di
Alessandro Fulloni

La sentenza pilota della Corte d’Assise di Ascoli per il delitto del 19 dicembre 2024 che vide vittima la 45enne, uccisa dal marito Massimo Malavolta. Il procuratore Monti: «Non ho mai visto una scena così»

Dopo che il giudice ha letto la sentenza che ha inflitto l’ergastolo, il procuratore di Ascoli Umberto Monti esce dall’aula e, davanti alla ressa dei giornalista che lo circondano, con il volto visibilmente contratto, riassume l’indagine su quel femminicidio che lo ha sconvolto: «Non ho mai visto una persona torturata in quel modo… L’ergastolo è il modo giusto di rispondere a questo atto veramente orribile. E non c’era nell’imputato una malattia mentale che poteva portare all’incapacità di intendere e di volere, anche perché la condotta si è protratta per almeno un anno». Fa un lungo respiro, poi riprende a parlare: «Faccio questo lavoro da oltre 30 anni, mi occupo e mi sono occupato di vicende terribili, di donne maltrattate e uccise, e non ho mai visto una persona con tante lesioni addosso. Torturata, uccisa al termine di una agonia lunghissima sotto gli occhi dei figli piccoli. Segregata in casa, ridotta a un oggetto. Tuttora rabbrividisco».

Quella condotta criminale va riassunta così: dodici mesi di incubo, percosse continue, violenze. Poi la fine di tutto, il femminicidio. Il marito che uccide la moglie. Quella emessa in Assise è una sentenza pilota: la crudeltà con cui Massimo Malavolta uccise la moglie Emanuela Massicci è valsa l’aggravante della tortura, fatto inedito nella storia giudiziaria italiana vista la difficoltà, nei delitti di genere, nel poterla dimostrare. 



















































«Papà, vieni, Emanuela sta male e non respira». Fu proprio Malavolta, un operaio di 48 anni, a chiedere al padre, telefonandogli, di chiamare i soccorsi. Emanuela non respirava, già morta. Ma l’aveva ammazzata lui, a mani nude, a furia di botte. La donna, 45 anni, aveva il volto e il corpo tumefatto. Il marito impugnava un coltello con il quale tentò di togliersi la vita, ferendosi i polsi. Nella stanza accanto dormivano i figli piccoli. Erano le cinque di mattina del 19 dicembre 2024, non s’accorsero di nulla. Ma questa fu la scena del delitto in cui s’imbatterono i carabinieri entrando in quella  casa a Ripaberarda, frazione di Castignano, duemila abitanti nel Piceno.  Furono proprio i due bambini, 5 e 10 anni, ad aprire la porta di casa, lo stesso stabile in cui abitavano i genitori della vittima. 

La Corte d’Assise ha riconosciuto una provvisionale di 328 mila euro per il papà e di 312 mila euro per la mamma di Emanuela e per ognuno dei due figli.

Quella mattina presto dovettero intervenire i vigili del fuoco per forzare la porta della camera matrimoniale; l’uomo si era chiuso all’interno, una mandata a chiave. Lo trovarono seduto sul letto, con i vestiti insanguinati. Impugnava un coltello, accanto il corpo senza vita della donna. Quell’arma non fu stata usata contro la moglie, l’aveva usata per tagliarsi i polsi, perdendo molto sangue e indebolendosi. Quando entrarono i carabinieri per immobilizzarlo, cadde a terra, perdendo i sensi. Dall’esame cadaverico, la moglie — in passato maestra supplente in una scuola dell’infanzia e ora operaia alla Ipsa di Castignano — presentava «numerose tumefazioni al volto e in varie parti del corpo». I rapporti nella non erano buoni da tempo.

Non solo: nel 2015 Malavolta era finito agli arresti domiciliari per lesioni aggravate e atti persecutori ai danni di un’altra donna, peraltro con disabilità; nel gennaio 2016 era stato condannato a due anni di reclusione, pena poi ridotta di un terzo per il ricorso al rito abbreviato. La sentenza era stata successivamente riformata dalla Corte di Appello di Ancona che aveva riqualificato il reato di atti persecutori nella contravvenzione di molestia, con una condanna di sei mesi e 20 giorni diventata definitiva nel giugno del 2018.«Doveva essere fermato prima», dissero alcuni vicini lì a Castignano, 900 abitanti, dove si trova l’abitazione.

Ma la tortura? A descriverla ai giornalisti è ancora il procuratore di Ascoli: emerse dall’autopsia,  «con piccoli tagli e abrasioni sulla testa, con l’uso di oggetti metallici per fare degli stampi sulla pelle. La vittima aveva in testa tantissime lesioni, graffi: in alcuni punti le è stata portata via la pelle. Aveva lesioni vecchie e altre recentissime, in tutto il corpo: pugni, botte, anche diverse fratture, tagli all’orecchio, segni con il coltello anche mentre stava morendo. In diverse occasioni, i figli piccoli hanno cercato di fermarlo. A volte smetteva, altre cacciava i bambini riusciti a entrare nella stanza, davanti alla mamma insanguinata».

9 luglio 2026