«Rubano» un elenco di nomi lasciato al desk di un evento alla Stanford University. Quella notte scrivono a migliaia di persone. «Ciao, ci siamo conosciuti ieri sera». Non è vero. Non conoscono nessuno. Non hanno soldi, non hanno un visto e tra poche settimane rischiano di tornare in Italia. Da sconfitti. Una persona però risponde. «Non so chi siete e nemmeno cosa fate, ma mi piace questo modo». È uno dei primi dipendenti di YouTube, appena acquisita da Google. Sarà il primo a investire 51 mila dollari. Gli altri 50 mila li darà un italiano, Massimo Sgrelli.
Marco Palladino e Augusto Marietti, a 20 anni, scappano dall’Italia, perché incompresi. Oggi hanno 37 anni e sono i cofondatori di Kong (konghq.com), azienda nata a San Francisco che sviluppa infrastrutture («control tower») per la connettività dell’intelligenza artificiale e per le APIs. Sedici anni dopo i loro inizi, Kong si prepara allo sbarco in Borsa negli Stati Uniti: «Il 2026 potrebbe essere l’ultimo anno in cui siamo un’azienda privata».
Palladino, che di Kong è il CTO, è a Milano per aprire una sede italiana di Kong e assumere nuovi talenti. Per lui è un po’ come tornare a casa, non solo perché è milanese, ma anche perché qui è dove tutto è partito. L’avevo intervistato per la prima volta qualche anno fa. Lo rivedo oggi, vicino al Fintech District per un evento che Kong ha organizzato (presenti anche le aziende che utilizzano la loro tecnologia). È in Europa da due giorni, soffre il fuso orario, cerchiamo un bar. Sulla strada troviamo solo Starbucks, McDonald’s. «Mi rifiuto di entrarci, vorrei un bar milanese». Si scusa se sbaglia i congiuntivi.
Gli chiedo il segreto del loro successo, risponde così: «La conosci la storia del calabrone? Tecnicamente non può volare: per apertura alare, per dimensioni, per peso. Ma lui non lo sa e vola lo stesso. Noi siamo stati così».

Torniamo al 2010. Marco e Augusto sono due smanettoni, poco più che ventenni, uno romano e uno milanese. Per 10 mesi, lavorano in uno scantinato a Milano. Cercano un’idea. «Siamo partiti da un garage, in via Panfilo Castaldi, a Milano. Pagavamo 400 euro di affitto. Avevamo due scrivanie prese all’Ikea. L’idea iniziale era un marketplace di API (Application Programming Interface). Si chiamava Mashape. Eravamo convinti che sarebbero diventate una sorta di catena di montaggio per il software: pezzi già esistenti da combinare, per costruire nuovi prodotti. Abbiamo iniziato a sviluppare il prototipo, ma nessuno in Italia capiva cosa stessimo facendo». Nessuno, ma loro non si scoraggiano. «In quegli anni fare una startup in Italia era come correre su un tapis roulant. Correvi, correvi, ed eri fermo sempre allo stesso punto.
«La risposta? Sempre la stessa: siete troppo giovani»
Il venture capital, di fatto, non esisteva. Il mercato era troppo piccolo. Gli investitori ragionavano come se stessero concedendoti un mutuo in banca. E la risposta era sempre la stessa: siete troppo giovani. Non so se oggi la situazione in Italia è cambiata. Allora c’era una sorta di “patriarcato” nei confronti dei più giovani». Dopo qualche mese capiscono due cose: «Che stavamo perdendo tempo e che nessuno ci avrebbe dato soldi».
Partono. Destinazione Silicon Valley. Prendono un volo da 600 euro, per partecipare a TechCrunch 50. «Abbiamo scoperto online che l’imprenditore Travis Kalanick (che poi è diventato il founder di Uber) ospitava gratis giovani con un’idea ma senza soldi che volevano partecipare a questo evento. Ci siamo proposti. Siamo rimasti da lui per qualche settimana, Augusto cucinava la carbonara per tutti. In quella casa passavano innovatori, giornalisti e founder. Tra loro, anche Joe Gebbia che stava lanciando Airbnb e Drew Houston di Dropbox».

A un certo però Travis li caccia. Tornano a Milano per raccogliere qualche soldo e ripartire per gli States. «Quando siamo tornati in Usa, abbiamo cercato di sopravvivere in una stanza di un motel alla Marina a San Francisco. Non avevamo soldi. Mangiavamo pasta con il tonno tutti i giorni. In quel periodo ho perso 20 chili». È qui che succede tutto. «Più eravamo disperati e meno mollavamo».

È di questo periodo l’evento a Stanford, la lista di contatti presa da un desk, le mail mandate a migliaia di sconosciuti e l’incontro a casa di Travis con l’unico che ha risposto, Kevin, tra i primi dipendenti di Youtube. «Era indeciso, diceva che ci avrebbe fatto sapere. Ma Travis ci ha spinto a non farlo uscire dalla stanza finché non avesse deciso: ora o mai più». Arrivano così i primi 51 mila dollari. Affittano due scrivanie in un coworking e ripartono. Lavorano fino a notte. Nessun lusso. «Contavamo i chicchi di riso».

Palladino non arriva da un percorso lineare. Bocciato al liceo, si iscrive a scienze politiche e molla dopo tre mesi. Impara a programmare da autodidatta, vende software per mantenersi. Ha un’idea fissa: costruire qualcosa che duri.
Per ottenere il visto e rimanere in California, ai due servono referenze, articoli, riconoscimenti. Augusto ha un’idea: scrivere al Corriere una lettera. «È un atto d’accusa: l’Italia “da paese di conquistatori e innovatori è diventata un morto che cammina”. La lettera è stata pubblicata. Da lì arrivano le prime interviste. E con quelle, il visto».

Oggi Kong ha raccolto un totale di 345 milioni di dollari. Tra gli investitori ci sono Andreessen Horowitz, Index Ventures e Goldman Sachs, Jeff Bezos (fondatore di Amazon) ed Eric Schmidt (ex-CEO Google), insieme a fondi istituzionali come Ontario Teachers’ Pension Plan e Balderton Capital. «Nel board siedono alcuni dei principali nomi della Silicon Valley. Tra questi anche Michelangelo Volpi, italo americano che oggi è anche nel board di Ferrari, uno dei primi a credere in noi. Poi c’è George e Zachary, tra i primi investitori di Twitter. Lo abbiamo inseguito per due anni e praticamente stalkerizzato». L’ultimo round è dell’ottobre 2024. La valutazione è oltre 2 miliardi di dollari. Dietro questi numeri c’è un’infrastruttura che pochi vedono, ma di cui tutte le aziende hanno bisogno. Tutto quello che facciamo nel mondo digitale passa da lì. «Con l’intelligenza artificiale questo diventa ancora più evidente: ogni volta che interroghi un modello o quando le aziende costruiscono agenti, funzionano solo se possono accedere ai sistemi tramite le APIs ».

Kong ha mille dipendenti e più di mille grandi aziende come clienti. «Tra queste svariate Top Fortune 500 e Top Global 2000, Italia inclusa». È presente in 28 paesi e si prepara alla quotazione negli Stati Uniti. Palladino torna all’inizio. «Eravamo due desperados, ma ci credevamo. Giovani, un po’ incoscienti e un po’ avventurieri. I nostri vent’anni sono stati diversi dai classici vent’anni, li abbiamo passati a lavorare».
Moglie americana, due figli maschi, un grande amore per gli Stati Uniti. Vive a San Francisco. «È l’epicentro dell’intelligenza artificiale e noi vogliamo essere lì». Negli anni, Augusto e Marco hanno ricevuto tante proposte di acquisizione, ma hanno sempre detto no. «Non per una questione di soldi, ma per una sfida personale». Poi si ferma un attimo, aggiunge: «Siamo convinti che il meglio deve ancora venire. Ma per noi è sempre il giorno 1».
9 luglio 2026 ( modifica il 9 luglio 2026 | 17:46)
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