e Teheran.Il Pentagono, come ha fatto in passato, vuole debilitare il più possibile i sistemi in una fascia strategica.
Infligge distruzioni e, nel contempo, riduce le difese nel caso dovesse riprendere un’offensiva massiccia, «avvisa» la controparte sul prezzo da pagare con le infrastrutture civili tramutate in bersagli. Gli americani provano a creare dei corridoi, cercano di neutralizzare un gran numero di scafi veloci, l’arma preferita dei pasdaran nelle acque “strette” del Golfo, tengono alto il fuoco (anche a fini interni). L’Iran, secondo l’esperto Hamidreza Azizi, teme che gli Stati Uniti possano persino lanciare in futuro operazioni con il ricorso a forze speciali. Se ne è parlato a lungo prima della tregua considerando diverse opzioni: il termine di Kharg, le isole nel settore dello Stretto, i siti del programma nucleare. Le «uscite» di piani sui media hanno raccontato molto sulle ipotesi allo studio, rivelazioni agganciate a possibili interventi ma anche forme di guerra di informazione.
I guardiani, a loro volta, non si sono discostati dal sentiero costruito con pazienza nei mesi precedenti. Tre i punti. 1) Potere di veto su chi vuole transitare attraverso Hormuz: ecco i colpi sulle petroliere. Una omanita e l’altra saudita, ossia di Stati che hanno rapporti meno tesi con i mullah. Ma è evidente che Teheran non fa sconti. 2) Lancio di missili/droni per creare problemi allo scudo Usa nella regione: in Kuwait hanno tirato su una batteria di Patriot, in Qatar hanno «inquadrato» un’antenna radar necessaria alla rete di avvistamento mentre diversi vettori sarebbero stati intercettati dai giordani. Le analisi condotte dopo la fase più acuta del conflitto hanno rivelato come i pasdaran siano riusciti a causare devastazioni consistenti nelle basi statunitensi. L’ombrello è stato bucato più volte, accecate molte delle componenti della rete d’allarme. 3) Pressione militare costante sul Bahrein. Il paese ospita il comando della V Flotta statunitense, è retto da un regime sunnita su una maggioranza sciita, non è nelle condizioni di poter rispondere, è soggetto a manovre destabilizzanti condotte dagli iraniani.
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La situazione delle petro-monarchie è precaria, il quadro instabile, con baratti possibili non dichiarati in pubblico. E il rischio degli strike dei pasdaran ha innescato un meccanismo tra gli alti gradi americani: il Pentagono – lo ha scritto di recente il Wall Street Journal – sta considerando lo spostamento di alcune basi dal Golfo a Israele. Questo per aumentare la distanza dall’avversario, disporre maggiore tempo di reazione, avere minori condizionamenti viste i rapporti non sempre facili con gli emiri.
Siamo ad un punto dove scontri e diplomazia procedono in parallelo. Gli armamenti a disposizione permettono di stabilire delle «regole di ingaggio» dove i contendenti si affidano ai missili e ai droni. Donald Trump potrebbe alternare gli strike al negoziato, una scelta in linea con i suoi repentini cambi di idea ma anche una strategia negoziale. Gli ayatollah, invece, vorrebbero evitare questa campagna di logoramento – la ritengono pericolosa -, però non sono disposti a fare concessioni. Da qui le ritorsioni. Sono ancora i ricercatori a sostenere su come diplomatici e generali iraniani condividano l’approccio ritenendo di avere due carte in più rispetto alla Casa Bianca: Hormuz e Bab el Mandeb, l’altro passaggio marittimo cruciale.
9 luglio 2026 ( modifica il 9 luglio 2026 | 14:14)
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