di
Veronica Tuzii
A Castelfranco le sculture dell’artista francese. Un’atmosfera sospesache sembra dialogare con la poetica del grande pittore rinascimentale
C’è un uomo in blu che attraversa Castelfranco Veneto con una valigia in mano. O meglio, sembra attraversarla. Il busto è aperto, il corpo si interrompe, e in quel vuoto passano il profilo del castello, il cielo, gli alberi, le persone. Bleu de Chine, con la sua patina di blu che richiama gli abiti da lavoro di operai e marinai, è una delle quattro monumentali sculture di Bruno Catalano installate fino al 6 novembre nel centro storico per la mostra a cielo aperto «Catalano incontra Giorgione», organizzata dalla Galleria Ravagnan di Venezia, curata da Rina Dal Canton, con un testo critico di Lorena Gava, e realizzata col sostegno del Comune di Castelfranco Veneto e della Regione Veneto.
L’incontro di scultore e pittore
L’incontro annunciato dal titolo potrebbe sembrare azzardato. Da una parte il pittore più enigmatico del Rinascimento, dall’altra uno scultore contemporaneo che ha fatto dell’assenza la propria cifra. Eppure le figure di Catalano, strappate tra pieno e vuoto, sembrano restituire quella stessa atmosfera sospesa propria della poetica giorgionesca. Come nei Tre filosofi, dove gli sguardi dei protagonisti sono rivolti verso un altrove, anche i Viaggiatori custodiscono una direzione invisibile, una meta che resta fuori campo. Il corpo è incompleto, e proprio su quella mancanza si posa l’attenzione.
Lo scultore Bruno Catalano
Catalano, nato in Marocco nel 1960 e trasferitosi adolescente a Marsiglia, conosce personalmente il significato dello sradicamento. I suoi viaggiatori parlano di migrazione, identità, memoria e di ciò che ciascuno lascia inevitabilmente dietro di sé. «Le mie sculture portano una storia, ma non la raccontano», dice Bruno Catalano. «Non sappiamo da dove vengano né dove vadano, ma sappiamo che camminano. Il vuoto all’interno dei loro corpi è lo spazio che accoglie il mondo che li circonda». Si mescolano alla vita quotidiana, condividono il ritmo della città, vengono oltrepassate dalla luce e dalle persone, incorporano lo spazio urbano.
I galleristi
«Da anni – spiegano i galleristi Chiara e Carlo Ravagnan – lavoriamo perché le opere di Catalano escano dagli spazi della galleria per entrare nel tessuto cittadino. Crediamo che i Viaggiatori appartengano prima di tutto alle persone. La gente si ferma davanti a queste enormi figure riconoscendo qualcosa di personale: ricordi, partenze, desideri e speranze». A Castelfranco il dialogo con la città passa anche dalla posizione delle opere. Benoît è collocato nel verde accanto al monumento a Giorgione, realizzato da Augusto Benvenuti nel 1878. Sul suo alto basamento, con il mantello che ne accentua il portamento composto, il viaggiatore sembra raccogliere l’eredità del gentiluomo rinascimentale, instaurando una relazione silenziosa con il maestro castellano. Il percorso prosegue con «J4», che prende il nome dall’esplanade del porto di Marsiglia, luogo di approdi e partenze, trasformando la figura in una riflessione sull’emigrazione. Voyage à New York, invece, introduce un elemento nuovo: lo specchio inserito nella scultura riflette l’ambiente e chi passa, rendendo ogni incontro con l’opera diverso dal precedente. A Castelfranco il paesaggio diventa parte dell’opera, come nella pittura di Giorgione, dove la natura è spazio emotivo del mistero dell’esistenza.
Le sculture a Caorle
Le sculture di Catalano sono approdate anche sulla costa, a Caorle, dove fino al 30 ottobre il lungomare Petronia ospita Hubert e Khadine, iniziativa promossa dall’Amministrazione comunale in collaborazione con la galleria veneziana. Sullo sfondo del mare, evocano ancora di più l’idea della partenza. Hubert, con i jeans, il torso e i piedi nudi, ha la semplicità di chi affronta una nuova avventura senza altro che il necessario. Pure qui il corpo mutilato non suggerisce una perdita, ma un’apertura dove passano la luce, il vento e il continuo movimento del luogo. Cambia lo scenario, dalle mura medievali alla linea dell’Adriatico, ma aleggia la stessa domanda che accompagna tutti i personaggi di Bruno Catalano: che cosa resta di noi mentre siamo in cammino.
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9 luglio 2026
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