di
Claudio Del Frate

Lo scenario delll’Osservatorio regionale sul lavoro. Per la tenuta dell’economia necessari nuovi ingressi. O la permanenza al lavoro degli over 65. Ma l’ex generale vuole un tetto del 4% per gli stranieri

Se la crescita economica dovesse proseguire ai ritmi attuali (cioè quasi nulli), tra quattro anni in Veneto mancheranno all’appello 189.000 lavoratori. Se invece la corsa accelererà, anche di poco, la lacuna si allargherà fino a sfiorare quota 300.000. E per salvare la baracca sarà necessario far lavorare gli over 65 o far arrivare altri immigrati. Domanda: come si concilia tutto questo con la remigrazione, vessillo agitato quotidianamente dall’ex generale Vannacci e nelle cui vele soffia il vento del consenso elettorale?  Insomma, se qualcuno vuole vedere con i suoi occhi una delle lacerazioni del tessuto sociale italiano, può dare un’occhiata a Nordest per accorgersi di uno strappo ben difficile da rammendare.  

Le cronache locali sono punteggiate di casi che raccontano un mercato del lavoro in sofferenza: dall’azienda del Trevigiano costretta a richiamare dipendenti andati in pensione, al ristorante sulle Dolomiti che riduce l’orario o abbassa la saracinesca perché non trova camerieri, alla CGIA di Mestre che sottolinea come un colloquio di lavoro su tre va deserto per mancanza di candidati. Ma la fotografia esatta la scatta l’ultimo rapporto dell’Osservatorio generale sul lavoro del Veneto.  



















































Il report è stato diffuso a giugno 2026, dunque è ancora fresco d’inchiostro: disegna per il territorio regionale quattro scenari. In caso di equilibrio, cioè con una domanda di manodopera pari a quella del 2025 nel 2030 mancheranno 189.000 lavoratori. In uno scenario di crescita (1% annuo) si arriverà a un fabbisogno di 299.000 persone. Ci sono poi altre due prospettive, quella di un calo moderato (ma il gap resterebbe di 79.000 lavoratori) o più marcato, laddove la bilancia si rovescia e si registrerebbe un surplus di 31.000 unità. Ma è evidente che nessuno si augura le ultime due evoluzioni.  

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Come reagire? Ecco la strada indicata dall’Osservatorio veneto: «Lo  squilibrio può essere colmato agendo su due direttrici principali: da un lato valorizzando il contributo dei flussi migratori (interni ed esteri), dall’altro aumentando i livelli di partecipazione al mercato del lavoro delle componenti oggi meno attive». Detto altrimenti le leve che possono essere azionate sono essenziualmente tre: aumentare gli ingressi di lavoratori da fuori regione (o da fuori Italia); trattenere in azienda chi ha già maturato l’età della pensione; aumentare la partecipazione della componente femminile. 

«In tutti gli scenari considerati – ecco cosa dice il rapporto – la componente più rilevante per il riequilibrio del mercato del lavoro è rappresentata
dagli occupati over 65, che dovrebbero contribuire per oltre la metà dell’apporto complessivo (tra il 56% e il 62% circa a seconda dello scenario).
Il contributo della componente migratoria (interna ed estera) si dovrebbe collocare stabilmente come seconda leva per entità del contributo, con un’incidenza compresa tra il 30% e il 38% a seconda dello scenario considerato».

Va detto che il Veneto in parte riflette una situazione identica al resto d’Italia. Il rapporto Excelsior-Unioncamere, che monitora domanda e offerta di lavoro su tutto il territorio nazionale, segnala che a giugno 2026 il 42% dei posti di lavoro vacanti ha difficoltà di reperimento, con una punta del  62% nell’industria dei metalli e del 61 in quella del legno arredo. 

Tornando al Veneto e all’osservatorio del lavoro, ecco il passaggio riguardante il contributo degli immigrati alla tenuta dell’economia: «Si conferma un elemento strutturale per l’equilibrio del mercato del lavoro: la loro evoluzione futura resta tuttavia incerta e dipendente sia da fattori esogeni (contesto economico e geopolitico), sia dalla capacità dei territori di attrarre e integrare nuova forza lavoro, anche attraverso i movimenti migratori interni tra regioni. Con riferimento ai flussi dall’estero, assume inoltre crescente rilievo il ricorso a programmi strutturati di ricerca e selezione nei paesi di origine, finalizzati a intercettare in modo più mirato i fabbisogni delle imprese».

Ed eccoci dunque tornare al punto di partenza: la remigrazione. Ammesso che sia sostenibile da un punto di vista politico e giurico, lo è da quello economico? Le tesi esposte da Futuro Nazionale, il soggetto politico di Roberto Vannacci, puntano ad avere un tetto massimo del 4% di stranieri residenti in Italia a fronte del 9% attuale. Altro che nuovi ingressi, dunque, una fetta degli attuali stranieri presenti in Italia dovrebbe fare le valigie. In più sono previste drastiche restrizioni alla concessione della cittadinanza italiana, anche in caso di permanenza ventennale sul suolo italiano. Insdomma, le parole dicono una cosa, i numeri ne dicono un’altra. Tenendo conto dell’invecchiamento della popolazione, ce lo possiamo permettere?   

La politica, nel frattempo, sembra guardare da tutt’altra parte: la Lega ha appena presentato una proposta di legge che introduce una stretta sulla concessione della cittadinanza (che dovrà essere discxussa entro 30 giorni). Mentre Fratelli d’Italia ne ha presentata un’altra che prevede il rimpatrio immediato per gli stranieri che si siano resi responsabili di una serie di reati 

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10 luglio 2026 ( modifica il 10 luglio 2026 | 08:30)