Siamo ormai nel dopo-Khamenei: l’approccio del regime iraniano è diverso rispetto a prima della guerra. Lo si vede nell’espansione degli obiettivi strategici e nell’audacia con cui Teheran conduce i negoziati con gli Stati Uniti. Se Donald Trump pensava di utilizzare il Memorandum firmato a metà giugno per fermare i missili, e poi recuperare terreno durante le trattative, ora sta capendo che i nuovi leader non intendono cedere nulla sui punti centrali: in particolare il controllo sullo Stretto di Hormuz e la difesa del Libano – e quindi di Hezbollah – come parte integrante dell’accordo.
La posizione
L’uccisione della Guida suprema Khamenei, il primo giorno del conflitto, è stata determinante. Un errore drammatico, secondo alcuni osservatori anche dentro Israele. Perché per decenni l’Iran aveva concepito una sorta di guerra d’attrito con i suoi avversari, accettando di ritirarsi per motivi tattici quando rischiava un colpo troppo duro. È successo negli anni Ottanta, alla fine della guerra con l’Iraq – quando Washington era dalla parte di Baghdad – e anche nel 2023, quando dopo il 7 ottobre Teheran ha evitato l’intervento diretto e ha perfino frenato le ambizioni di Hezbollah.
Oggi la strategia è cambiata. Com’era prevedibile, l’attacco da parte di Israele e degli Stati Uniti ha rafforzato la posizione della Guardia Rivoluzionaria, con conseguenze immediate: la chiusura dello Stretto di Hormuz e gli attacchi agli Stati del Golfo, che secondo alcuni analisti Khamenei non avrebbe approvato. I politici – da Pezeshkian a Ghalibaf fino ad Araghchi – sono diventati l’ala moderata, portando avanti le trattative ma con la necessità dell’approvazione dei Pasdaran. Anche la nuova Guida suprema deve tenere conto del loro potere, pur rimanendo al suo posto come figura di riferimento del Paese.
Il nuovo regime è più radicale e anche più spericolato. Il generale Ahmad Vahidi, comandante dei Guardiani della Rivoluzione, ha posto il veto a concessioni diplomatiche in diverse occasioni e ha insistito sul legame tra la guerra all’Iran e gli attacchi israeliani al Libano. E ci è riuscito, ottenendo – dal punto di vista di Teheran – la sottomissione di Trump. Il regime è convinto che gli Usa non rischieranno un ritorno pieno ai combattimenti e che, se dovessero farlo, gli iraniani saranno comunque capaci di prevalere nei loro obiettivi.
Questo quadro pone un problema enorme per il presidente americano. Si rende conto di non poter spingere Teheran verso un esito che possa essere dipinto come una vittoria per Washington. Gli iraniani non intendono rendere la vita facile alla Casa Bianca e non esitano a dare dimostrazione della loro determinazione ogni volta che ritengono che i negoziati non stiano andando nella direzione giusta. Trump vuole fare lo stesso, non solo con gli attacchi mirati ma anche ripetendo le sue minacce di distruggere il Paese se Teheran continuerà a tirare la corda.
Il memorandum
La visione prevalente a Washington è che il Memorandum debba sopravvivere, anche nel caso di scontri limitati ma ripetuti nelle prossime settimane. L’alternativa è scatenare nuovamente pesanti effetti sull’economia americana e non solo, con conseguenze sui mercati finanziari e anche sulle elezioni di medio termine. Rimane il problema centrale: non si può rimettere il genio nella bottiglia. La guerra ha provocato cambiamenti che definiscono un nuovo contesto in Medio Oriente. Ancora una volta il cambio di regime sembrava una buona idea, ma ha portato a una situazione peggiore di prima per gli Stati Uniti: un gruppo al potere determinato a far valere le proprie ragioni, non più frenato dalla paura di uno scontro diretto con il grande avversario. Un vantaggio strategico che renderà molto accidentata la strada della diplomazia nel prossimo periodo.
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